Lucia Bonelli

Sogna e lascia vivere

La luna a Palermo

Palermo respirava senza sole. Dicevano che l’inverno portasse il gelo di un’estate dimenticata, eppure alle stelle non sembrava fosse così. Rimasero meravigliate, stupite da quella strana terra che in così tanta luce, rifletteva sul mare il disegno di una Conca amata, violenta, sublime, quasi maledetta d’amore. Non riuscirono a scendere dal firmamento, e chiesero alla luna di piegarsi su quel promontorio, nella sua ora più bella, nella sua ora più piena. Così fece, e in un momento di magistrale splendore, ella si posò sulla città. La notte non conobbe buio, e la paura non trovò strade da percorrere, né vuoti da colmare. Niente riuscì a vincere sulla bellezza. Niente dominò il fiato rotto di chi, in ginocchio, venerava quel quadro, davanti al mare che sposava ancora la terra, infiammando gli uomini di desiderio e passione, inconsapevoli cittadini di sogni e paure. Cento e cento finestre distese sulla tela benedetta. Mille e mille sogni, dentro case sorridenti di vita e ferite dal dolore. Eccola la terra maledetta, eccola la terra benedetta. Oh, sublime piacere del profumo di zagara, non conosce stagione, e ricorda dovunque la terra che porti nel cuore. Non abbandonerà mai i tuoi occhi, anche se invasi da lacrime maledette, dovranno allontanarsi per vivere, sopravvivere, nutrirsi, resistere. È ancora là quel profumo. Ricopre la pelle, diventa una carezza di sale amaro, di giorni fritti di sapori e colori. Si stende sugli occhi aperti, spalancati su un porto che accoglie chi viene da lontano e chi, lontano, è costretto ad andare. Non si ferma lo sguardo, percorre ancora quella Cala di onde lente e stanche, quella Cala di colori e di tramonti distesi sul fianco della chiesa della Catena che di Palermo narra la storia vera. Continuano i passi incerti dello sguardo innamorato. Attraversano il centro di una storia dimenticata, si fermano davanti a vecchi portoni che sembrano nascondere la fame e la sete, spalancandosi invece in ampi squarci di storia e cultura. Oh, che meraviglia! Oh, che incanto! Dio, hai dimenticato di darci un nome e, curioso di vedere quanti nomi potessimo avere, hai lasciato che troppi ci dominassero, per essere tutti schiavi e padroni di una bellezza che non è di nessuno e a tutti appartiene. Una bellezza che, come un mosaico di un’altra epoca, si componeva del Paradiso e dell’Inferno, e diventava Palermo. Lo sguardo continua a camminare e si ferma, addolorato davanti lapidi, tristi memorie del sangue che i potenti hanno lasciato che venisse versato. Ci sentiamo in colpa, vogliamo chiedere scusa… ma per quale peccato? La sola colpa che conosciamo è quella di essere poveri, di vendere la nostra terra come scenario maledetto di storie che registi del male, scrivono per noi. Film di sangue, onestà e paura. Eppure abbiamo accolto anche chi, la paura, voleva mandarla via. Sono venuti a casa nostra per salvarci, e quando erano a un passo dal nominare i registi di quel teatro, sono stati uccisi, dall’alto, da chi, al di là di questo stretto, è abituato a commemorarci, a chiamarci terra maledetta, quando di maledetto, noi, abbiamo accolto solo i loro passi. Continuano a venire qui, nei giorni del ricordo, nei giorni della memoria e i carnefici ricordano le vittime. Non ne abbiamo bisogno. Noi non dimentichiamo. Continuiamo a ricordarli, mentre la luna cala sul promontorio. Palermo si inchina e ringrazia per questa visita celeste. Il silenzio torna, il dolore si muove ancora là, da qualche parte, ma noi non abbiamo paura, perché siamo nella bellezza, ed è lì che sta la chiave del mondo

Testo: Lucia Bonelli
Foto: fotografa Giulia Savasta

La luna

 

Mi dicevano che la luna dimentica gli uomini, quando gli uomini si dimenticano di lei, così ho mosso mari e monti per chiederle scusa. Ho attraversato deserti, solcato mari, combattuto nuove guerre. A nulla è valsa la paura. Lei era sempre lì, in un cielo stellato macchiato di rosso e d’arancio. Era la fine della notte e quella, finalmente, era l’alba di un nuovo giorno. Non temere le parole della gente. Ogni storia gonfia la bocca dell’uomo fino a diventare leggenda. Sii sordo alla calunnia e quando dubiti delle stelle, spiega la scala della speranza, troverai di più di quello che cerchi, troverai la luna in un cielo di stelle

La Regina Della Tela

https://www.facebook.com/lucia.bonelli1
Opera dell’artista lucana Lucia Bonelli https://www.facebook.com/lucia.bonelli1

Sospende l’attesa quel desiderio disteso al sole del nuovo giorno. Sorride ruffiana al piacere del mondo che la sfiora, che la cerca, che non la trova, non la trova mai. Cento colori, venti rubini, foglie d’autunno, riflessi sublimi. Tutto in un quadro, senza cornice, senza confini. Rosso del fuoco, giallo di tela, sfiorano gli occhi, sospira la sera. Verde d’un bosco, azzurro  di speme, si accende l’autunno fra tutte le tele. Corre deciso, scivola sulle spalle… nude di vento, danzano come farfalle. Bronzo prezioso, oro sublime, scivola sull’olio, sul collo e sulle cime. L’argento sposa il  bianco, proteggendolo come fosse stanco. Concerto di colori fra cento capolavori. E’ l’occhio sognatore, che cerca il nuovo albore. La trova… distesa sul’altare fra le mani di vernice, indecisa fra le pieghe del nuovo getto di colore. E’ una donna. E’ un bagliore. E’ un riflesso sulla tela. Si avvicina l’emozione. Si concede al desiderio di parlare con il tempo e, nel tempo,  è un incanto quella bocca, fra le labbra è il paradiso. Un dipinto, solo un sogno, sul calare della sera. E è un incanto, di luce accesa, che nessuna forma cela, perchè lei, o amati occhi, è la regina della tela

