La Guerra Degli Specchi

 

A volte vedere la televisione ci dà il potere di scegliere, e scegliere è importante più di quanto non pensiamo. Scriverò un articolo dedicato esclusivamente alla bellezza assoluta della serie La mafia uccide solo d’estate di PIF. Ci sarebbero così tante cose da dire che non saprei da dove partire. Oggi, però, voglio tirare fuori quello che penso e che ha dato vita al mio racconto La guerra degli specchi, ispirato alle figure di Piersanti Mattarella e Boris Giuliano. Proprio Giuliano fu ucciso da sette colpi di pistola per mano di Leoluca Bagarella. Attenzione però, i colpi di cui parliamo, erano colpi alle spalle, perché, in fondo, qual è l’unico vero carattere distintivo della mafia se non quello di agire alle spalle, in silenzio, sottovoce? Attenzione ancora. La mafia, così come universalmente riconosciuta, non potrà mai morire, perché dovrebbe morire lo Stato. Immaginate in che paradosso viviamo. Se esistesse la giustizia, davvero pensate che la mafia non potrebbe essere sconfitta? Se la giustizia fosse davvero al di sopra di tutto, pensate davvero che 4, 5 o 1.000 scagnozzi potrebbero dettare legge? Credete davvero che i latitanti restino tali fino a che la giustizia non li trovi? Ma no che non è così. I latitanti restano tali fino a che non servono più. Quando i successori sono pronti, ecco che magicamente la giustizia li prende. Ma non esiste possibilità di sconfiggere la mafia, perché uno Stato non potrà mai sconfiggere se stesso. La guerra degli specchi. Ecco come dovrebbe chiamarsi la guerra in cui gli esseri umani stanno ad aspettare ancora che la giustizia acchiappi i mafiosi, li metta dentro e faccia pulizia. È umanamente impossibile immaginare una giustizia così debole da lottare  con il sudore in fronte contro la mafia. Ma no, chi ci crede davvero? La mafia è un soprannome, solo un soprannome con cui vogliono raccontarci la favola in cui ognuno di noi deve prendere una posizione, mentre loro, la giustizia e la mafia, stanno dalla stessa parte, perché SONO la stessa persona. Chi si mette a lottare per sconfiggere se stesso? Immaginate un cavaliere armato davanti a uno specchio. Il massimo che potrebbe fare è colpire quello specchio, disintegrarlo, allora non vedrebbe più la sua immagine riflessa, così penserebbe forse di avere sconfitto la mafia. Allora continuerebbe senza guardarsi mai, in silenzio, sottovoce, alle spalle, perché è questo che fa il potere, niente di più, niente di meno, la guerra degli specchi. In questo marasma di paradossi ecco che nascono persone che alle parole danno un significato, persone che credono che la giustizia sia sacra e per quella giustizia lottano, cercano di studiare e stanare il malaffare. E poi? Poi attraversano campagne, compari, uomini d’onore. Conoscono il braccio armato contadino della mafia.  Arrestano, concludono, ma vogliono i mandanti, vogliono i capi. E che succede poi? Che entrano in una casa senza specchi, cercano dovunque uno specchio per darsi una sistemata e capiscono che quella casa senza specchi è la casa dei mandanti. Capiscono che ogni santa volta in cui un lottatore della mafia è arrivato a un passo dalle giacche e cravatte, scoprendo che la mafia vera è quella che siede al potere, dal Parlamento, alle Istituzioni, alla Giustizia, alle aziende, in quel momento, deve essere eliminato, perché sì, ok, il guerriero dello specchio ti ha chiesto pubblicamente di combattere la mafia, ma tu, cittadino del mondo, che per quella mafia stai combattendo, puoi continuare a combattere, ma che non ti venga in testa di vincere, perché nella guerra degli specchi vincono solo quelli che uno specchio lo riappendono di nuovo e con santa pace della buona morale, si consegnano alle stessa giustizia che li ha addestrati a combattere se stessi

Non temete, se vi batterete con particolare pregio, poi un’onorificenza non ve la toglierà nessuno, poiché non si dica mai che nella guerra degli specchi si risparmi su pizzi e parole.

Medaglia d’oro al valor civile conferita alla memoria di Boris Giuliano

«Valoroso funzionario di Pubblica Sicurezza, pur consapevole dei pericoli cui andava incontro operando in un ambiente caratterizzato da intensa criminalità, con alto senso del dovere e non comuni doti professionali si prodigava infaticabilmente nella costante e appassionante opera di polizia giudiziaria che portava all’individuazione e all’arresto di pericolosi delinquenti, spesso appartenenti ad organizzazioni mafiose anche a livello internazionale.
Assassinato in un vile e proditorio agguato tesogli da un killer, pagava con la vita il suo coraggio e la dedizione ai più alti ideali di giustizia.
Palermo, 21 luglio 1979.»

Palermo, 13/05/1980