Lucia Bonelli

Sogna e lascia vivere

Il Fantasma Bianco

17796712_1844003799153539_7806468518198340998_nMaggio del 1980. Elisa e la sua classe partono per una gita scolastica alla Fiera del Libro di Torino. Niente, dopo quel giorno sarà più lo stesso. L’ incontro con l’anziana custode di un grande libro e la scoperta della leggenda del Fantasma Bianco, cambieranno per sempre la vita di Elisa. Nessuno è più importante di un sognatore, perchè solo chi è capace di sognare permette al mondo di sopravvivereIl Fantasma Bianco, pubblicato in precedenza come la ragazza che salvò i sogni, torna nella sua veste originale. La prima edizione cartacea del racconto è conservata alla Biblioteca Comunale di Palermo in Casa Professa

La leggenda narra di un fantasma bianco, che vaga alla ricerca di ciò che non è più. Un amore impossibile, nella possibilità della ricerca di se stesso. Un velo bianco identifica un’anima leggera, ostinata nella ricerca di ogni lacrima che si perde nel vento. È questa la storia che da anni e per generazioni si racconterà: la leggenda del fantasma bianco, prima realtà per occhi che non hanno mai creduto, porto di arrivo per coloro che nel sogno hanno continuato a vagare senza meta, rivelazione per te, che adesso stai leggendo la sua storia

Lucia Bonelli, classe 1979, fa della scrittura la sua ragione di vita. Sarcastica e impavida nel dire ciò che pensa, pratica lo sport della fuga da ciò che non le piace e non la convince, rifuggendo falsità e doppi giochi.

Ha pubblicato Falsi principi azzurri, un manuale umoristico sulla ricerca del vero amore. Scrive sotto pseudonimo racconti e romanzi e fa dell’ironia il suo stile di vita, dissacrando problematiche quotidiane. Ha aperto un blog che considera la clinica riabilitativa per la sua vita in fuga perché a cattivo gioco non fa buon viso. Ha scritto per quotidiani e periodici

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La lingua rossa – Storia di un amore

QUIET TOWN di Leonid Afremov
QUIET TOWN di Leonid Afremov

C’era una volta, tanto tempo fa, una città distesa sul mare. Non c’era giorno in cui il sole abbandonasse il cielo, nè pomeriggio in cui la pioggia piangesse troppo a lungo sulle panchine, sulla gente e sulle barche. L’imperituro sole tornava prepotente, colorando la tela accesa di quel piccolo mondo. Il tramonto sposava la pioggia senza che il vento lasciasse i colori del rosa, dell’arancio e della passione, distesi sugli abitanti di quella vecchia città

RAIN PRINCESS di Leonid Afremov
RAIN PRINCESS di Leonid Afremov

Fu proprio in uno di quei pomeriggi di aprile che la nostra storia ha inizio. Qualcuno, ai bordi della strada, suonava una musica al pianoforte e il cielo piangeva delicato, muovendo il vento, suo complice, nell’attesa del prossimo sole Lucilla era convinta che niente accadesse per caso. Per questo motivo, continuava a camminare cercando il coraggio di incrociare tutti i segnali che la vita le mostrava, con la voglia di viverla quella vita, di viverla davvero… o così credeva, fino a quel momento, fino a quella sera… la sera in cui ha inizio la nostra storia. Lucilla aveva tante paure, troppe paure, ma sorrideva, sognava e non piangeva, non piangeva mai

PRETTY NIGHT di Leonid Afremov
PRETTY NIGHT di Leonid Afremov

Anche Marco camminava solitario lungo la stessa strada. Lui, paure, non ne aveva e se ne aveva, non le mostrava mai. Tutti pensavano di conoscerlo, ma pochi sapevano davvero chi fosse. Conoscevano la sua risata, ma non il suo sorriso, conoscevano il colore scuro della sua giacca nera, ma non quello che nascondeva. Guardavano la sua vita in mezzo a tante altre persone, ma non sapevano quanto si sentisse solo. Lui non era stanco, non era mai stanco di essere stanco. Aveva il sonno composto di chi non conosceva la notte per riposare e continuava a camminare per la sua strada perchè, nonostante tutto quello che accadeva, i colori di quel mondo, lui, li conosceva bene… o così credeva, così credeva fino a quella sera, la sera in cui ha inizio la nostra storia