Nuvole bianche – Nasce il giorno e il nuovo fiato

13537685_1709164292637491_3475804095250883366_nNuvole bianche scaldano l’inverno nuovo e si dimenticano di lei, sul ciglio del sole; abbandonata, libera, come senza vento, senza notte; bianca come il cielo di luce, che occhio umano non può vedere. La musica incalza e corre, corre senza passi. Non ha gambe, nè ali, solo piedi di vento. Si poggia su di te, nuvola sospesa. E’ una musica sublime, senza tempo, nè confine. Si sposa al cuore, raccontando alle ferite, la saccenza di un amante che, testardo e innamorato, soffia forte su quel cuore, presuntuoso di risposte e soluzioni. Il giorno non è pieno e non è caldo, non è freddo e non è vuoto. Mezzogiorno leva il tempo del ricordo. Si ferma ancora il vento, lontano, incontrollato; ricaccia prepotente ogni nome e ogni niente. Si avvicina. Non la guarda, ma sospira e, lento, avanza. L’accarezza promettendole che niente sarà più solo ricordo, ma ha paura, lei, non sente. Non concede il suo respiro. Fugge ancora. Poi ci pensa, circondata da quel mezzo cielo bianco. Mezzogiorno è alto in cielo. Lento brucia ogni dolore. La corteggia. Non si arrende, ma lei fugge sorridendo. Forse è presto, si distende. Io ti salvo, lui risponde. Un profumo di bambagia. Una nuvola che soffia, fra le vesti, prepotente. È l’amore, che sorprende e non si arrende che combatte anche il passato, lo combatte col presente. Ogni angolo smussato, dai dolori levigato, si concede in un istante a quel sogno, finalmente. In un attimo è leggera, una nuvola anche lei, fra le nuvole, anche lei… Tutto sfiora la sua pelle. Non c’è veste, nè materia; la memoria è leggera e, nel cielo, si fa sera. Non la lascia. Non la perde. Lui la ama. Lei lo sente. Chiude gli occhi. Sente il tempo, le rincorse, le risate e ogni attimo è certezza. Cielo, monte, mare e ambrosia. Si trasforma in un istante… poi incanto… e promesse… e sorrisi sulla pelle. Lei non teme più il passato. Si distende sul dolore, nasce il giorno e il nuovo fiato. Seni, liberi e ruffiani, nel disegno complicato che  dal monte fino a valle, sfiora e scivola sul ventre e, ubriaco di sapore, lascia entrare primavera, che schiudendosi all’amore, si concede alla delizia, al concerto dell’intesa. Or distesi al nuovo sole, è un incanto, un incanto il loro amore

La lingua rossa – Storia di un amore

QUIET TOWN di Leonid Afremov
QUIET TOWN di Leonid Afremov

C’era una volta, tanto tempo fa, una città distesa sul mare. Non c’era giorno in cui il sole abbandonasse il cielo, nè pomeriggio in cui la pioggia piangesse troppo a lungo sulle panchine, sulla gente e sulle barche. L’imperituro sole tornava prepotente, colorando la tela accesa di quel piccolo mondo. Il tramonto sposava la pioggia senza che il vento lasciasse i colori del rosa, dell’arancio e della passione, distesi sugli abitanti di quella vecchia città

RAIN PRINCESS di Leonid Afremov
RAIN PRINCESS di Leonid Afremov

Fu proprio in uno di quei pomeriggi di aprile che la nostra storia ha inizio. Qualcuno, ai bordi della strada, suonava una musica al pianoforte e il cielo piangeva delicato, muovendo il vento, suo complice, nell’attesa del prossimo sole Lucilla era convinta che niente accadesse per caso. Per questo motivo, continuava a camminare cercando il coraggio di incrociare tutti i segnali che la vita le mostrava, con la voglia di viverla quella vita, di viverla davvero… o così credeva, fino a quel momento, fino a quella sera… la sera in cui ha inizio la nostra storia. Lucilla aveva tante paure, troppe paure, ma sorrideva, sognava e non piangeva, non piangeva mai

PRETTY NIGHT di Leonid Afremov
PRETTY NIGHT di Leonid Afremov

Anche Marco camminava solitario lungo la stessa strada. Lui, paure, non ne aveva e se ne aveva, non le mostrava mai. Tutti pensavano di conoscerlo, ma pochi sapevano davvero chi fosse. Conoscevano la sua risata, ma non il suo sorriso, conoscevano il colore scuro della sua giacca nera, ma non quello che nascondeva. Guardavano la sua vita in mezzo a tante altre persone, ma non sapevano quanto si sentisse solo. Lui non era stanco, non era mai stanco di essere stanco. Aveva il sonno composto di chi non conosceva la notte per riposare e continuava a camminare per la sua strada perchè, nonostante tutto quello che accadeva, i colori di quel mondo, lui, li conosceva bene… o così credeva, così credeva fino a quella sera, la sera in cui ha inizio la nostra storia

THE BRIDGES OF AMSTERDAM di Leonid Afremov
THE BRIDGES OF AMSTERDAM di Leonid Afremov

C’era un ponte alla fine di quella strada. Nè Lucilla nè Marco pensavano che i ponti fossero stati messi al mondo per essere attraversati, per regalare la meraviglia di scoprire cosa ci fosse dall’altra parte. Quella sera il destino un ponte l’aveva messo: alla fine della strada di Marco, all’inizio della strada di Lucilla. E l’aveva fatto così, il destino, senza chiedere permesso. Non aveva suggerito loro di attraversarlo, nè di seguire quella strada, ma li aveva preparati. In tutte le notti trascorse li aveva immersi nei sogni che presto, avrebbero svelato il sublime significato, poichè il destino lo sapeva bene che un sogno non è mai solo un sogno; un sogno è la lingua rossa della vita che ci ricorda chi siamo, che ci insegna chi essere per tornare ad appartenerci davvero. La lingua rossa ci ridà il  sapore dell’amore, il gusto della passione, la vita e il colori che, spesso, di giorno, non riusciamo a vedere. Fu così che attraversarono quel ponte. Quella sera. Lo attraversarono

