Lucia Bonelli

Sogna e lascia vivere

Mai rinunciare alla verità

Ci siamo chiesti da millenni a cosa servisse la verità. Ci hanno insegnato che la verità ci rende liberi, che niente sarà mai più importate. Ma è davvero così? La verità a tutti i costi serve? Sì. Sempre. Non serve se aspettiamo qualcosa in cambio. Non serve se il proclamo della verità stessa è un atto con cui poniamo al mondo una domanda, aspettando una risposta. No, in quel caso la verità non serve e mai servirà. Il motivo? Semplice, presto detto. Se il mondo seguisse le regole della logica e della ragione, sarebbe un posto idilliaco, quasi di fantasia, assolutamente non reale. Siamo al mondo per combattere e la guerra peggiore che dobbiamo affrontare è quella con altri simili. Hanno invaso il mondo di rifiuti ideologici, hanno sottratto al mondo la fantasia, la gentilezza, la lealtà. Attenzione però. Questo non deve farci desistere dalla ricerca stessa della verità. Viaggio verso l’utopia? Forse sì o forse no. Chi l’ha detto che per essere giusti dobbiamo essere come gli altri? Chi l’ha detto che usare gli altri ci rende più furbi e ci aiuta a trovare il nostro posto nel mondo? Niente è più bello della leggerezza della verità. A nulla varrebbe sottolineare quanto pesante possa diventare la vita di chi ha usato con gli altri l’arma peggiore: la disonestà. A nulla servirebbe, perchè la vita stessa di chi è nato con questa inclinazione è la sua condanna. La sua gioia è in sè la sua pena peggiore. Dunque non smettiamo di credere che in mezzo al viscido strato di pelle malsana che gira su due piedi per il mondo, ci sia anche il bello, il vero, l’onesto. Se pensate che non sia giusto che dobbiate soffrire in nome di questa benedetta verità e di questa benedetta lealtà, siate modesti e consolatevi semplicemente considerando che non potete peccare di superiorità pensando dunque di essere gli unici. Così come esistete voi che al bene e alla verità credete, così esisteranno tante altre persone che esattamente come voi, ci crederanno, poichè non possiamo essere gli unici e soprattutto poichè in fondo il mondo è anche pieno di bene. E’ solo che il bene fa meno rumore. Il bene si concede a se stesso e spesso, in se stesso vive e si consuma tramandandosi silenzioso. Mi auguro dunque un futuro in cui il bene faccia più rumore, un futuro in cui si creda nell’onestà, nella gentilezza, nella tenerezza poichè essere giusti non significa essere deboli. A correo del mio post vi lascio il video del monologo finale di un film dedicato alla vita di Giulio Andreotti. Chi mi conosce sa come la penso, chi non mi conosce leggerà in questo sarcasmo l’indignazione per un paese che commemora le stesse persone che hanno silenziosamente contribuito alla fine di molte cose, come la vita. Indignatevi per la vergogna di un Paese che si genuflette quotidianamente perchè pensa che essere più furbo sia la decisione più semplice, perchè come scrivevano ne La Storia infinita “E’ più facile dominare chi non crede in niente ed è questo il modo più sicuro di conquistare il potere”. Continuate quindi a fare finta di niente, ma sappiate che il bene c’è, ed è molto, è grande, è forte, non soccombe e la cosa più bella è che mentre voi vi state stancando di lottare sconfitti dall’ingiustizia, il bene è la da qualche parte del mondo, sempre in viaggio, sempre in corsa, sempre pronto a ritornare

Ricordate sempre che il mondo è in battaglia spesso persino contro se stesso, ma c’è una chiave che apre la porta della sopravvivenza: avere coraggio ed essere gentili.  Non importa cosa riceverete in cambio. Il vostro riflesso allo specchio restituirà l’immagine della cosa più importante che non avrete perso, la coscienza di un’anima che non avrete svenduto all’ultimo dei mercati

 

“Livia, sono gli occhi tuoi pieni che mi hanno folgorato un pomeriggio andato al cimitero del Verano. Si passeggiava, io scelsi quel luogo singolare per chiederti in sposa – ti ricordi? Sì, lo so, ti ricordi. Gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sapevano, non sanno e non sapranno, non hanno idea. Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te, gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sanno la responsabilità. La responsabilità diretta o indiretta per tutte le stragi avvenute in Italia dal 1969 al 1984, e che hanno avuto per la precisione 236 morti e 817 feriti. A tutti i familiari delle vittime io dico: sì, confesso. Confesso: è stata anche per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa. Questo dico anche se non serve. Lo stragismo per destabilizzare il Paese, provocare terrore, per isolare le parti politiche estreme e rafforzare i partiti di Centro come la Democrazia Cristiana l’hanno definita “Strategia della Tensione” – sarebbe più corretto dire “Strategia della Sopravvivenza”. Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Giovanni, Mino, il caro Aldo, per vocazione o per necessità ma tutti irriducibili amanti della verità. Tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa e lo so anch’io.