THE BRIDGES OF AMSTERDAM di Leonid Afremov
THE BRIDGES OF AMSTERDAM di Leonid Afremov

C’era un ponte alla fine di quella strada. Nè Lucilla nè Marco pensavano che i ponti fossero stati messi al mondo per essere attraversati, per regalare la meraviglia di scoprire cosa ci fosse dall’altra parte. Quella sera il destino un ponte l’aveva messo: alla fine della strada di Marco, all’inizio della strada di Lucilla. E l’aveva fatto così, il destino, senza chiedere permesso. Non aveva suggerito loro di attraversarlo, nè di seguire quella strada, ma li aveva preparati. In tutte le notti trascorse li aveva immersi nei sogni che presto, avrebbero svelato il sublime significato, poichè il destino lo sapeva bene che un sogno non è mai solo un sogno; un sogno è la lingua rossa della vita che ci ricorda chi siamo, che ci insegna chi essere per tornare ad appartenerci davvero. La lingua rossa ci ridà il  sapore dell’amore, il gusto della passione, la vita e il colori che, spesso, di giorno, non riusciamo a vedere. Fu così che attraversarono quel ponte. Quella sera. Lo attraversarono

CENTRAL PARK di Leonid Afremov
CENTRAL PARK di Leonid Afremov

In un attimo fu delizia e stupore. Si trovarono in mezzo a tutti coloro che attraversavano lo stesso ponte, loro… si trovarono. Non fu facile per gli altri capire come potesse essere possibile riconoscersi senza essersi mai visti, ma a Lucilla e Marco non interessava. Lei aveva paura, lui aveva coraggio per lei. Lui aveva paura, lei aveva coraggio per lui. La gente continuava a guardarli e, con fastidio, gli passava accanto cercando di fare ombra a quella luce… a tutta quella luce

KISS OF PASSION di Leonid Afremov
KISS OF PASSION di Leonid Afremov

Era tardi, troppo tardi. Nessuno può comandare la luce, quando nasce per volontà divina, qualunque sia la natura del divino che comanda l’amore. Le lingue verdi del sospetto e dell’inganno, continuavano a camminare vigliacche accanto a loro, ma loro non potevano udirle, non potevano udire null’altro che il sublime incanto della pelle colorata dal cuore. Liberi al di là dello spazio e del tempo, l’uno nutrito dal tocco dell’altra, dal respiro, dalla presenza, dal suono delicato di ogni parola. Lei continuava ad avere paura, lui a darle coraggio. Lui continuava ad avere paura, lei a dargli coraggio. Avrebbero voluto smettere di avere paura e riuscire a vivere senza quelle ombre del passato, senza le ferite, le parole dimenticate, i sogni non realizzati, e continuarono a tentare… ancora… ancora… ancora

LAST KISS di Leonid Afremov
LAST KISS di Leonid Afremov

Era sublime trovarsi, ogni volta. Al tramontare di ogni sole, Lucilla e Marco si ritrovavano senza usare labbra per proferire o mani per costruire, poichè ogni cosa era ingegno del sublime e incanto di un’alchimia che li consumava, nutrendoli. Lui le baciava le labbra, ricordandole tutto quello che era stata e promettendole, col suo tocco, tutto quello che sarebbe diventata. Lei gli stringeva i fianchi, attaccandosi a quella vita. Stringeva forte, per paura di cadere, per non ferirsi ancora… e stringeva così, in quel punto in cui il resto del mondo non sapeva più dove finisse l’uno e iniziasse l’altro