CENTRAL PARK di Leonid Afremov
CENTRAL PARK di Leonid Afremov

In un attimo fu delizia e stupore. Si trovarono in mezzo a tutti coloro che attraversavano lo stesso ponte, loro… si trovarono. Non fu facile per gli altri capire come potesse essere possibile riconoscersi senza essersi mai visti, ma a Lucilla e Marco non interessava. Lei aveva paura, lui aveva coraggio per lei. Lui aveva paura, lei aveva coraggio per lui. La gente continuava a guardarli e, con fastidio, gli passava accanto cercando di fare ombra a quella luce… a tutta quella luce

KISS OF PASSION di Leonid Afremov
KISS OF PASSION di Leonid Afremov

Era tardi, troppo tardi. Nessuno può comandare la luce, quando nasce per volontà divina, qualunque sia la natura del divino che comanda l’amore. Le lingue verdi del sospetto e dell’inganno, continuavano a camminare vigliacche accanto a loro, ma loro non potevano udirle, non potevano udire null’altro che il sublime incanto della pelle colorata dal cuore. Liberi al di là dello spazio e del tempo, l’uno nutrito dal tocco dell’altra, dal respiro, dalla presenza, dal suono delicato di ogni parola. Lei continuava ad avere paura, lui a darle coraggio. Lui continuava ad avere paura, lei a dargli coraggio. Avrebbero voluto smettere di avere paura e riuscire a vivere senza quelle ombre del passato, senza le ferite, le parole dimenticate, i sogni non realizzati, e continuarono a tentare… ancora… ancora… ancora

LAST KISS di Leonid Afremov
LAST KISS di Leonid Afremov

Era sublime trovarsi, ogni volta. Al tramontare di ogni sole, Lucilla e Marco si ritrovavano senza usare labbra per proferire o mani per costruire, poichè ogni cosa era ingegno del sublime e incanto di un’alchimia che li consumava, nutrendoli. Lui le baciava le labbra, ricordandole tutto quello che era stata e promettendole, col suo tocco, tutto quello che sarebbe diventata. Lei gli stringeva i fianchi, attaccandosi a quella vita. Stringeva forte, per paura di cadere, per non ferirsi ancora… e stringeva così, in quel punto in cui il resto del mondo non sapeva più dove finisse l’uno e iniziasse l’altro

MOMENT OF PASSION di Leonid Afremov
MOMENT OF PASSION di Leonid Afremov

Sapevano che il loro tempo consumava i giorni e dilatava le attese di quelle parole che, ancorandoli al mondo, avrebbero dovuto unirli per sempre, ma non si chiedevano niente. Danzavano quando fuori pioveva e non avevano paura di tornare su quel ponte, di affrontare la pioggia, di ridere e ballare sotto quelle lacrime, convinti che nessuna pioggia avrebbe potuto raffreddare il loro amore. L’estasi del sublime non conosceva materia e nessuno riusciva a capire cosa potesse legare due persone che consideravano diverse, ma che erano simili più di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare, poichè non è diverso cioè che è dissimile, diverso è il diverso suono di due anime. Lei aveva paura, lui ebbe paura di darle coraggio. Lui aveva paura, lei ebbe paura di dargli coraggio

l 19Il rumore fuori si fece forte, fastidioso, prepotente e ogni persona di quel villaggio fece di tutto per chiudere quel ponte, sapendo che il passaggio della paura avrebbe reso il passo degli uomini impossibile, allontanandoli dal desiderio di attraversarlo, dalla voglia di scoprire e unirsi a quello che c’era dall’altra parte. Il compito delle lingue verdi era facile, complice della paura che ogni uomo porta dentro di sè e che, non credendo in se stesso, potrebbe nuocergli fino al punto di non riuscire più a sentire il proprio cuore. Fu così che il sublime si inginocchiò alla paura, dividendo le loro strade. Lei aveva paura, lui non le avrebbe dato coraggio. Lui aveva paura, lei non gli avrebbe dato coraggio.

COPENHAGEN MERMAID di Leonid Afremov
COPENHAGEN MERMAID di Leonid Afremov

In solitario dolore ella restò a osservare il mare, ricordando il breve tempo trascorso insieme a lui, incapace di spiegare al mondo come potesse essere possibile che pochi giorni superassero tutti gli altri tempi, le distanze e i millenari viaggi degli altri amori. Sarebbe stato impossibile spiegarlo, ma così era nel suo cuore e, sebbene fosse convinta che  niente potesse opporsi al destino, Lucilla sapeva che in quella fine c’era tutto l’amaro delle parole non dette, della leggerezza di un’assenza di paura che, lei, non aveva mai avuto. Adesso aveva paura. Non c’era lui a darle coraggio

MUSIC FIGHT di Leonid Afremov
MUSIC FIGHT di Leonid Afremov

Marco non era mai stato bravo a ricordare. Lui accendeva la musica, la forte musica che cavalcava il tempo, che non aveva distanze e, sì, forse nonostante tutto anche quella musica apriva una porta mai chiusa, ricordandole di lei, della sua pelle, del rossore che la infiammava ogni volta che la sfiorava, del sorriso che riempiva la stanza dei suoi occhi e di quello sguardo che gli dava il riflesso di una parte di sè. Non lo faceva spesso, non lasciava ai ricordi il potere di consumare i giorni. Aveva promesso a se stesso che avrebbe continuato a viverla quella vita, sempre, nonostante tutto, anche lì, nelle mani vuote che chiedevano di lei. Anche lì, nei corpi di tutte le donne che accompagnavano le sue notti, sui seni, sulle bocche, fra le gambe che non avrebbero lasciato ricordi. Aveva ancora paura. Non c’era lei a dargli coraggio

l 26Ma la vita ha una sola vela al comando di ogni respiro e, quella vela, quella vela chiamata destino, non poteva separarli senza avvalersi del complice vento che in ogni altro corpo e in ogni altre labbra avrebbe ricordato a Lucilla e Marco qualcosa di quel piccolo amore, di quei pochi giorni, quell’amore che così forte sembrava attaccato alle radici del cuore. Il sole continuò a sorgere, a tramontare… ancora… ancora… ancora, fino a che gli anni passarono e inconsapevoli di ogni altra cosa, giunsero al tramonto di un nuovo aprile. Lei l’aveva sognato, senza avere paura. Lui l’aveva sognata, senza avere paura