Giulio Andreotti – Il Divo

La luna a Palermo

Palermo respirava senza sole. Dicevano che l’inverno portasse il gelo di un’estate dimenticata, eppure alle stelle non sembrava fosse così. Rimasero meravigliate, stupite da quella strana terra che in così tanta luce, rifletteva sul mare il disegno di una Conca amata, violenta, sublime, quasi maledetta d’amore. Non riuscirono a scendere dal firmamento, e chiesero alla luna di piegarsi su quel promontorio, nella sua ora più bella, nella sua ora più piena. Così fece, e in un momento di magistrale splendore, ella si posò sulla città. La notte non conobbe buio, e la paura non trovò strade da percorrere, né vuoti da colmare. Niente riuscì a vincere sulla bellezza. Niente dominò il fiato rotto di chi, in ginocchio, venerava quel quadro, davanti al mare che sposava ancora la terra, infiammando gli uomini di desiderio e passione, inconsapevoli cittadini di sogni e paure. Cento e cento finestre distese sulla tela benedetta. Mille e mille sogni, dentro case sorridenti di vita e ferite dal dolore. Eccola la terra maledetta, eccola la terra benedetta. Oh, sublime piacere del profumo di zagara, non conosce stagione, e ricorda dovunque la terra che porti nel cuore. Non abbandonerà mai i tuoi occhi, anche se invasi da lacrime maledette, dovranno allontanarsi per vivere, sopravvivere, nutrirsi, resistere. È ancora là quel profumo. Ricopre la pelle, diventa una carezza di sale amaro, di giorni fritti di sapori e colori. Si stende sugli occhi aperti, spalancati su un porto che accoglie chi viene da lontano e chi, lontano, è costretto ad andare. Non si ferma lo sguardo, percorre ancora quella Cala di onde lente e stanche, quella Cala di colori e di tramonti distesi sul fianco della chiesa della Catena che di Palermo narra la storia vera. Continuano i passi incerti dello sguardo innamorato. Attraversano il centro di una storia dimenticata, si fermano davanti a vecchi portoni che sembrano nascondere la fame e la sete, spalancandosi invece in ampi squarci di storia e cultura. Oh, che meraviglia! Oh, che incanto! Dio, hai dimenticato di darci un nome e, curioso di vedere quanti nomi potessimo avere, hai lasciato che troppi ci dominassero, per essere tutti schiavi e padroni di una bellezza che non è di nessuno e a tutti appartiene. Una bellezza che, come un mosaico di un’altra epoca, si componeva del Paradiso e dell’Inferno, e diventava Palermo. Lo sguardo continua a camminare e si ferma, addolorato davanti lapidi, tristi memorie del sangue che i potenti hanno lasciato che venisse versato. Ci sentiamo in colpa, vogliamo chiedere scusa… ma per quale peccato? La sola colpa che conosciamo è quella di essere poveri, di vendere la nostra terra come scenario maledetto di storie che registi del male, scrivono per noi. Film di sangue, onestà e paura. Eppure abbiamo accolto anche chi, la paura, voleva mandarla via. Sono venuti a casa nostra per salvarci, e quando erano a un passo dal nominare i registi di quel teatro, sono stati uccisi, dall’alto, da chi, al di là di questo stretto, è abituato a commemorarci, a chiamarci terra maledetta, quando di maledetto, noi, abbiamo accolto solo i loro passi. Continuano a venire qui, nei giorni del ricordo, nei giorni della memoria e i carnefici ricordano le vittime. Non ne abbiamo bisogno. Noi non dimentichiamo. Continuiamo a ricordarli, mentre la luna cala sul promontorio. Palermo si inchina e ringrazia per questa visita celeste. Il silenzio torna, il dolore si muove ancora là, da qualche parte, ma noi non abbiamo paura, perché siamo nella bellezza, ed è lì che sta la chiave del mondo

Testo: Lucia Bonelli
Foto: fotografa Giulia Savasta

La luna

 

