Lucia Bonelli

Sogna e lascia vivere

La luna a Palermo

Palermo respirava senza sole. Dicevano che l’inverno portasse il gelo di un’estate dimenticata, eppure alle stelle non sembrava fosse così. Rimasero meravigliate, stupite da quella strana terra che in così tanta luce, rifletteva sul mare il disegno di una Conca amata, violenta, sublime, quasi maledetta d’amore. Non riuscirono a scendere dal firmamento, e chiesero alla luna di piegarsi su quel promontorio, nella sua ora più bella, nella sua ora più piena. Così fece, e in un momento di magistrale splendore, ella si posò sulla città. La notte non conobbe buio, e la paura non trovò strade da percorrere, né vuoti da colmare. Niente riuscì a vincere sulla bellezza. Niente dominò il fiato rotto di chi, in ginocchio, venerava quel quadro, davanti al mare che sposava ancora la terra, infiammando gli uomini di desiderio e passione, inconsapevoli cittadini di sogni e paure. Cento e cento finestre distese sulla tela benedetta. Mille e mille sogni, dentro case sorridenti di vita e ferite dal dolore. Eccola la terra maledetta, eccola la terra benedetta. Oh, sublime piacere del profumo di zagara, non conosce stagione, e ricorda dovunque la terra che porti nel cuore. Non abbandonerà mai i tuoi occhi, anche se invasi da lacrime maledette, dovranno allontanarsi per vivere, sopravvivere, nutrirsi, resistere. È ancora là quel profumo. Ricopre la pelle, diventa una carezza di sale amaro, di giorni fritti di sapori e colori. Si stende sugli occhi aperti, spalancati su un porto che accoglie chi viene da lontano e chi, lontano, è costretto ad andare. Non si ferma lo sguardo, percorre ancora quella Cala di onde lente e stanche, quella Cala di colori e di tramonti distesi sul fianco della chiesa della Catena che di Palermo narra la storia vera. Continuano i passi incerti dello sguardo innamorato. Attraversano il centro di una storia dimenticata, si fermano davanti a vecchi portoni che sembrano nascondere la fame e la sete, spalancandosi invece in ampi squarci di storia e cultura. Oh, che meraviglia! Oh, che incanto! Dio, hai dimenticato di darci un nome e, curioso di vedere quanti nomi potessimo avere, hai lasciato che troppi ci dominassero, per essere tutti schiavi e padroni di una bellezza che non è di nessuno e a tutti appartiene. Una bellezza che, come un mosaico di un’altra epoca, si componeva del Paradiso e dell’Inferno, e diventava Palermo. Lo sguardo continua a camminare e si ferma, addolorato davanti lapidi, tristi memorie del sangue che i potenti hanno lasciato che venisse versato. Ci sentiamo in colpa, vogliamo chiedere scusa… ma per quale peccato? La sola colpa che conosciamo è quella di essere poveri, di vendere la nostra terra come scenario maledetto di storie che registi del male, scrivono per noi. Film di sangue, onestà e paura. Eppure abbiamo accolto anche chi, la paura, voleva mandarla via. Sono venuti a casa nostra per salvarci, e quando erano a un passo dal nominare i registi di quel teatro, sono stati uccisi, dall’alto, da chi, al di là di questo stretto, è abituato a commemorarci, a chiamarci terra maledetta, quando di maledetto, noi, abbiamo accolto solo i loro passi. Continuano a venire qui, nei giorni del ricordo, nei giorni della memoria e i carnefici ricordano le vittime. Non ne abbiamo bisogno. Noi non dimentichiamo. Continuiamo a ricordarli, mentre la luna cala sul promontorio. Palermo si inchina e ringrazia per questa visita celeste. Il silenzio torna, il dolore si muove ancora là, da qualche parte, ma noi non abbiamo paura, perché siamo nella bellezza, ed è lì che sta la chiave del mondo