EXPECTATIONS di Leonid Afremov
EXPECTATIONS di Leonid Afremov

Lucilla si svegliò una mattina con un’unica certezza: la lingua rossa d’amore che aveva rivisto durante i sogni di quelle notti, non poteva essere stata un caso. Nessuna lingua verde avrebbe potuto capire, poichè chi porta il veleno e l’angustia nel cuore, non potrà mai sentire cosa cela la purezza stessa della parola amore e, osteggiandola, denigrandola e combattendola nella menzogna, la lingua verde non si accorge che essa stessa contribuisce a renderla immortale scoperchiando ogni vaso, liberando tutti i venti al richiamo dell’immortale sentire. Raggiunse una sponda senza ponte, si stese un’altra notte ancora, sognando la costruzione di un brillante nuovo ponte e lo sognò con tanto impegno, che al suo risveglio cento pittori disegnarono un ponte, là dove non c’era più memoria triste delle acque perdute. Dimenticò la paura, ebbe coraggio. Marco immaginò di ritrovarla al di là del ponte. Si ritrovò a camminare lungo quella sponda e decise, in pochi attimi, decise: lo avrebbe attraversato. Se qualcuno in una notte aveva costruito il disegno di quel ponte, lui sarebbe riuscito ad attraversarlo, sì, l’avrebbe fatto. Dimenticò la paura, ebbe coraggio

LAST KISS 2 di Leonid Afremov
LAST KISS 2 di Leonid Afremov

Ritrovarsi in un respiro. Osservarsi, poi cercarsi. Non fuggire, non staccarsi, non pensare di provarci. Non parlare, non sentire. Una gioia a mai finire. Era questo, dopo anni, quell’incontro del destino. Era un attimo, un’intesa, un ricordo e la pretesa di riavere in un secondo tutti i soli di quegli anni e le lune delle notti… e le stelle… e le montagne, le parole, le distanze, tutte quelle chiuse stanze. Ora c’erano le porte, spalancate, divorate dal quel tocco tanto atteso, cancellando dal suo seno le distanze mai esistite, nel respiro prepotente di quel tocco e del presente

BURGER JOINT di Leonid Afremov
BURGER JOINT di Leonid Afremov

Cento vite e una sola. Certo lingue e mille occhi. Tutti insieme e mai nessuno. Solo un fiume di racconti, di scoperte, di dolori. Tutto il filo del destino si dipana come vino sopraffino e al palato innamorato svela e scopre ogni inganno malcelato, ogni pagina di vita, verde sporco di antica invidia e levando il sipario svela ai due protagonisti ogni trama e colpo basso, che li ha resi tristi e vinti. Ogni cosa adesso è chiara. Ogni gesto mal riposto, ogni croce di delizia che, ruffiana nei dolori, ha svelato a lor signori, fra la gente, i bravi attori

l riserva 1Lucilla e Marco e il loro ponte, quella vita e le sue trame. Sol chi segue il proprio cuore è padrone del destino, marinaio e vela insieme. Come monito di vita, che si levi ogni sipario, che la pelle tremi ancora e le lingue tanto odiate ricacciate, ritirate nelle tane rinnegate. Or frustrate, prigioniere, nell’alcova del silenzio di una bocca, a non proferir parola, se non mosse dall’amore, gentilezza sopraffina di una vita che non sconta e non declina sotto il peso dell’inganno. E’ un fardello la congiura, che non dà giustizia alcuna. Si può vivere in un castello, anche il più bello, ma non vinci mai la guerra se l’amore è ancora lì, nella stanza sua più bella

 

Paolo Borsellino – un sognatore a Palermo

Paolo_BorsellinoQuando ero adolescente, un turista mi ha fermato per strada per chiedermi dove potesse andare per vedere la mafia, da allora mi sono sempre chiesta in che Italia vivessimo e quanta ignoranza ci fosse in giro per il mondo. Il 19 luglio appena trascorso molti hanno parlato dell’importanza o meno di partecipare alla commemorazione di Paolo Borsellino, personalmente trovo inutile commemorare ufficialmente un eroe, stando in piedi accanto a quella mancata giustizia che ha contribuito alla sua morte. Quindi il mio modo di ricordarlo e’ questa storia inventata, nella quale ho immaginato che lui tornasse in visita a Palermo per un giorno e sorridesse allo stesso mare che così tanto ha amato

Lucia Bonelli

“Mi scusi, per il Foro Italico, prendo da qua?” Il signore a cui avevo chiesto l’informazione portava un cappellino di quelli sportivi, non sembrava tanto grande, ma dal passo incerto non capivo se fosse di qua o se fosse un turista come me. Il mio dubbio non durò che un attimo, mi bastò sentirlo parlare, anche solo sentirlo respirare l’aria vicina del mare, così come stava facendo. Si girò verso di me e mi guardò con un sorriso misto alla presa in giro e alla riverenza

“Certo che è di qua. Può venire con me, io sto andando là”. Quello che seguì a quelle parole fu stupore e meraviglia. Mi sembrò che per un attimo di tempo il mondo si fosse capovolto, che gli anni non fossero passati e che la linea del tempo non fosse mai esistita.

“Ma lei è…” azzardai senza che mi lasciasse finire la frase

“Un palermitano” mi sorrise

“No, no. Lei è…”

“Un vecchio palermitano..” mi interruppe di nuovo

“Lei è Paolo Borsellino…” la mia voce tremava e il mio passo era rimasto dietro il suo che avanzava più deciso. Indossava una polo verde e i suoi baffi non erano cambiati. Non un filo bianco aveva appesantito la sua figura cheBorsellino sembrava ferma a molto prima di… sì insomma, molto prima che…

“Allora ci muoviamo?” interruppe di nuovo i miei pensieri, mentre io, in preda a uno stato confusionale accelleravo il passo per raggiungerlo come i ragazzi corrono verso il pullman della gita scolastica.