Mi dicevano che la luna dimentica gli uomini, quando gli uomini si dimenticano di lei, così ho mosso mari e monti per chiederle scusa. Ho attraversato deserti, solcato mari, combattuto nuove guerre. A nulla è valsa la paura. Lei era sempre lì, in un cielo stellato macchiato di rosso e d’arancio. Era la fine della notte e quella, finalmente, era l’alba di un nuovo giorno. Non temere le parole della gente. Ogni storia gonfia la bocca dell’uomo fino a diventare leggenda. Sii sordo alla calunnia e quando dubiti delle stelle, spiega la scala della speranza, troverai di più di quello che cerchi, troverai la luna in un cielo di stelle

Devi per forza vincerti – Catullo

Perché, allora, continui a tormentarti?
Perché, con coraggio, non ti stacchi da lei?
Perché contro il volere divino vuoi ancora soffrire?
Difficile troncare un lungo amore: difficile,
è vero, ma a qualunque costo devi farlo.
Devi per forza vincerti, è l’unica salvezza!

Catullo

Ne è valsa la pena

“Fulvio… Quegli occhi. Quel paio d’occhi che brillavano… Sembravano due fari. Due torce. E quel sorriso così accecante. Sembrava di vedere il sole quando lei rideva. Credimi, Fulvio, quando un uomo si sente addosso quello sguardo, quell’espressione, ma è inevitabile che gli esploda qualche cosa dentro. Tu pensi che io c’ho avuto soltanto un infarto, ma io ne ho avuti tre, quattro, non lo so nemmeno io quanti ne ho avuti. Il primo sicuramente quando ci siamo visti la prima volta. Poi il secondo quando mi ha accarezzato, e il terzo quando ci siamo baciati. Stavo per rimetterci le penne, Fulvio, lo sai, però se qualcuno mi facesse la fatidica domando: “Ernesto, ne è valsa la pena?” Io risponderei: “Ne è valsa la pena. Ne  èvalsa veramente la pena!”

C’è la neve nei miei ricordi.
C’è sempre la neve.
E mi diventa bianco il cervello se non la smetto di ricordare.
Tanto, qui sotto, nulla è peccato

Il tempo ritrovato – Intervista a Babette Brown

 

Ci sono persone che vorresti conoscere meglio, altre che sono come occhiali da sole in una giornata di pioggia e altre ancora che sono il sole, in quella pioggia. Quando si leggono le parole di Babette Brown, è questa l’impressione che si ha, nel bene e nel male. Arrivi in punta di piedi, chiedi permesso e in due parole rompe gli schemi. Riesce a essere intensa come un capitolo che in qualche modo ti lascerà un segno, e pungente come chi dice le cose esattamente come stanno, senza girarci troppo intorno.  In un mondo come quello in cui circolano scrittori e lettori, è facile elevare le persone a falsi miti, per poi farle crollare in un secondo. Babette, invece, resta, c’è, agisce, coordina, propone, incita e riprende, ma soprattutto, sogna, sempre. Oggi le mie parole sono superflue, quindi, lasciamo parlare lei… Prima di leggere l’intervista vi ricordo dei riferimenti importanti:

1) Babette Brown e la sua scrivania. Se potessi scegliere una vista, cosa si vedrebbe dalla finestra di fronte alla tua scrivania?

Sono già fortunata, perché dalla mia finestra vedo parte del giardino e, oltre la strada, il parco del laghetto. Certo, se ci fosse una di quelle spiagge candide, con l’acqua azzurra… Magari, con un unicorno che legge il giornale e un drago che fa il bagno.

 

2) Il libro che non vorresti avere letto, perché ha toccato qualcosa in te che non volevi sfiorare?

Non mi è mai accaduto. Penso che sarebbe stato devastante. Ho l’abitudine di analizzare me stessa in continuazione, di ritornare su frasi dette e azioni. Cerco sempre di spiegarmi a me stessa, con un lavoro che talvolta fa soffrire.

 

3) Chi è Babette Brown? In una frase raccogli qualcosa di te che vada al di là dell’anagrafica, della forma delle tue labbra e del colore dei tuoi occhi.

Una vecchia signora, cui viene da ridere, quando si guarda allo specchio. Perché vede sempre una ragazza di sedici anni e questo rende problematico il trucco e parrucco.

 

4) Aiutare gli altri? Passione e inclinazione naturale o mestiere che a volte stanca più di quanto dovrebbe?

Inclinazione naturale. Mi viene spontaneo. Sono accudente nei confronti degli amici, ma anche di perfetti sconosciuti. La motivazione? Decisamente egoistica: mi fa sentire bene.

 

5) Lavorare a un libro che è lontano dal tuo modo di pensare in tutto e per tutto, interferisce sulla riuscita del lavoro?

Leggere e recensire un libro del genere mi fa sudare sangue. Sento tutto questo come una violenza. Il lavoro diventa ostico, ma lo vivo come una sfida da vincere, a qualsiasi costo.