MOMENT OF PASSION di Leonid Afremov
MOMENT OF PASSION di Leonid Afremov

Sapevano che il loro tempo consumava i giorni e dilatava le attese di quelle parole che, ancorandoli al mondo, avrebbero dovuto unirli per sempre, ma non si chiedevano niente. Danzavano quando fuori pioveva e non avevano paura di tornare su quel ponte, di affrontare la pioggia, di ridere e ballare sotto quelle lacrime, convinti che nessuna pioggia avrebbe potuto raffreddare il loro amore. L’estasi del sublime non conosceva materia e nessuno riusciva a capire cosa potesse legare due persone che consideravano diverse, ma che erano simili più di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare, poichè non è diverso cioè che è dissimile, diverso è il diverso suono di due anime. Lei aveva paura, lui ebbe paura di darle coraggio. Lui aveva paura, lei ebbe paura di dargli coraggio

l 19Il rumore fuori si fece forte, fastidioso, prepotente e ogni persona di quel villaggio fece di tutto per chiudere quel ponte, sapendo che il passaggio della paura avrebbe reso il passo degli uomini impossibile, allontanandoli dal desiderio di attraversarlo, dalla voglia di scoprire e unirsi a quello che c’era dall’altra parte. Il compito delle lingue verdi era facile, complice della paura che ogni uomo porta dentro di sè e che, non credendo in se stesso, potrebbe nuocergli fino al punto di non riuscire più a sentire il proprio cuore. Fu così che il sublime si inginocchiò alla paura, dividendo le loro strade. Lei aveva paura, lui non le avrebbe dato coraggio. Lui aveva paura, lei non gli avrebbe dato coraggio.

COPENHAGEN MERMAID di Leonid Afremov
COPENHAGEN MERMAID di Leonid Afremov

In solitario dolore ella restò a osservare il mare, ricordando il breve tempo trascorso insieme a lui, incapace di spiegare al mondo come potesse essere possibile che pochi giorni superassero tutti gli altri tempi, le distanze e i millenari viaggi degli altri amori. Sarebbe stato impossibile spiegarlo, ma così era nel suo cuore e, sebbene fosse convinta che  niente potesse opporsi al destino, Lucilla sapeva che in quella fine c’era tutto l’amaro delle parole non dette, della leggerezza di un’assenza di paura che, lei, non aveva mai avuto. Adesso aveva paura. Non c’era lui a darle coraggio

MUSIC FIGHT di Leonid Afremov
MUSIC FIGHT di Leonid Afremov

Marco non era mai stato bravo a ricordare. Lui accendeva la musica, la forte musica che cavalcava il tempo, che non aveva distanze e, sì, forse nonostante tutto anche quella musica apriva una porta mai chiusa, ricordandole di lei, della sua pelle, del rossore che la infiammava ogni volta che la sfiorava, del sorriso che riempiva la stanza dei suoi occhi e di quello sguardo che gli dava il riflesso di una parte di sè. Non lo faceva spesso, non lasciava ai ricordi il potere di consumare i giorni. Aveva promesso a se stesso che avrebbe continuato a viverla quella vita, sempre, nonostante tutto, anche lì, nelle mani vuote che chiedevano di lei. Anche lì, nei corpi di tutte le donne che accompagnavano le sue notti, sui seni, sulle bocche, fra le gambe che non avrebbero lasciato ricordi. Aveva ancora paura. Non c’era lei a dargli coraggio

l 26Ma la vita ha una sola vela al comando di ogni respiro e, quella vela, quella vela chiamata destino, non poteva separarli senza avvalersi del complice vento che in ogni altro corpo e in ogni altre labbra avrebbe ricordato a Lucilla e Marco qualcosa di quel piccolo amore, di quei pochi giorni, quell’amore che così forte sembrava attaccato alle radici del cuore. Il sole continuò a sorgere, a tramontare… ancora… ancora… ancora, fino a che gli anni passarono e inconsapevoli di ogni altra cosa, giunsero al tramonto di un nuovo aprile. Lei l’aveva sognato, senza avere paura. Lui l’aveva sognata, senza avere paura