“Non ci posso credere. Lei qui? Ma che ci fa qui? Non è… Sì insomma, lei dovrebbe essere..”

“Morto? Su avanti lo dica… o lascia sempre le frasi a metà lei?”

“Sì.. morto.”

“E allora? Lei mi vuole dire che non ha mai visto morti che camminano?” rise di gusto “Sa quanti ne ho visti io, persino quando mi guardavo allo specchio. Aspetti un minuto, sente che odore?”  il passo ancora più veloce, stentavo a stargli dietro. Si stava dirigendo verso uno stigghiolaro all’angolo della strada. L’odore classico di una Palermo indimenticata “Ecco, venga qua, così lo capisce cos’è che fa resuscitare i morti a Palermo”. Salutò il signore alla cucina e continuò

“Com’è che non l’hanno riconosciuta?” chiesi spaventato

“Chi?”

“Quel signore, com’è che non l’ha riconosciuta, tutti conoscono la sua faccia. Lei lo sa che oggi è il 19 luglio vero?”

“Lo so io, i miei baffi, le mie gambe, le braccia, il cuore. Sapesse quanto sono più leggeri da quel 19 luglio”

“Sa che tutti le farebbero una domanda al posto mio?”

“Come se già non me ne avesse fatte abbastanza vero?” rise ancora

022230303-f3ea872b-d5bd-4c70-ae55-234ff422d6ec“L’agenda rossa… Sì, insomma. Che fine ha fatto?”

“E come faccio a dirglielo? Se io le parlo del passato, le stravolgo il futuro e alla fine neanche il presente esisterebbe più. Non è importante l’agenda. Non c’è niente di più di quello che la gente non voglia vedere. Lei le sa le tabelline?”

“Le tabelline?” continuavo a sentirmi entusiasta da una parte e divertito dall’altra. Aveva questo modo di parlare di cose gravi caricandole di sarcasmo che adesso stavo riconoscendo

“Sì, le tabelline.”

“Certo che le so.”

“Ecco appunto. C’era questo nell’agenda rossa, nè più nè meno. Non c’era niente che non sapessero tutti e c’era tutto quello che per capirlo, per capirlo davvero, bastava fare due più dure. Pure oggi, lo sa? Pure oggi..”

“Pure oggi cosa? Si era distratto di nuovo perchè stavamo arrivando a piazza Magione

“Santa Rosalia che odore!”

“Quale odore?” mi girai intorno confuso cercando di sentire qualche odore proveniente da qualche cucina, ma non c’era niente, solo pietre, terra e sedie

“Ma lei da dove viene?”

“Da Treviso.”

“E non lo sente questo odore di zagara? Questo odore di sale, di sole e di terra bruciata? Ah che mancanza, che Paradiso”

“Sì, lo sento” gli sorrisi e lo guardai così felice come forse non lo avevo mai visto in televisione

“L’inferno è più saporito del Paradiso lo sa? E ogni tanto tornarci non fa male”

“Lei non ce l’ha con Palermo?”

“Con Palermo?” Rise della risata più fragorosa fino a quel momento. “E perchè?”

“Perchè non l’hanno saputa difendere. Perchè non l’hanno salvata. Sì, insomma, perchè… perchè è morto”

È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore Borsellinouna volta sola”

“Era qualcosa che aveva preso in considerazione”

“Io accetto, ho sempre accettato le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli. La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi, come viene ritenuto, in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro”

“Non è mica così facile non avere paura. Non siamo tutti eroi. A volte abbiamo paura di tante di quelle cose così stupide, nella vita di tutti i giorni”

“La paura è normale che ci sia, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo che ti impedisce di andare avanti”

“E’ per questo che non ce l’ha con Palermo?”

mafia-clipart-bigger-version-hi“Non ce l’ho con Palermo. Ce l’ho con Roma, con l’Italia, con l’Europa, con il mondo, perchè è là che stanno gli sciacalli, quelli che piegano la testa al malaffare, quelli che il malaffare lo rappresentano, lo articolano, lo vendono, lo spacciano, lo fanno sedere in Parlamento, nelle poltrone di potere..”

“Ma oggi c’è l’Antimafia e abbiamo fatto tanti passi avanti” rise in un momento come questo in cui non me l’aspettavo

“L’Antimafia funziona solo quando non combatte se stessa”

Si mise a parlare con un fruttivendolo che gli faceva assaggiare un pomodoro fresco di stagione. Mi raggiunse di nuovo e camminammo attraverso piazza Kalsa fino al mare

“Lo vede perchè non ce l’ho con Palermo? Guardi qua che bellezza, guardi qua che colori, che mare. Shh… lo sente”

“Cosa?” tesi l’orecchio

101“La confusione che c’è.. Il mare, i bambini che giocano per la strada, le macchine, i clacson, le lumache, l’autista per chi non digerisce, il limone la zagara e quello, lo vede quello?” indicò  una nava che stava lasciando il porto “Quello è il rumore più brutto di tutti, perchè quello è il rumore di chi se ne va, di chi non ce l’ha fatta, di chi ha scelto di non combattere o semplicemente di chi deve andarsene, perchè in qualche modo deve pure mangiare, deve lavorare per il sacrosanto diritto alla dignità umana, al rispetto, al nobile lavoro. Quello è il rumore più triste perchè deve suonare forte quella sirena e ci deve ricordare che tutti quelli che restano devono fare in mondo che loro tornino, che tornino presto, perchè un palermitano che se ne va non sarà mai cittadino del mondo, sarà sempre e solo un palermitano che vuole tornare. Le faccia ascoltare a tutti quelle sirene, e se ne venga qua quando sente di avere paura e immagini la paura di quelli che se ne vanno, quelli che domani mattina non lo vedranno più questo sole e si chieda se è giusto che lei debba avere paura e poi si concentri, perchè se qualcuno è rimasto è rimasto anche per loro e li deve fare tornare, li deve fare tornare”

“Ma se le cose vanno sempre in un modo, come possiamo credere che cambiaranno se quando qualcuno cerca di cambiare le cose poi muore ammazzato?”