 

6) La parola che ti è mancata nella tua vita?

Manca alla vita di tutti: gentilezza. Il mondo in cui viviamo è molte cose –bellissime e orrende- ma non è un mondo gentile. E ormai, ho perso la speranza che possa diventarlo. Nella mia piccola oasi di umani e animali, la gentilezza vive ogni giorno, ma non basta.

 

7) Una carriera ti ha fatto diventare professionista della parola, credi che oggi si possa diventare auto-professionisti della parola o l’indotto editoriale, percorso universitario, curriculum lavorativo, siano ancora fondamentali?

Credo che siano ancora fondamentali. Certo, se leggi l’elenco dei libri di successo per vendite e recensioni positive, ti rendi conto che la mia affermazione è vana ed elitaria. Sembra che l’analfabetismo di ritorno abbia colpito non pochi autori e troppi lettori.

 

8) La citazione che intrappola il tuo ricordo più triste?

“Alcuni dicono che la pioggia è brutta, ma non sanno che permette di girare a testa alta con il viso coperto dalle lacrime.” È di Jim Morrison. Lo so, ti saresti aspettata il Bardo o un altro famoso scrittore. A me va bene così, ricorda un giorno di tristezza assoluta. E nota che, di solito, piango per i cuccioli feriti, per i film sentimentali, quasi mai per me stessa.

 

9) La citazione che accoglie il tuo ricordo più felice?

“La felicità è un cucciolo caldo”. È Charlie Brown che parla. 18 marzo, di tanti anni fa. Al canile municipale, stringo a me un cucciolo di cane. Caldo, morbido. Il cuore che batte sotto la mia mano. Una testa che si appoggia fiduciosa. Un momento di perfetta felicità.

 

10) Il primo animale della tua vita è arrivato per necessità del cuore o per casualità del destino?

Necessità del cuore. Trasferita in una città sconosciuta, in mezzo a persone sconosciute, la mia prima gatta ha creato la “casa” intorno a me.

 

11) Il personaggio letterario che vorresti conoscere?

La volpe de “Il piccolo principe”. Ci assomigliamo. Potremmo chiacchierare per ore.

 

12) L’autore che ti ha insegnato molto?

Attingo a ricordi lontani. Alessandro Manzoni. Impossibile fare a meno della sua lingua, del suo rigore e del suo stile. Odiato a quindici anni. Idolatrato a diciotto. Un amore che non finisce.

 

13) Il sesso nella letteratura crea falsi miti, condanna all’insoddisfazione reale o aiuta la fantasia e supporta il reale?

Un po’ e un po’. Certo che crea falsi miti! Però supporta la nostra fantasia e ci fa sopportare una routine che non ha molti voli pindarici (sono single da secoli, eh!).

 

14) Se dovessi scegliere fra due romanzi finalisti di un concorso in cui il tuo voto è decisivo ed entrambi sono perfetti nella forma, nell’espressione, nell’intreccio della trama e nell’emozione che ti hanno lasciato, quale genere sceglieresti fra l’erotico e il fantasy?

L’erotico: mi diverte di più. L’ho già detto che sono egoista?

 

15) Hai la possibilità di aprire una libreria immensa. Il locale è libero, devi scegliere solo il nome e tre collaboratori. Che scelte fai?

Il tempo ritrovato. Tre librai di una volta, quelli che conoscevano ogni libro, perché lo avevano letto e ne avevano parlato con altri appassionati.

 

16) La libreria, più luogo di vendita o più associazione dinamica di incontro lettori-scrittori?

Se non diventa un luogo di vendita (e vende bene), non può permettersi di essere anche un’associazione dinamica (mi piace il termine!) di incontro fra lettori e scrittori. Ricordo la Libreria Croce, a Roma, variegato approdo di chi scriveva e di chi leggeva. Serate indimenticabili (ero una ragazzetta e mio padre mi portava perché gli facessi “da spalla”) La libreria ha chiuso, ma Remo Croce rimarrà sempre nel mio immaginario come uno stregone benefico che faceva apparire storie meravigliose. E tu potevi parlarne con chi le aveva scritte. Ho ancora i brividi.

 

17) Il desiderio che porti nel cuore?

Tornare all’età di sedici anni, con la testa di oggi, e vivere mille anni. Troppo, vero?

 

18) Stroncare sempre con eleganza o lasciarsi andare ed essere ruvide come noi donne a volte riusciamo ad essere?

Dovrei dire “stroncare sempre con eleganza”, ma quando leggo congiuntivi sbagliati e avverbi di modo in –ente, mi sale la voglia di strage. Afferro la mannaia e… D’accordo, qualche volta sono ruvida.