EXPECTATIONS di Leonid Afremov
EXPECTATIONS di Leonid Afremov

Lucilla si svegliò una mattina con un’unica certezza: la lingua rossa d’amore che aveva rivisto durante i sogni di quelle notti, non poteva essere stata un caso. Nessuna lingua verde avrebbe potuto capire, poichè chi porta il veleno e l’angustia nel cuore, non potrà mai sentire cosa cela la purezza stessa della parola amore e, osteggiandola, denigrandola e combattendola nella menzogna, la lingua verde non si accorge che essa stessa contribuisce a renderla immortale scoperchiando ogni vaso, liberando tutti i venti al richiamo dell’immortale sentire. Raggiunse una sponda senza ponte, si stese un’altra notte ancora, sognando la costruzione di un brillante nuovo ponte e lo sognò con tanto impegno, che al suo risveglio cento pittori disegnarono un ponte, là dove non c’era più memoria triste delle acque perdute. Dimenticò la paura, ebbe coraggio. Marco immaginò di ritrovarla al di là del ponte. Si ritrovò a camminare lungo quella sponda e decise, in pochi attimi, decise: lo avrebbe attraversato. Se qualcuno in una notte aveva costruito il disegno di quel ponte, lui sarebbe riuscito ad attraversarlo, sì, l’avrebbe fatto. Dimenticò la paura, ebbe coraggio

LAST KISS 2 di Leonid Afremov
LAST KISS 2 di Leonid Afremov

Ritrovarsi in un respiro. Osservarsi, poi cercarsi. Non fuggire, non staccarsi, non pensare di provarci. Non parlare, non sentire. Una gioia a mai finire. Era questo, dopo anni, quell’incontro del destino. Era un attimo, un’intesa, un ricordo e la pretesa di riavere in un secondo tutti i soli di quegli anni e le lune delle notti… e le stelle… e le montagne, le parole, le distanze, tutte quelle chiuse stanze. Ora c’erano le porte, spalancate, divorate dal quel tocco tanto atteso, cancellando dal suo seno le distanze mai esistite, nel respiro prepotente di quel tocco e del presente

BURGER JOINT di Leonid Afremov
BURGER JOINT di Leonid Afremov

Cento vite e una sola. Certo lingue e mille occhi. Tutti insieme e mai nessuno. Solo un fiume di racconti, di scoperte, di dolori. Tutto il filo del destino si dipana come vino sopraffino e al palato innamorato svela e scopre ogni inganno malcelato, ogni pagina di vita, verde sporco di antica invidia e levando il sipario svela ai due protagonisti ogni trama e colpo basso, che li ha resi tristi e vinti. Ogni cosa adesso è chiara. Ogni gesto mal riposto, ogni croce di delizia che, ruffiana nei dolori, ha svelato a lor signori, fra la gente, i bravi attori

l riserva 1Lucilla e Marco e il loro ponte, quella vita e le sue trame. Sol chi segue il proprio cuore è padrone del destino, marinaio e vela insieme. Come monito di vita, che si levi ogni sipario, che la pelle tremi ancora e le lingue tanto odiate ricacciate, ritirate nelle tane rinnegate. Or frustrate, prigioniere, nell’alcova del silenzio di una bocca, a non proferir parola, se non mosse dall’amore, gentilezza sopraffina di una vita che non sconta e non declina sotto il peso dell’inganno. E’ un fardello la congiura, che non dà giustizia alcuna. Si può vivere in un castello, anche il più bello, ma non vinci mai la guerra se l’amore è ancora lì, nella stanza sua più bella

 