Testo: Lucia Bonelli
Foto: fotografa Giulia Savasta

Ne è valsa la pena

“Fulvio… Quegli occhi. Quel paio d’occhi che brillavano… Sembravano due fari. Due torce. E quel sorriso così accecante. Sembrava di vedere il sole quando lei rideva. Credimi, Fulvio, quando un uomo si sente addosso quello sguardo, quell’espressione, ma è inevitabile che gli esploda qualche cosa dentro. Tu pensi che io c’ho avuto soltanto un infarto, ma io ne ho avuti tre, quattro, non lo so nemmeno io quanti ne ho avuti. Il primo sicuramente quando ci siamo visti la prima volta. Poi il secondo quando mi ha accarezzato, e il terzo quando ci siamo baciati. Stavo per rimetterci le penne, Fulvio, lo sai, però se qualcuno mi facesse la fatidica domando: “Ernesto, ne è valsa la pena?” Io risponderei: “Ne è valsa la pena. Ne  èvalsa veramente la pena!”

C’è la neve nei miei ricordi.
C’è sempre la neve.
E mi diventa bianco il cervello se non la smetto di ricordare.
Tanto, qui sotto, nulla è peccato

Il tempo ritrovato – Intervista a Babette Brown

 

Ci sono persone che vorresti conoscere meglio, altre che sono come occhiali da sole in una giornata di pioggia e altre ancora che sono il sole, in quella pioggia. Quando si leggono le parole di Babette Brown, è questa l’impressione che si ha, nel bene e nel male. Arrivi in punta di piedi, chiedi permesso e in due parole rompe gli schemi. Riesce a essere intensa come un capitolo che in qualche modo ti lascerà un segno, e pungente come chi dice le cose esattamente come stanno, senza girarci troppo intorno.  In un mondo come quello in cui circolano scrittori e lettori, è facile elevare le persone a falsi miti, per poi farle crollare in un secondo. Babette, invece, resta, c’è, agisce, coordina, propone, incita e riprende, ma soprattutto, sogna, sempre. Oggi le mie parole sono superflue, quindi, lasciamo parlare lei… Prima di leggere l’intervista vi ricordo dei riferimenti importanti:

1) Babette Brown e la sua scrivania. Se potessi scegliere una vista, cosa si vedrebbe dalla finestra di fronte alla tua scrivania?

Sono già fortunata, perché dalla mia finestra vedo parte del giardino e, oltre la strada, il parco del laghetto. Certo, se ci fosse una di quelle spiagge candide, con l’acqua azzurra… Magari, con un unicorno che legge il giornale e un drago che fa il bagno.

 

2) Il libro che non vorresti avere letto, perché ha toccato qualcosa in te che non volevi sfiorare?

Non mi è mai accaduto. Penso che sarebbe stato devastante. Ho l’abitudine di analizzare me stessa in continuazione, di ritornare su frasi dette e azioni. Cerco sempre di spiegarmi a me stessa, con un lavoro che talvolta fa soffrire.

 

3) Chi è Babette Brown? In una frase raccogli qualcosa di te che vada al di là dell’anagrafica, della forma delle tue labbra e del colore dei tuoi occhi.

Una vecchia signora, cui viene da ridere, quando si guarda allo specchio. Perché vede sempre una ragazza di sedici anni e questo rende problematico il trucco e parrucco.

 

4) Aiutare gli altri? Passione e inclinazione naturale o mestiere che a volte stanca più di quanto dovrebbe?

Inclinazione naturale. Mi viene spontaneo. Sono accudente nei confronti degli amici, ma anche di perfetti sconosciuti. La motivazione? Decisamente egoistica: mi fa sentire bene.

 

5) Lavorare a un libro che è lontano dal tuo modo di pensare in tutto e per tutto, interferisce sulla riuscita del lavoro?

Leggere e recensire un libro del genere mi fa sudare sangue. Sento tutto questo come una violenza. Il lavoro diventa ostico, ma lo vivo come una sfida da vincere, a qualsiasi costo.

 

6) La parola che ti è mancata nella tua vita?

Manca alla vita di tutti: gentilezza. Il mondo in cui viviamo è molte cose –bellissime e orrende- ma non è un mondo gentile. E ormai, ho perso la speranza che possa diventarlo. Nella mia piccola oasi di umani e animali, la gentilezza vive ogni giorno, ma non basta.

 

7) Una carriera ti ha fatto diventare professionista della parola, credi che oggi si possa diventare auto-professionisti della parola o l’indotto editoriale, percorso universitario, curriculum lavorativo, siano ancora fondamentali?