 

19) Cosa paga nella vita? La sincerità a ogni costo o sapere tacere al momento giusto?

La sincerità a ogni costo mi urta il sistema nervoso. Non sempre “si deve” essere sinceri. Se ferisco qualcuno, preferisco un’omissione o un’onesta menzogna. Saper tacere, in questa epoca in cui tutti parlano (e molti a sproposito), è un’arte. Dovremmo farne tesoro.

 

20) Cosa ti porti dentro della professione che hai svolto per tanti anni?

Il gusto per le belle parole. La necessità di tornare ai classici, periodicamente, quasi come se dovessi ritemprare le forze. La poca (scarsissima) pazienza nei confronti di chi non studia, pur avendone la possibilità.

 

21) Cosa ti ha deluso di più della tua professione?

Partiamo dalle “cose solide”: gli insegnanti (e i dirigenti scolastici) sono pagati una miseria. Detto questo, le delusioni più feroci sono venute dalla scarsa considerazione di cui godono coloro che insegnano. Ricordo la venerazione di cui erano circondati i maestri e i professori, quand’ero bambina (Paleolitico Superiore). Niente di tutto questo si riscontra ai giorni nostri. Laudatrix temporis acti? Perché no, ho una certa età.

 

22) Si può amare una sola persona per tutta la vita, nonostante il tempo che passa, nonostante l’impossibilità di vivere quel sentimento o nonostante la morte?

Umilmente: non lo so. Non ho esperienze personali da far valere. Ho solo una coppia di amici, Franco e Serena. Viaggiano verso i sessant’anni di vita insieme e si amano teneramente. Allora, dico sì, è possibile.

 

23) Che cos’è l’amore per Babette Brown?

Complicità, tenerezza, passione, amicizia, interessi comuni… e qualcosa di diametralmente opposto che faccia litigare ogni tanto.

 

24) La famiglia può tarpare le ali o la passione, se è vera, non conosce umiliazioni, scoraggiamenti né offese, e prima o poi spicca comunque il volo?

La famiglia è un nido caldo, ma può essere anche una prigione. Parli di passione “vera”, io contrappongo la parola “dovere”. Quella che mi ha frenato quando sarebbe stato il momento di spiegare le ali.

 

25) Il tuo consiglio a un autore al di là delle tue collaborazioni, della tua professione, di ogni possibile offesa, gli diresti di affidarsi a una casa editrice per la pubblicazione digitale o gli diresti di firmare con una casa editrice solo per il cartaceo distribuito?

La seconda che hai detto (eheheh). Cartaceo distribuito? Casa editrice. Pubblicazione digitale? Self-Publishing.

 

26) Tutti hanno bisogno di Babette Brown, ma Babette Brown di chi davvero non potrebbe fare a meno oggi?

Delle mie moschettiere: Teresa Siciliano, Maddalena Cafaro, Federica D’Ascani, Lia Winchester, Macrina Mirti, Amneris Di Cesare. E di alcune amiche, forti guerriere.

 

27) Hai una macchina del tempo davanti a te, non hai tempo di salutare nessuno, puoi solo scegliere con chi essere, dove essere e in quale tempo. Dove ti porta la fantasia Babette Brown?

Domani, sempre domani. Ovunque in questo nostro mondo. E con chiunque. Purché possa rimanere sempre me stessa

Io Prima Di Te – Vivi bene. Semplicemente, vivi.

locandinaChi mi conosce sa che è quasi impossibile che io veda un film senza sapere prima se ci sia o meno il lieto fine. Non chiedetemi perché, ma da parecchi giorni mi girava in testa l’idea di vedere il film completo Io prima di te, senza scene da saltare, senza eliminare il finale, tutto, per intero… tutto. Quello che provo in questo momento è così forte che non riesco quasi a trovare le parole, mi sembra per la prima volta che quello che sento sia talmente inteso che nessun poeta del mondo potrebbe aiutarmi a trovare le parole adatte, perché esse non renderebbero comunque merito a quello che provo. Io che vedo un film che finisce, non male… di più… Io che sento di avere visto un film che finisce non bene, di più. Non prendetemi per pazza, ma questo è l’amore… l’amore è questo! Difficile che si cambi per amore, al contrario, l’amore sottolinea i tuoi desideri e ti rende ancor di più te stesso. Accade così per i due protagonisti, Lou e Will. Cosa vuole dire davvero questa storia? Semplice, quasi sconvolgente per la sua semplicità. Un concetto assurdo e talmente giusto da sconcertare: l’amore non è cambiare per qualcuno, l’amore è restare se stessi accanto a qualcuno che ci ama esattamente così come siamo, qualcuno a cui riusciamo a dare il meglio di noi semplicemente essendo noi stessi. Will è già se stesso, ha preso la sua decisione e sente per di essere amato, come uomo, al di là della scelta di morire o meno. Se vogliamo vedere il film come un banale dibattito eutanasia sì/eutanasia no, allora possiamo armarci e combattere fino allo stremo, ma non è questo il punto della situazione.