Il bacio tanto atteso – Venere e Giove allineati nel cielo

Si avvicinava ogni notte di più. Ogni giorno la sognava e sapeva che, sebbene distante, lei lo avrebbe atteso. Aveva immaginato le sue notti, il suo angolo di cielo. Aveva immaginato di cavalcare una distanza che non poteva essere superata. Lei non poteva voltarsi, non riusciva a muoversi, ma sorrideva e lo sentiva sempre più vicino. Lo capiva da quel piccolo pianeta terra che ne parlava da giorni e da tutti quegli occhi che continuavano a guardarla. Preannunciato da una notte dal tramonto rosa, quel giorno era arrivato e l’incontro era attesa, era speranza, era vicinanza, finalmente. Guardò un attimo in giù e vide miliardi di occhi umani rivolti al cielo e per la prima volta una stella capì cosa significasse una trapunta di luci, di colori, di sogni, di speranze e capì quanto la sua attesa fosse condivisa, ammirata, desiderata e sorrise pensando al popolo di sognatori che dovevano tenere il naso all’insù per continuare a sperare. In un attimo li ricordò  avvinti dal sangue, dalle lotte e dal dolore e stentò a riconoscere in loro gli stessi occhi che ancora erano capaci di meravigliarsi per un bacio distante chissà quanto tempo e quanto spazio al di là del loro cielo. Lui le fu accanto e respirandola in uno stesso angolo di cielo si posò su di lei. Rosata di vergogna e d’attesa lei lo accolse incredula che finalmente il tempo li avesse ricongiunti e ricordò a se stessa le lacrime che aveva versato, i giorni in cui lui era stato così distante tanto da non riuscire neanche a immaginarlo. E sorrise. E pianse. E rise. E tremò. L’attesa non era stata vana e miliardi di occhi all’insù avrebbero testimoniato che solo i più grandi amori creano nel firmamento il sublime spettacolo di un incontro che non aveva tradito l’attesa e l’incanto di chi, dietro agli occhi, aveva dimenticato per un attimo tutto il dolore e aveva sentito dentro al cuore l’incanto di un infinito sentire

giove e venere

Felicor ed Edelweiss – Una storia d’amore

Senza il sole del mattino è difficile respirare ancora.

Edelweiss sedeva ripiegata sul suo stelo, in un’immensa solitudine, che era solo sua. Non si vedeva il sole da molti giorni ormai e le notti erano così fredde che dentro, la vita non scorreva più. C’erano cieli che non si vedevano e lacrime che non arrivavano. Tutto  fermo, bloccato, come un ritratto di una natura che non è morta, nè viva… Perchè il nulla non è morte nè vita.

Leontopodium_alpinum_Szarotka_alpejska_01Edelweiss trascorreva così le sue lunghe giornate.. fra lacrime che non poteva versare. I suoi petali erano quasi morti, spezzati dal secco di un freddo che non aveva colore. I germogli accanto a lei, che un tempo le avevano dato quel vivido colore bianco, di cui tutto il mondo era invidioso, beh, quei germogli non c’erano già più. Adesso restava solo il nucleo e i suoi pochi petali.

Il freddo era impossibile da combattere e se avesse pianto almeno sarebbe stato qualcosa, almeno avrebbe reso umide quelle tese mani vuote. Ma a lei non era concesso di piangere e il re delle montagne non avrebbe permesso che un piccolo fiore infrangesse le regole sacre.

Così il pianto diventava pensiero e a volte diluvio da non mostrare a nessuno. Edelweiss aveva tirato su il suo piccolo peso, ripiegato su quello stelo, per guardare ancora in alto. Niente… nessuna nube di giorno, nessuna stella di notte…

Eppure le stelle lei le aveva viste.

Non erano troppo lontane quelle notti trascorse con il suo amico Flo. Parlare con lui era bello, diverso, come fare parte di un sogno. E le notti erano trascorse così, nascondendosi da un mondo per il quale loro insieme erano ancora un segreto. Lui arrivava col calare del giorno, stendendosi fra i suoi germogli. Aveva occhi grandi che, insieme a lei, guardavano le stelle…e quante ce n’erano! Milioni! Lui sembrava conoscerle tutte… e lei lo stava ad ascoltare, attendendo che arrivasse il giorno in cui anche lei gi avrebbe parlato di sè.

Ma quel giorno non arrivò mai e con la fine dell’inverno Flo era partito per montagne lontane lasciandola per sempre. Avrebbe potuto raccoglierla e portarla con sè, ma non lo fece e se ne andò senza dire nulla.

Beh, in quell’occasione Edelweiss pianse senza riuscire a trattenere il suo dolore.