Credo che siano ancora fondamentali. Certo, se leggi l’elenco dei libri di successo per vendite e recensioni positive, ti rendi conto che la mia affermazione è vana ed elitaria. Sembra che l’analfabetismo di ritorno abbia colpito non pochi autori e troppi lettori.

 

8) La citazione che intrappola il tuo ricordo più triste?

“Alcuni dicono che la pioggia è brutta, ma non sanno che permette di girare a testa alta con il viso coperto dalle lacrime.” È di Jim Morrison. Lo so, ti saresti aspettata il Bardo o un altro famoso scrittore. A me va bene così, ricorda un giorno di tristezza assoluta. E nota che, di solito, piango per i cuccioli feriti, per i film sentimentali, quasi mai per me stessa.

 

9) La citazione che accoglie il tuo ricordo più felice?

“La felicità è un cucciolo caldo”. È Charlie Brown che parla. 18 marzo, di tanti anni fa. Al canile municipale, stringo a me un cucciolo di cane. Caldo, morbido. Il cuore che batte sotto la mia mano. Una testa che si appoggia fiduciosa. Un momento di perfetta felicità.

 

10) Il primo animale della tua vita è arrivato per necessità del cuore o per casualità del destino?

Necessità del cuore. Trasferita in una città sconosciuta, in mezzo a persone sconosciute, la mia prima gatta ha creato la “casa” intorno a me.

 

11) Il personaggio letterario che vorresti conoscere?

La volpe de “Il piccolo principe”. Ci assomigliamo. Potremmo chiacchierare per ore.

 

12) L’autore che ti ha insegnato molto?

Attingo a ricordi lontani. Alessandro Manzoni. Impossibile fare a meno della sua lingua, del suo rigore e del suo stile. Odiato a quindici anni. Idolatrato a diciotto. Un amore che non finisce.

 

13) Il sesso nella letteratura crea falsi miti, condanna all’insoddisfazione reale o aiuta la fantasia e supporta il reale?

Un po’ e un po’. Certo che crea falsi miti! Però supporta la nostra fantasia e ci fa sopportare una routine che non ha molti voli pindarici (sono single da secoli, eh!).

 

14) Se dovessi scegliere fra due romanzi finalisti di un concorso in cui il tuo voto è decisivo ed entrambi sono perfetti nella forma, nell’espressione, nell’intreccio della trama e nell’emozione che ti hanno lasciato, quale genere sceglieresti fra l’erotico e il fantasy?

L’erotico: mi diverte di più. L’ho già detto che sono egoista?

 

15) Hai la possibilità di aprire una libreria immensa. Il locale è libero, devi scegliere solo il nome e tre collaboratori. Che scelte fai?

Il tempo ritrovato. Tre librai di una volta, quelli che conoscevano ogni libro, perché lo avevano letto e ne avevano parlato con altri appassionati.

 

16) La libreria, più luogo di vendita o più associazione dinamica di incontro lettori-scrittori?

Se non diventa un luogo di vendita (e vende bene), non può permettersi di essere anche un’associazione dinamica (mi piace il termine!) di incontro fra lettori e scrittori. Ricordo la Libreria Croce, a Roma, variegato approdo di chi scriveva e di chi leggeva. Serate indimenticabili (ero una ragazzetta e mio padre mi portava perché gli facessi “da spalla”) La libreria ha chiuso, ma Remo Croce rimarrà sempre nel mio immaginario come uno stregone benefico che faceva apparire storie meravigliose. E tu potevi parlarne con chi le aveva scritte. Ho ancora i brividi.

 

17) Il desiderio che porti nel cuore?

Tornare all’età di sedici anni, con la testa di oggi, e vivere mille anni. Troppo, vero?

 

18) Stroncare sempre con eleganza o lasciarsi andare ed essere ruvide come noi donne a volte riusciamo ad essere?

Dovrei dire “stroncare sempre con eleganza”, ma quando leggo congiuntivi sbagliati e avverbi di modo in –ente, mi sale la voglia di strage. Afferro la mannaia e… D’accordo, qualche volta sono ruvida.

 

19) Cosa paga nella vita? La sincerità a ogni costo o sapere tacere al momento giusto?