Quando si incrina per un attimo il loro rapporto? Quando Lou resta delusa poichè Will non ha cambiato idea. Lou pensava che il suo amore lo avrebbe cambiato, ma l’amore non cambia le persone, le esalta, le fa uscire fuori, le fa sentire uniche, ma non le cambia. Ecco il doppio binario, l’amore di Will per Lou, e la morte in cui viveva Lou, spenta, in una vita che non le apparteneva, vivendo al di sotto del suo “potenziale”.

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Will: “Sai cosa vedo in te Clark?”
Lou: “Non dire potenziale”
Will: “Potenziale”

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Ecco cosa fa l’amore ci rende improvvisamente consapevoli di ciò che siamo, di quello che abbiamo dimenticato, spolvera l’anima dalle paure che la soffocano. Disarmante l’interpretazione della protagonista che vive la vita sorridendo, come se niente la possa toccare davvero, e improvvisamente resta nuda davanti a se stessa.

Molte donne sognano un amore che si presenti davanti a loro con una bella macchina e un anello al dito, altre donne cercano soltanto un corpo caldo per procreare… e poi ci sono loro, le donne che l’amore, quello vero, lo disegnano con una matita invisibile nascondendolo in un pensiero che appartiene solo a loro e lo riconoscono là, proprio là. Il giorno del loro compleanno quando stanno per scartare un regalo e dentro trovano un paio di calze gialle e nere che le fanno saltare di gioia restituendo memorie di un’infanzia non troppo lontana e riconsegnando loro quel tassello di felicità che le rende di nuovo vive.

Oh, com’è è semplice amare! E quanto difficile e dispendioso per l’anima risulta il tempo perduto in faccende del tutto estranee a esso. Ci sforziamo di riconoscere il grande amore, di scavare nel cuore delle persone e improvvisamente ci rendiamo conto di averlo di fronte e di non dover fare alcuno sforzo poiché l’amore si presenta a noi nudo, bellissimo, assolutamente forte in una corazza universale che apparterrà solo a noi. Non importa quello che accadrà dopo, poiché vivere il grande amore anche solo per pochi pochi istanti vale il conto dell’eternità.

Pensavamo di vedere il film tifando per Lou, affinché convincesse Will a non morire, a restare in vita, ma Will era già vivo ed era Lou quella da salvare, è per questo che il film ha un lieto fine. Ci sono dei momenti in cui lei stessa perde coraggio, forza, guarda una parte della vita che così da vicino non aveva mai visto. Cosa può fare? Come può davvero essergli utile?

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Bernard Clark: Non puoi cambiare la natura delle persone.
Lou: E allora, uno cosa fa?
Bernard Clark: Le ama.

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Più di una volta si sdraierà su quel letto accanto a Will. Quanto amore e quanta passione c’è in quella vicinanza? Più di tutte le possibili scene emozionanti, erotiche, appassionate che mai potremmo vedere. Sono uno accanto all’altra, il mondo al di fuori di quella stanza. Sufficiente. Più che sufficiente? Sì, semplicemente sublime.

Ha ragione Will:

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“Ama ogni istante”

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Non rompiamo il mondo con l’odio che dà voce all’insoddisfazione latente nella vita di ognuno di noi che cerca sfogo solo colpendo gli altri e creando dolore intorno a noi. Dedichiamoci a cosa amiamo davvero. Dedichiamoci alla vita, all’amore, ai sogni, poiché niente è più reale di una vita vissuta seguendo ciò che portiamo nel cuore.

Dirsi addio ha davvero valore, quando chi amiamo resta nel cuore?
No.
Non è mai un addio.
Un amore, quell’amore, resta per sempre.