Il re dei re scoprì il motivo del suo pianto. Voci della foresta gli sussurrarono ciò che era stato taciuto e il re venne a sapere che Edelweiss aveva trascorso quella parte di vita con Flo, la creatura che viveva di notte, colui che fiore non era e tutto questo era successo senza che nessuno dei due avesse chiesto il consenso del grande consiglio.

Non era permesso infatti che specie diverse entrassero in contatto in quella parte del mondo e la colpa di Edelweiss fu immediata, tanto quanto dolorosa.

Tra montagne che toccano il cielo, verrai condotta e le tue radici dovranno cercare lì, ciò che in questo luogo ti ha dato vita. Fra montagne inesplorate piegherai il tuo stelo ricercando nutrimento. Pioggia, vento, fulmini e tempeste. Avrai il sole così vicino da sentirti bruciare e freddo tagliente, da non poterti sollevare. Crescerai lontano dai tuoi simili  per scoprire che senza essi non potrai avere compagnia. Scoprirai che solo chi ti è simile può comprendere la tua vita e capirai che in colori che non sono i tuoi non puoi trovare felicità.

Arrivò presto il giorno  per andar via ed Edelweiss fu condotta fra montagne, che sembravano davvero toccare il cielo. Nell’addio  ai suoi cari promise a se stessa che mai più avrebbe pianto, che mai più il suo cuore avrebbe conosciuto debolezze.

La lasciarono lì, in una stagione che sembrava fosse davvero infuocata. I suoi petali sanguinarono i primi giorni, mentre il sole, testardo, si ostinava a dimorare in quel cielo. Giorni interi furono vuoti come onde di un mare che non esiste. Il re aveva ragione, tutto intorno a lei sembrava l’esatto disegno di ciò che le era stato preannunciato. Allora anche tutto il resto era vero? Quindi non c’era amicizia, nè amore, nè calore in specie diverse e l’unico modo per vivere era dunque quello di trovare fra i suoi simili ciò che il suo cuore cercava.

Il freddo era troppo forte e stavolta Edelweiss sentiva dentro al cuore che non avrebbe potuto respirare ancora per molto. Sentiva prepotente il bisogno di piangere, di piangere per l’ultima volta, ma non avrebbe potuto, doveva dimostrare a se stessa che  poteva tener fede a una promessa.

Ma perchè ancora quel bisogno di piangere? A che pro, se nessuno l’avrebbe ascoltata, se nessuno le sarebbe venuto incontro? Perchè tenere fede a qualcosa che fra poco sarebbe morto con lei?

Si guardò per un attimo, le ultime foglie diventarono calde, bollenti, come bruciate. Ma può il freddo bruciare in quel modo? Avrebbe dovuto raggiungere quei petali con le sue labbra e ridargli conforto, ma non poteva …le forze non c’erano più.

Sembrava che tutto stesse finendo, quando, ad un tratto, una goccia bagnò un petalo.

Edelweiss si sentì come scoperta, nuda, dinnanzi ad un ospite inatteso. Cercò di spostarsi, di guardarsi intorno, per scoprire qualcuno. Sentiva una presenza nuova, ma non c’erano ombre nè foglie attorno a lei, unica ospite bianca di quella fredda montagna.

Improvvisamente un sussurro arrivò inatteso.

“Nella pioggia rivivrai, dentro al sole crescerai…”

Paura, improvvisa, inattesa.

Non c’era nessuno accanto a lei, eppure qualcuno le stava parlando di speranza. Era una voce percepita dal cuore più che dal suo piccolo corpicino. Una voce che  faceva battere il suo cuore ad un ritmo sconosciuto.

“Ma chi sei? Chi è che mi sta parlando adesso?”

Nessun verbo ebbe l’ardire di chiamarsi risposta, ma una goccia soltanto, prepotente,  bagnò i suoi petali.

Che conforto! Che dolce conforto a tutto quel dolore!