La sincerità a ogni costo mi urta il sistema nervoso. Non sempre “si deve” essere sinceri. Se ferisco qualcuno, preferisco un’omissione o un’onesta menzogna. Saper tacere, in questa epoca in cui tutti parlano (e molti a sproposito), è un’arte. Dovremmo farne tesoro.

 

20) Cosa ti porti dentro della professione che hai svolto per tanti anni?

Il gusto per le belle parole. La necessità di tornare ai classici, periodicamente, quasi come se dovessi ritemprare le forze. La poca (scarsissima) pazienza nei confronti di chi non studia, pur avendone la possibilità.

 

21) Cosa ti ha deluso di più della tua professione?

Partiamo dalle “cose solide”: gli insegnanti (e i dirigenti scolastici) sono pagati una miseria. Detto questo, le delusioni più feroci sono venute dalla scarsa considerazione di cui godono coloro che insegnano. Ricordo la venerazione di cui erano circondati i maestri e i professori, quand’ero bambina (Paleolitico Superiore). Niente di tutto questo si riscontra ai giorni nostri. Laudatrix temporis acti? Perché no, ho una certa età.

 

22) Si può amare una sola persona per tutta la vita, nonostante il tempo che passa, nonostante l’impossibilità di vivere quel sentimento o nonostante la morte?

Umilmente: non lo so. Non ho esperienze personali da far valere. Ho solo una coppia di amici, Franco e Serena. Viaggiano verso i sessant’anni di vita insieme e si amano teneramente. Allora, dico sì, è possibile.

 

23) Che cos’è l’amore per Babette Brown?

Complicità, tenerezza, passione, amicizia, interessi comuni… e qualcosa di diametralmente opposto che faccia litigare ogni tanto.

 

24) La famiglia può tarpare le ali o la passione, se è vera, non conosce umiliazioni, scoraggiamenti né offese, e prima o poi spicca comunque il volo?

La famiglia è un nido caldo, ma può essere anche una prigione. Parli di passione “vera”, io contrappongo la parola “dovere”. Quella che mi ha frenato quando sarebbe stato il momento di spiegare le ali.

 

25) Il tuo consiglio a un autore al di là delle tue collaborazioni, della tua professione, di ogni possibile offesa, gli diresti di affidarsi a una casa editrice per la pubblicazione digitale o gli diresti di firmare con una casa editrice solo per il cartaceo distribuito?

La seconda che hai detto (eheheh). Cartaceo distribuito? Casa editrice. Pubblicazione digitale? Self-Publishing.

 

26) Tutti hanno bisogno di Babette Brown, ma Babette Brown di chi davvero non potrebbe fare a meno oggi?

Delle mie moschettiere: Teresa Siciliano, Maddalena Cafaro, Federica D’Ascani, Lia Winchester, Macrina Mirti, Amneris Di Cesare. E di alcune amiche, forti guerriere.

 

27) Hai una macchina del tempo davanti a te, non hai tempo di salutare nessuno, puoi solo scegliere con chi essere, dove essere e in quale tempo. Dove ti porta la fantasia Babette Brown?

Domani, sempre domani. Ovunque in questo nostro mondo. E con chiunque. Purché possa rimanere sempre me stessa

Con i tacchi è un’altra cosa

con i tacchi è un'altra cosa WEB

CON I TACCHI È UN’ALTRA COSA
Una commedia romantica per sognare, sorridere e sperare
Federica entra nel mondo del lavoro a trentatré anni e, proprio il giorno del suo 33° colloquio di lavoro, il destino le gioca un brutto scherzo. Stanca di dovere rinunciare sempre a tutto per seguire le regole, decide di sfidare la sorte e, aiutata da una serie di rocamboleschi equivoci, si ritrova nello staff della filiale romana della più grande società di marketing di Francoforte, la JB Kraften. Paul Peters, integerrimo Direttore Generale della società, prossimo al matrimonio del secolo, dovrà seguirla nella gestione della fusione parigina del colosso. Peccato che Federica non parli assolutamente il francese e che nessuno sappia che in realtà il suo nome è Marina, Marina Bonei

 