Un piccolo stralcio della lettera che Will lascia a Lou Clark:

“…Ci si sente sempre disorientati quando si viene sbalzati fuori dal proprio angolino rassicurante. Ma spero che tu sia un po’ elettrizzata. Il tuo viso quando sei tornata dall’immersione mi ha detto tutto: c’è fame in te, Clark. C’è audacia, l’hai soltanto sepolta, come fa gran parte della gente. Non ti sto dicendo di buttarti da un grattacielo o di nuotare con le balene o cose di questo genere (anche se in cuor mio mi piacerebbe che lo facessi), ma di sfidare la vita. Metticela tutta. Non adagiarti. Indossa quelle calze a righe con orgoglio. E se proprio insisti a volerti sistemare con qualche tizio strampalato, assicurati di mettere in serbo un po’ di questa vitalità. Sapere che hai ancora delle possibilità è un lusso. Sapere che potrei avertele date io è stato motivo di sollievo per me. Così stanno le cose. Sei scolpita nel mio cuore, Clark, fin dal primo giorno in cui sei arrivata con i tuoi abiti ridicoli, le tue terribili battute e la tua totale incapacità di nascondere ogni minima sensazione. Tu hai cambiato la mia vita molto più di quanto questo denaro potrà cambiare la tua. Non pensare a me troppo spesso. Non voglio pensarti in un mare di lacrime.
Vivi bene. Semplicemente, vivi.
Con amore, Will”

 

Con i tacchi è un’altra cosa

con i tacchi è un'altra cosa WEB

CON I TACCHI È UN’ALTRA COSA
Una commedia romantica per sognare, sorridere e sperare
Federica entra nel mondo del lavoro a trentatré anni e, proprio il giorno del suo 33° colloquio di lavoro, il destino le gioca un brutto scherzo. Stanca di dovere rinunciare sempre a tutto per seguire le regole, decide di sfidare la sorte e, aiutata da una serie di rocamboleschi equivoci, si ritrova nello staff della filiale romana della più grande società di marketing di Francoforte, la JB Kraften. Paul Peters, integerrimo Direttore Generale della società, prossimo al matrimonio del secolo, dovrà seguirla nella gestione della fusione parigina del colosso. Peccato che Federica non parli assolutamente il francese e che nessuno sappia che in realtà il suo nome è Marina, Marina Bonei

 

UNA COMMEDIA ROMANTICA

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Booktrailer

Un granello di sabbia

aurynCi sono tempi che cavalcano così velocemente, tanto da confondere il vento con il movimento della terra. Ci sono giorni in cui ti stendi fra le pagine del destino e ti abbandoni fluttuando verso abbracci, che potrebbero rispondere a ognuna delle tue domande. Che poi, alla fine, una risposta non c’è. Ci imbelliamo di parole e forme composte, e non ci arrendiamo mai all’evidenza che le cose più forti della vita si sentono con il cuore, sempre. Quando il cuore è felice. Quando il cuore si rompe. Quando il cuore vaga come nello spazio, senza gravità, cercando tutti gli altri pezzi. Chi ci sia davvero al di là di quello spazio, non ci è dato saperlo. Io ho sempre creduto in un Dio che ha creato tutte le cose, un Dio che ogni nazione ha la libertà di chiamare con il nome che la storia del suo popolo ha ritenuto più opportuno. Non credo che esista un Dio che abbia stilato delle regole precise per ottenere grazie o miracoli. Credo che quel Qualcosa di superiore ci aiuti a mettere una mano sul cuore per sopravvivere, anche quando le domande si fanno troppe. Il libero arbitrio è l’unica cosa vera che abbiamo, che rende vano anche il continuo appellarsi al destino. Noi scegliamo la nostra strada. Noi scegliamo chi essere, in cosa credere, cosa diventare, a quali compromessi scendere e da quali salvarci, per dimostrare a noi stessi che, alla fine, l’unica cosa che conta e che resta è la dignità che ci restituisce lo specchio. Tutto il resto è una lotta, una lotta continua. Una lotta fra ciò che siamo e ciò che ci sforziamo di essere per la società. È la verità che vince, sempre, nonostante tutti. Se combatti per te stesso, devi accettare di combattere senza armi, se non quelle che ti porti dentro. Quando all’inizio de La Storia Infinita comunicano al giovane Atreyu che solo lui potrà salvare l’Infanta Imperatrice dalla morte, che causerebbe la fine del mondo di Fantàsia, lui arriva alla Torre d’Avorio con la divisa da cacciatore del bufalo, ma non servirà. Gli viene chiesto di abbandonare tutte la armi e di partire solo, senza niente addosso, solo con l’Auryn, il simbolo del bene e del male, due serpenti intrecciati, uno bianco, l’altro nero. L’Auryn gli mostrerà la strada giusta perchè chi porta l’Auryn agisce in nome nell’Imperatrice. Chi siamo? In cosa crediamo? Chi rappresenta il nostro Auryn? Non importa chi sia, che cosa rappresenti e quale nome gli darete. Più pericoloso del credere in qualcosa, c’è solo il non credere in niente, poichè chi non crede in nessuna cosa, alimenta il mondo del Nulla. Scegliete qualcosa in cui credere, qualcosa che possa comandare il cuore verso la verità. Qualcosa che vi consoli quando le ingiustizie saranno talmente tante, che vi fermerete a chiedervi a cosa serve nella vita essere se stessi. L’Auryn è il vostro simbolo, è idealmente ciò che siete, l’insieme dei vostri valori. Desiderate davvero vincere sempre su tutto? Sventolare obiettivi raggiunti o lustrini o post pubblici per sottolineare chissà che cosa nella vostra vita? Desiderate davvero credere che umiliare qualcuno o deriderlo possa rendervi migliori? Desiderate davvero usare la fede per mettervi al sicuro, per seguire pedissequamente regole o riti che possano assicurarvi il Paradiso? Oh, non credo che lo vogliate veramente. Ma siamo tutti esseri umani, vorremmo non essere vittime di ingiustizie, di slealtà, di pugnalate alle spalle. Tutti vorremmo non prendercela con il Fato, con chiunque, con le trame strane di una vita incomprensibile. Non importa davvero ciò che possiamo raggiungere, ciò che importa è  la chiarezza e la bellezza delle impronte che lasceremo nel nostro cammino. A volte saranno impronte nitide e chiare, altre volte saranno stentate e dolorose, altre volte per la stanchezza saranno trascinate, ma saranno nostre e in ogni passo riconosceremo ciò che profondamente siamo e che mai dovremo dimenticare di essere: noi stessi!