Edelweiss capì che a parlarle era la pioggia. Sentì per la prima volta di non essere sola. Nessuna nuova domanda ed ecco ancora la risposta.

“Ho seguito il tuo dolore, dolce piccolo livido fiore. Ti ho seguita dalla valle dei tuoi cari, dai sorrisi dei tuoi anni, dalle lacrime nascoste che mostravi alle tue notti. Ho seguito la tua voce, nel  tuo muto ingenuo pianto. Ho rivisto quelle stelle, la tua luce e la sua pelle. Il coraggio di tentare, nella voglia di un amore…il coraggio di cercare, nella notte, tutto quanta la tua gioia. Ti ho veduta rinunciare, calpestata da un dolore che ha distrutto le tue vesti e ti ho vista… immaginata, ricercata, mai perduta….e toccata.. ogni volta che dal cielo, ricadevo su di te. Ma tu qui non mi hai più visto, se non forte, turbinante, impazzito di dolore. Dunque adesso tu sei qui, e non posso lasciarti andare..”

Le piccole lacrime di pioggia diventavano sempre più  frequenti e quella pioggia finalmente aveva avuto inizio. Edelweiss ascoltava quella voce che le riempiva il cuore. Non diceva una parola, ferma immobile sotto il peso delicato di quella pioggia che sembrava portare un calore nuovo in tanto freddo….quella pioggia che le cantava dolcemente una verità che il suo cuore non immaginava.

“Tu sei pioggia, non sei un fiore come me..”

“Sono pioggia, la tua pioggia..”

“Ma non posso ascoltare la tua voce, c’è una promessa che io ho fatto..”

“Chi, nel vento, ti punisce, insegnandoti che i tuoi occhi non potranno mai conoscere altra luce se non quella che già vedi, non è maestro da seguire. Pioggia e fiore, si è vero, non son usi d’abitudine….Ma la vita io ti do, avvolgendo su te questa notte tutta nuova”

Protezione, sicurezza, abitudine di vita. Fermarlo? Perchè mai? Allontanare questo cuore che ricopre tutto quanto il tuo dolore? Perchè mai?

Tanto cuore e calore in qualcosa che non è un fiore…e trovarlo proprio adesso, che la morte era vicina. Tutto il bene dentro al cuore in un solo minuto d’amore, era questa la risposta e non c’era altra domanda

“Sarei morta se tu adesso non fossi stato qui. E’ un mondo che non è mio. Ripiantata sotto un sole troppo caldo da sopportare o in un freddo troppo forte per sopravvivere”

La pioggia continuava a poggiarsi su di lei, mentre il suo sfogo continuava.

“Allontanata da tutti, ho vissuto sola qui, senza sapere che tu seguissi la mia vita. Vorrei piangere adesso. Tu lo sai?  Vorrei farlo…”

 “Piangi adesso, come piango io per te…come sto piangendo adesso..”

“E se muoio, ripunita per un pianto che non posso?”

“Tratterrò le tue lacrime, nascondendole fra le mie. Nessun occhio vedrà mai ciò che insieme diventiamo. E nessuno oserà mai sfidarlo, tanto forte sarà il disegno tuo su me”

Edelweiss cominciò a piangere.. piangere e piangere e piangere…

Sentiva come se in quel momento potesse riuscire a fare tutto, come se il mondo intero su di lei non potesse alcun male  e la morte nella vita non avrebbe avuto seguito e la vita sulla morte sarebbe stata la regina.

Pianto forte disperato… ripartito dalla gioia di una calore nel ricordo di quel freddo e di tanto tanto dolore.

Pioggia e lacrime inscindibili… e non c’era sole, nè tempesta, niente che avrebbe potuto separare quell’unione che si stava consumando lì, fra montagne senza nome.

“Il tuo nome?” chiese improvvisamente Edelweiss dal suo pianto.. “Chi è colui che ridà a me la vita?”