“La vede quella bella femmina palermitana là, in fondo.. La vede?”

“Quella che prende il sole?”

“Sì, quella che prende il sole. Oggi lei la guarda e la vede come quella che prende il sole, ma gli uomini di qualche secolo fa sa come la vedrebbero? Come la donna che può votare, che può scegliere, che può dire quello che pensa, come la donna a capo di organizzazioni, di imprese, di ordini e quelle persone si chiederebbero “Ma che è successo?” Ecco perchè lei deve lottare lo stesso, perchè qualcuno prima di lei l’ha fatto per lei e le permette di essere libero, di camminare, perchè ha permesso a quella donna di votare, di essere considerata un essere umano alla pari con l’altro sesso, perchè lei ha libertà di dire come la pensa, di gridare sottovoce, di scrivere, di non smettere di parlare e la stessa cosa sarà per la mafia un giorno. Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene. E prima o poi farà tanto di quel rumore che non ve lo immaginare… Ma il vero problema della mafia non è la mafia.. sono i mafiosi”

“Quelli sì che fanno paura. Spero di non incontrarne mai” lui rise di nuovo

“Lo vede… E’ questo il problema. La gente deve smettere di lottare contro la mafia come un concetto astratto. La
imagesgente deve lottare i mafiosi che non sono le braccia armate delle campagne, i mafiosi sono in mezzo a tutti, il fruttivendolo, l’impiegato delle poste, il parlamentare, il panettiere. Noi tutti possiamo essere mafiosi, persino i picciriddi che si danno appuntamento alle tre del pomeriggio per  sistemare quella litigata a scuola, persino quelli sono mafiosi e mi creda, tutto si riduce alle madri e ai padri. Una madre che prende per le orecchie un figlio così e lo mette in carreggiata avrà creato un uomo pulito domani. Un genitore che va a rimporverare un insegnante perchè rimproverando un ragazzo lo ha ferito psicologicamente, sarà il genitore di un uomo che penserà che la vita, la libertà e i suoi desideri gli saranno dovuti e se li prenderà, nel bene e nel male,e per farlo userà tutti i mezzi. La mafia è la prepotenza dell’egocentrico che vuole possedere, che vuole essere… Questa è la mafia. Eccolo. Siamo arrivati” abbassò il tono della voce e mi guardai intorno, ma non c’era niente, solo prato e terra. Lui si chinò e cominciò a scavare con le mani

“Ma che sta facendo?” mi chinai a mia volta

“Lei è la persona che fa più domande che io abbia mai conosciuto e mi creda ne ho conosciute di persone che fanno domande!” finì di scavare e con mia estrema sorpresa tirò fuori un pallone da calcio. Era ricoperto di terra, ma lo ripulì con le mani e con la maglietta. Quando finì lo guardò soddisfatto “Eccolo. Ecco il motivo per cui sono venuto”

“Un pallone?”

1992-Giovanni-Falcone-e-Paolo-Borsellino_h_partb“Il pallone. E’ mio e di Giovanni Falcone. E’ così che ci siamo conosciuti ed è così che ci siamo divertiti e mi creda, il Paradiso è proprio un bel posto, ma i palloni di Palermo sono tutti un’altra cosa!”

“Giovanni Falcone?”

“Giovanni” ripetè

“Ho letto nel maggio appena trascorso quello che lei ha detto dopo la sua morte”

“Oh me lo ricordo bene. Ci sono tante teste di minchia: teste di minchia che sognano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello… quelle che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero… ma oggi signori e signore davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti… Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge”

“E’ triste. E mi riporta a chiedermi ancora perchè lottare”

“Chi sta correndo sa che suderà, altrimenti non sarebbe un bravo corridore. Chi sta guidando, sa che le ruote gireranno, altrimenti no riuscirebbe a muoversi. Chi sta vivendo deve lottare, altrimenti sopravviverebbe e che gli resterebbe da fare? Quattro aperitivi, quattro giornali scandalistici, un poco di sole in estate e miliardi di minuti da aspettare. Ma chi lotta lo vede che fa? Si gode la vita, se la fa sotto, continua a camminare, ma torna…se lo torna aKONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA prendere quel pallone, perchè le persone che lottano con te non te le dimentichi”

“E’ questa l’amicizia”

“L’amicizia non esiste ragazzo. L’unica persona di cui ti devi fidare è la tua mano, là inizia la tua fiducia e là finisce, un circolo, chiuso, sbarrato”

“Ma lei e Giovani eravate amici”

“Quella è la fratellanza è un’altra cosa. Se tu cammini lungo una strada e credi che il verde sia verde e lungo la strada incontri un’altra persona che come te pensa che il verde sia verde, allora vi unite e credimi l’arcobaleno diventa più forte più carico, perchè si carica di un colore in più. Ma è questa l’unica amicizia possibile, la fratellanza, il riconoscimento di una persona che crede in quello che fai perchè ci crede anche lui. Gli adulatori, i falsi amici, tutto il resto sono pericoli, minano il tuo cammino e ti scorticano le spalle”

“Ma come ha fatto a non avere paura?”

“Ho avuto paura ogni giorno, esattamente ogni giorno. Ma ho avuto una strana cosa, l’incoscienza di pensare che se stavo qua su questa terra, forse qualcosa di buono la dovevo combinare. A proposito, ora devo andare. E’ tardi e le donne non si fanno aspettare. Lei lo sa che le donne non si fanno aspettare vero?”

“Le donne?”

“Ho promesso ad Agnese un pranzo sul mare e non me lo voglio perdere”

“Sa che Agnese Borsellino è stata la donna che più ho ammirato? Non è mai diventata il fenomeno Borsellino, è rimasta sempre sua moglie, solo sua moglie e mi ha fatto credere che forse l’amore esiste. Giudice Borsellino, ma secondo lei l’amore esiste?”