E se perderete ancora? Se dovesse essere troppo tardi? Non importa. Potrete sempre ricominciare da un granello, da un piccolo granello di sabbia, da quel piccolo luminoso granello di sabbia che c’è sempre, nascosto in una parte di voi. Si nutre di poco, quel poco che può diventare tutto, quel poco che può ricostruire da zero il’intero mondo di Fantasia: la speranza di sognare ancora.

* * *

Bastian: Fantàsia è stata distrutta?
Imperatrice: Sì.
Bastian: È stato tutto inutile.
Imperatrice: No, non è vero, Fantàsia può ancora risorgere. Dai tuoi sogni, dai tuoi desideri.
Bastian: E come?
Imperatrice: Apri la mano… C’è qualcosa che desideri?
Bastian: Non lo so.
Imperatrice: Allora Fantàsia non esisterà più. Mai più.
Bastian: Quanti ne posso dire?
Imperatrice: Tutti quelli che vuoi, più tu ne esprimerai più il regno di Fantàsia sarà splendido

I miei libri

I miei libri

Lucia Bonelli (bocilla)

Da quando l’universo ha preso forma le domande dell’uomo sono rimaste le stesse. Dolore e paura, ansia e gioia, forza e debolezza; tutto insieme, tutto quello che ci dà il nome di 'uomini'. Eppure sentiamo di essere qualcosa di talmente complesso, da non poter essere compresi. Poi un giorno apriamo un libro e troviamo una frase, una parola, una poesia, che sembrano elevarsi da un posto sconosciuto fino a noi, come a dirci: “Anch’io sono come te”. Ho capito che la consapevolezza che non siamo soli, ci dà la forza per riconoscere la nostra individualità. Il tutto per il niente, il niente per il tutto… sembra un controsenso, ma nella vita si comincia a vivere solo quando si assapora davvero qualcosa e non riusciamo mai ad assaporare qualcosa se non ne conosciamo l’esatto contrario. È per questo che ho iniziato a scrivere, per sentirmi parte di questo tutto, tanti anni fa. Poi mi sono fermata perchè credevo che per dire qualcosa agli altri si dovesse essere esemplari, perfetti, unici, ma non è così. Un giorno ho letto uno scritto del Manzoni, che parlava proprio di questo. Da allora ho capito che quando cerchiamo di dare coraggio a qualcuno, anche se non l’abbiamo, è coraggio che possiamo dare, poi, poco a poco, cominceremo ad averne anche noi. La bellezza della vita sta nell’essere se stessi, pregi, difetti, percorsi e destini. Poca importanza hanno le persone che ostacolano il nostro cammino, poichè sempre dovremo ricordare che chi si occupa della vita degli altri è chi non ha trovato ancora piacere nella propria. Ma su questo sito c’è posto anche per loro. Non importa la strada che percorriamo. La strada è la meta. Vi auguro buona navigazione, ma fate attenzione: le parole sono solo parole se non le ascoltate con il cuore

Lucia Bonelli, detta Bocilla

novembre: 2018
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