UNA COMMEDIA ROMANTICA

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Booktrailer

Un granello di sabbia

aurynCi sono tempi che cavalcano così velocemente, tanto da confondere il vento con il movimento della terra. Ci sono giorni in cui ti stendi fra le pagine del destino e ti abbandoni fluttuando verso abbracci, che potrebbero rispondere a ognuna delle tue domande. Che poi, alla fine, una risposta non c’è. Ci imbelliamo di parole e forme composte, e non ci arrendiamo mai all’evidenza che le cose più forti della vita si sentono con il cuore, sempre. Quando il cuore è felice. Quando il cuore si rompe. Quando il cuore vaga come nello spazio, senza gravità, cercando tutti gli altri pezzi. Chi ci sia davvero al di là di quello spazio, non ci è dato saperlo. Io ho sempre creduto in un Dio che ha creato tutte le cose, un Dio che ogni nazione ha la libertà di chiamare con il nome che la storia del suo popolo ha ritenuto più opportuno. Non credo che esista un Dio che abbia stilato delle regole precise per ottenere grazie o miracoli. Credo che quel Qualcosa di superiore ci aiuti a mettere una mano sul cuore per sopravvivere, anche quando le domande si fanno troppe. Il libero arbitrio è l’unica cosa vera che abbiamo, che rende vano anche il continuo appellarsi al destino. Noi scegliamo la nostra strada. Noi scegliamo chi essere, in cosa credere, cosa diventare, a quali compromessi scendere e da quali salvarci, per dimostrare a noi stessi che, alla fine, l’unica cosa che conta e che resta è la dignità che ci restituisce lo specchio. Tutto il resto è una lotta, una lotta continua. Una lotta fra ciò che siamo e ciò che ci sforziamo di essere per la società. È la verità che vince, sempre, nonostante tutti. Se combatti per te stesso, devi accettare di combattere senza armi, se non quelle che ti porti dentro. Quando all’inizio de La Storia Infinita comunicano al giovane Atreyu che solo lui potrà salvare l’Infanta Imperatrice dalla morte, che causerebbe la fine del mondo di Fantàsia, lui arriva alla Torre d’Avorio con la divisa da cacciatore del bufalo, ma non servirà. Gli viene chiesto di abbandonare tutte la armi e di partire solo, senza niente addosso, solo con l’Auryn, il simbolo del bene e del male, due serpenti intrecciati, uno bianco, l’altro nero. L’Auryn gli mostrerà la strada giusta perchè chi porta l’Auryn agisce in nome nell’Imperatrice. Chi siamo? In cosa crediamo? Chi rappresenta il nostro Auryn? Non importa chi sia, che cosa rappresenti e quale nome gli darete. Più pericoloso del credere in qualcosa, c’è solo il non credere in niente, poichè chi non crede in nessuna cosa, alimenta il mondo del Nulla. Scegliete qualcosa in cui credere, qualcosa che possa comandare il cuore verso la verità. Qualcosa che vi consoli quando le ingiustizie saranno talmente tante, che vi fermerete a chiedervi a cosa serve nella vita essere se stessi. L’Auryn è il vostro simbolo, è idealmente ciò che siete, l’insieme dei vostri valori. Desiderate davvero vincere sempre su tutto? Sventolare obiettivi raggiunti o lustrini o post pubblici per sottolineare chissà che cosa nella vostra vita? Desiderate davvero credere che umiliare qualcuno o deriderlo possa rendervi migliori? Desiderate davvero usare la fede per mettervi al sicuro, per seguire pedissequamente regole o riti che possano assicurarvi il Paradiso? Oh, non credo che lo vogliate veramente. Ma siamo tutti esseri umani, vorremmo non essere vittime di ingiustizie, di slealtà, di pugnalate alle spalle. Tutti vorremmo non prendercela con il Fato, con chiunque, con le trame strane di una vita incomprensibile. Non importa davvero ciò che possiamo raggiungere, ciò che importa è  la chiarezza e la bellezza delle impronte che lasceremo nel nostro cammino. A volte saranno impronte nitide e chiare, altre volte saranno stentate e dolorose, altre volte per la stanchezza saranno trascinate, ma saranno nostre e in ogni passo riconosceremo ciò che profondamente siamo e che mai dovremo dimenticare di essere: noi stessi!