07borsellino“Esiste tutto quello in cui crediamo e otteniamo solo quello per cui lottiamo, ma deve essere così, come questa terra” strinse un pugno di terra lasciandone cadere un po’ dalla mano “Semplice.. E la giustizia non è semplice, la giustizia ha bisogno di soldati della legalità e questi soldati spesso muoiono, perchè la legge non è uguale per tutti, almeno fino a oggi… Ma se lei crescerà dicendo di no, se i suoi figli cresceranno dicendo di no… Allora duecento pietre costruiranno una nuova cattedrale e quello sarà l’inizio di un nuovo mondo. Torni nella sua terra e dica a tutti che Lei la mafia non l’ha vista a Palermo, perchè ha capito che la mafia la può vedere dovunque, nella sua città, nel suo comune, nei comuni a un chilometro e in quelli a cento chilometri, ma gli dica che a Palermo ha trovato una conca piena di sale grosso, di passioni consumate e di dolcezze amare come questo sole che dalle altre parti quasi non esiste e che tutte le ferite prima o poi dovranno essere curate”

“Mi ricorderò per sempre di questa giornata.. non la dimenticherò mai…”. Mi sorrise e fece per andare via, poi rallentò il passo, si guardò intorno e tornò indietro, si piegò verso di me e sottovoce mi disse “Non è che per caso ha una sigaretta?”

Un messaggio dal tuo tempo

Quando il tempo confonde il battito del cuore con quello del resto del mondo, credi di dovere ritrovare il ritmo giusto, di adeguarlo al resto, di aspettare che il respiro perfetto ti ridia la forza di correre con lo stesso passo degli altri. Poi ti accorgi che niente di quello che aspetti forse è davvero quello che volevi, e che il destino, lungimirante, sapeva che non solo non era quello che volevi, ma non era neanche quello di cui avevi bisogno. Questo video deve essere ascoltato, letto, respirato, vissuto, quando siete da soli, quanto potete fare esplodere la musica di sottofondo che lo accompagna, come se ogni parola fosse sottolineata con il respiro del fuoco e l’esaltazione di uno stato che raramente si riesce a raggiungere.

Qualunque sia il concetto che voi abbiate di Dio, consideratolo come la natura, come un Dio cristiano o come chiunque possa rappresentare qualcosa in cui credete, perchè perdere le cose belle della vita solo perchè impegnati a ricordare i limiti che ci dividono per razza, lingua, religione, credenze, è solo una grande perdita di tempo. L’unica vera cosa che ci unisce sono le differenze che ci fanno diversi, unici, riconoscibili in un mondo di clonimat2

Tu che cammini stanco lungo la stessa strada di ieri perchè hai perso la voglia di percorrerla. Che hai cucito addosso una maglietta che ti sta bene perchè ha la convenienza e l’emozione con cui scendere a compromessi per andare avanti. Tu che pensi che basterà questo per renderti felice, basterà quella misura giusta, ma ripensi ancora a quella maglietta che vorresti avere il coraggio di riprovare e non ne hai il coraggio, perchè hai paura di rischiare, di restare di nuovo nudo

mat7Tu che stai correndo perchè hai imparato che chi va piano nella vita a volta rischia di dimenticare persino il suo stesso nome e allora corri, corri, corri, per non pensare, perchè sai che il rumore del vento contro il finestrino spalancato dell’auto si sposerà alla musica dell’autoradio e sarà perfetto, sarà come se la musica ti leggesse dentro e come se il vento lo sottolineasse e non saprai mai se sarai o meno felice, ma sai che riesci ancora a emozionarti e allora alzi ancora di più il volume della radio e ti godi la strada, ti godi la vita, di godi la meta

Tu che stai ridendo davanti a un panino, perchè l’ora di pranzo è appena arrivata e il lavoro ti ha stancato talmente tanto che speri che la pausa duri ancora di più del tempo che ti è concesso, ma non ci pensi più del dovuto perchè sei impegnata a ridere, a raccontare, a respirare nei racconti deglimat3 altri, nelle loro storie, nei loro occhi e saprai che questa sera avrai vissuto un altro tassello di questo puzzle così incasinato della tua vita che, sarà ancora un caos, ma che è tuo e sai che se tornassi indietro rifaresti ogni singola cosa sbagliata, ricrederesti in ogni singola persona, non avresti cura dei consigli degli altri perchè ti avrebbero sì condotto a un destino migliore, ma non ti avrebbero permesso di sporcarti le mani di lacrime, di passioni, di desideri, di baci mozzafiato, di respiri rubati, di attese infinite, di telefonate, di litigi silenziosi e riappacificazioni melodiose. E ne sei sicuro. Sì. Rifaresti tutto.

E a te, che ora leggi queste pagine, che ti chiedi in quale di queste persone tu possa identificarti. Eccoti il tuo di tempo. Quello che prendi per te. Oggi. Domani. Il giorno dopo ancora. E lo farai proprio nello stesso momento in cui ti renderai conto che ogni parte di te è una parte di tutti loro, di ogni singolo esempio, di ogni singolo caso, in ogni canzone che sentirai ci sarà una parte di te, una parte di lei, una parte di lui. Dei tuoi ricordi. Del tuo presente. E ti renderai conto che non ha senso continuare a vivere nel ricordo di un sublime passato, poichè la vita è fatta per andare avanti e forse quel passato è bello proprio perchè è chiuso in un tempo finito. Può sempre accadere che il passato torni a essere futuro, ma è una magia che spetta a quel silenzioso tessitore che si chiama Destino e che tu lo voglia o no, qualsiasi sia il nome che hai deciso di dargli, l’unico meraviglioso ruolo che potrai avere in questa vita sarà quello di essere artefice delle strade che sceglierai, degli errori che ti porteranno ad amare ancora di più questa meravigliosa partitura che ti incanta di infinito e di terreno e che dovunque, in ogni luogo, il mondo chiama vita

mat4Resta un essere sopra le righe, le tue righe!