“Sono Felicor nei cieli, fra le rondini e gli uccelli. Sono pioggia nella terra, fra dolori, pianti e vita. Sono amore nei tuoi petali, che bramavo con ardore”

“Caro Felicor piango ancora qui con te, ma non mi sento sola. Come farò a sopravvivere ancora qui, non è casa mia… non fra queste montagne, eppure adesso non voglio andare via da te…”

“Dalla pioggia di un amore nascerà il tuo calore, in una folta coperta bianca coprirai le tue vesti. Tornerai al tuo candore, in un bianco mai visto. Sarà un velo su di te, proteggendoti dal vento, riscaldandoti nel freddo, rinfrescandoti nel sole la tua luce sarà chiara come dieci, venti aurore.. e sarai tu qui, il sole…”

Felicor continuava a parlare, mentre il prodigio nasceva, sui petali di Edelweiss: una folta, morbida coperta bianca andava ricoprendo i suoi petali. Calore, fresco, benessere, profumo.. Una protezione che la stava prendendo per sempre.

Un dono d’amore, un regalo di vita, una luce indescrivibile.

Edelweiss guardò in alto, unendosi in un abbraccio senza tempo a Felicor e al loro amore.

“Solitaria bellezza non resterai, dell’amore nostro ricopriremo questo suolo e di questo bianco amore, narreranno in ogni dove..”.

 *    *    *

 I  folti fiori bianchi rendevano quelle montagne uno spettacolo della natura. Folti, belli, germoglianti come  spruzzi della luce del cielo. Fra loro c’era il più grande il più bello, il più forte: Edelweiss. Era guarita dalla sua morte e nell’amore aveva trovato la forza, per illuminare il mondo. Tendeva verso l’alto, fissa contro il cielo, aspettando la sua pioggia, col sorriso suo più grande. Quando Felicor partiva, per bagnare altri cieli, lei attendeva con amore che tornasse il suo sposo. Ogni volta lui tornava e trainato da un vento che mutava nel cielo il suo colore, ricopriva i suoi figli come il più bel bacio d’amore. Alla fine si posava su di lei, nella notte di un amore, perché nel mondo ricantasse in ogni dove questo dolce forte amore che era nato fra la pioggia e quel fiore.

I miei libri

I miei libri

Lucia Bonelli (bocilla)

Da quando l’universo ha preso forma le domande dell’uomo sono rimaste le stesse. Dolore e paura, ansia e gioia, forza e debolezza; tutto insieme, tutto quello che ci dà il nome di 'uomini'. Eppure sentiamo di essere qualcosa di talmente complesso, da non poter essere compresi. Poi un giorno apriamo un libro e troviamo una frase, una parola, una poesia, che sembrano elevarsi da un posto sconosciuto fino a noi, come a dirci: “Anch’io sono come te”. Ho capito che la consapevolezza che non siamo soli, ci dà la forza per riconoscere la nostra individualità. Il tutto per il niente, il niente per il tutto… sembra un controsenso, ma nella vita si comincia a vivere solo quando si assapora davvero qualcosa e non riusciamo mai ad assaporare qualcosa se non ne conosciamo l’esatto contrario. È per questo che ho iniziato a scrivere, per sentirmi parte di questo tutto, tanti anni fa. Poi mi sono fermata perchè credevo che per dire qualcosa agli altri si dovesse essere esemplari, perfetti, unici, ma non è così. Un giorno ho letto uno scritto del Manzoni, che parlava proprio di questo. Da allora ho capito che quando cerchiamo di dare coraggio a qualcuno, anche se non l’abbiamo, è coraggio che possiamo dare, poi, poco a poco, cominceremo ad averne anche noi. La bellezza della vita sta nell’essere se stessi, pregi, difetti, percorsi e destini. Poca importanza hanno le persone che ostacolano il nostro cammino, poichè sempre dovremo ricordare che chi si occupa della vita degli altri è chi non ha trovato ancora piacere nella propria. Ma su questo sito c’è posto anche per loro. Non importa la strada che percorriamo. La strada è la meta. Vi auguro buona navigazione, ma fate attenzione: le parole sono solo parole se non le ascoltate con il cuore

Lucia Bonelli, detta Bocilla

ottobre: 2018
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