E se perderete ancora? Se dovesse essere troppo tardi? Non importa. Potrete sempre ricominciare da un granello, da un piccolo granello di sabbia, da quel piccolo luminoso granello di sabbia che c’è sempre, nascosto in una parte di voi. Si nutre di poco, quel poco che può diventare tutto, quel poco che può ricostruire da zero il’intero mondo di Fantasia: la speranza di sognare ancora.

* * *

Bastian: Fantàsia è stata distrutta?
Imperatrice: Sì.
Bastian: È stato tutto inutile.
Imperatrice: No, non è vero, Fantàsia può ancora risorgere. Dai tuoi sogni, dai tuoi desideri.
Bastian: E come?
Imperatrice: Apri la mano… C’è qualcosa che desideri?
Bastian: Non lo so.
Imperatrice: Allora Fantàsia non esisterà più. Mai più.
Bastian: Quanti ne posso dire?
Imperatrice: Tutti quelli che vuoi, più tu ne esprimerai più il regno di Fantàsia sarà splendido

La sublime cascata della vita

Conoscevo quella melodia come fosse il respiro di un canto che non avevo vissuto, quasi fosse il canto di una vita che avevo dimenticato. Ogni nota era per me una piccola lacrima che nascosta da qualche parte in fondo al cuore, adesso zampillava furiosa dissetando tutto quello che dentro di me, arido e privo di senso, aveva dimenticato la bellezza della vita. Cascate di ricordi e gocce di speranza. Desideri riemersi e rincorse senza fiato. Meravigliose attese e sublimi stupori. Una delicata eleganza veniva a sussurrarmi  che era giunto finalmente il tempo. Impetuosa, la cascata diventava fiume in piena. Veloce e rapida correva senza sosta per cadere nel nuovo salto di nuova cascata, poichè il tempo e il mondo conoscessero, e per sempre ricordassero, che la meraviglia della vita è il confuso e impetuoso percorso tra una cascata e un’altra. Un percorso in  piena di vita, spumeggiante di dolori e squarci nel petto, di risate, di lacrime, di sorrisi, di voglie, di passioni, di desideri, di coraggio, di speranza e di quella infinitesima goccia sublime che rende incantevole il passo tra una cascata e l’altra

 

I miei libri

I miei libri

Lucia Bonelli (bocilla)

Da quando l’universo ha preso forma le domande dell’uomo sono rimaste le stesse. Dolore e paura, ansia e gioia, forza e debolezza; tutto insieme, tutto quello che ci dà il nome di 'uomini'. Eppure sentiamo di essere qualcosa di talmente complesso, da non poter essere compresi. Poi un giorno apriamo un libro e troviamo una frase, una parola, una poesia, che sembrano elevarsi da un posto sconosciuto fino a noi, come a dirci: “Anch’io sono come te”. Ho capito che la consapevolezza che non siamo soli, ci dà la forza per riconoscere la nostra individualità. Il tutto per il niente, il niente per il tutto… sembra un controsenso, ma nella vita si comincia a vivere solo quando si assapora davvero qualcosa e non riusciamo mai ad assaporare qualcosa se non ne conosciamo l’esatto contrario. È per questo che ho iniziato a scrivere, per sentirmi parte di questo tutto, tanti anni fa. Poi mi sono fermata perchè credevo che per dire qualcosa agli altri si dovesse essere esemplari, perfetti, unici, ma non è così. Un giorno ho letto uno scritto del Manzoni, che parlava proprio di questo. Da allora ho capito che quando cerchiamo di dare coraggio a qualcuno, anche se non l’abbiamo, è coraggio che possiamo dare, poi, poco a poco, cominceremo ad averne anche noi. La bellezza della vita sta nell’essere se stessi, pregi, difetti, percorsi e destini. Poca importanza hanno le persone che ostacolano il nostro cammino, poichè sempre dovremo ricordare che chi si occupa della vita degli altri è chi non ha trovato ancora piacere nella propria. Ma su questo sito c’è posto anche per loro. Non importa la strada che percorriamo. La strada è la meta. Vi auguro buona navigazione, ma fate attenzione: le parole sono solo parole se non le ascoltate con il cuore

Lucia Bonelli, detta Bocilla

luglio: 2018
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