Sorridi quando gli altri si chiedono che cose ti dia ancora la forza di farlo.

Muoviti come in una danza per fare del tuo corpo un’altra voce sensuale, confusa, inimitabile. Un messaggio dal tuo tempo. Un messaggio per ogni tempo

Scrivi anche se non riuscirai a fermarti. Scrivi di notte, al buio quando c’è solo una piccola luce e sai che sarà sufficiente. Che ti basterà. Scrivi sempre, anche quando gli altri ti regaleranno silenzio, perchè non avrai niente da rimpiangere. Perchè capirai che hai scritto talmente tanto che hai portato su l’anima, l’hai buttata sulla carta anche per tutti gli altri. E non importa se resterà il silenzio dalla bocca da cui attendevi parola. Perchè quello che hai scritto farà talmente rumore che non ti sentirai mai sola e alla fine sarà proprio quel rumore che arriverà fino all’altra parte del mondo. Un rumore che qualcuno ascolterà senza sapere che è nato là dove c’era silenzio e allora, sorridendo, leggerà tutte le tue parole. Riderà con te. Navigherà nei tuoi giorni, nelle tue storie, nelle tue lacrime, in ognuna delle tue parole e ti troverà.mat5Cavalcherà i cieli e i destini avversi e, al tramonto di tutti i giorni tristi, ti spoglierai di ognuna di quelle pagine, veli su veli e resterai nuda.. Ti sentirai divertita e il solletico del vento sulla riva del mare ti renderanno bambina di sorrisi e donna di desideri e all’improvviso sentirai un rumore nuovo, una bocca di parole che avevi dimenticato in un sogno di troppi anni fa. Avrai persino paura di voltarti, ma sentirai il passo impercettibile delle orme che infrangono onde, sabbia e vento. E un tocco, Quel tocco. E finalmente sorriderai

Foto di Matteo Nardone

Il bacio tanto atteso – Venere e Giove allineati nel cielo

Si avvicinava ogni notte di più. Ogni giorno la sognava e sapeva che, sebbene distante, lei lo avrebbe atteso. Aveva immaginato le sue notti, il suo angolo di cielo. Aveva immaginato di cavalcare una distanza che non poteva essere superata. Lei non poteva voltarsi, non riusciva a muoversi, ma sorrideva e lo sentiva sempre più vicino. Lo capiva da quel piccolo pianeta terra che ne parlava da giorni e da tutti quegli occhi che continuavano a guardarla. Preannunciato da una notte dal tramonto rosa, quel giorno era arrivato e l’incontro era attesa, era speranza, era vicinanza, finalmente. Guardò un attimo in giù e vide miliardi di occhi umani rivolti al cielo e per la prima volta una stella capì cosa significasse una trapunta di luci, di colori, di sogni, di speranze e capì quanto la sua attesa fosse condivisa, ammirata, desiderata e sorrise pensando al popolo di sognatori che dovevano tenere il naso all’insù per continuare a sperare. In un attimo li ricordò  avvinti dal sangue, dalle lotte e dal dolore e stentò a riconoscere in loro gli stessi occhi che ancora erano capaci di meravigliarsi per un bacio distante chissà quanto tempo e quanto spazio al di là del loro cielo. Lui le fu accanto e respirandola in uno stesso angolo di cielo si posò su di lei. Rosata di vergogna e d’attesa lei lo accolse incredula che finalmente il tempo li avesse ricongiunti e ricordò a se stessa le lacrime che aveva versato, i giorni in cui lui era stato così distante tanto da non riuscire neanche a immaginarlo. E sorrise. E pianse. E rise. E tremò. L’attesa non era stata vana e miliardi di occhi all’insù avrebbero testimoniato che solo i più grandi amori creano nel firmamento il sublime spettacolo di un incontro che non aveva tradito l’attesa e l’incanto di chi, dietro agli occhi, aveva dimenticato per un attimo tutto il dolore e aveva sentito dentro al cuore l’incanto di un infinito sentire

giove e venere

I miei libri

I miei libri

Lucia Bonelli (bocilla)

Da quando l’universo ha preso forma le domande dell’uomo sono rimaste le stesse. Dolore e paura, ansia e gioia, forza e debolezza; tutto insieme, tutto quello che ci dà il nome di 'uomini'. Eppure sentiamo di essere qualcosa di talmente complesso, da non poter essere compresi. Poi un giorno apriamo un libro e troviamo una frase, una parola, una poesia, che sembrano elevarsi da un posto sconosciuto fino a noi, come a dirci: “Anch’io sono come te”. Ho capito che la consapevolezza che non siamo soli, ci dà la forza per riconoscere la nostra individualità. Il tutto per il niente, il niente per il tutto… sembra un controsenso, ma nella vita si comincia a vivere solo quando si assapora davvero qualcosa e non riusciamo mai ad assaporare qualcosa se non ne conosciamo l’esatto contrario. È per questo che ho iniziato a scrivere, per sentirmi parte di questo tutto, tanti anni fa. Poi mi sono fermata perchè credevo che per dire qualcosa agli altri si dovesse essere esemplari, perfetti, unici, ma non è così. Un giorno ho letto uno scritto del Manzoni, che parlava proprio di questo. Da allora ho capito che quando cerchiamo di dare coraggio a qualcuno, anche se non l’abbiamo, è coraggio che possiamo dare, poi, poco a poco, cominceremo ad averne anche noi. La bellezza della vita sta nell’essere se stessi, pregi, difetti, percorsi e destini. Poca importanza hanno le persone che ostacolano il nostro cammino, poichè sempre dovremo ricordare che chi si occupa della vita degli altri è chi non ha trovato ancora piacere nella propria. Ma su questo sito c’è posto anche per loro. Non importa la strada che percorriamo. La strada è la meta. Vi auguro buona navigazione, ma fate attenzione: le parole sono solo parole se non le ascoltate con il cuore

Lucia Bonelli, detta Bocilla

luglio: 2018
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