In ogni tempo possibile

Lei ottenne dal tempo dal capacità di piegarsi controsole, la leggerezza di fluttuare nel vento e l’insidiosa sensazione di esserne attraversata. Tuttavia, per quanto il tempo stesso non smettesse di ricordarle la sua natura, ella trasformò il sibilo della tempesta in musica sublime e il terrore della notte, in meraviglia di tramonto controfiato. Danzò. In ogni tempo possibile, lei danzò

La stella levigata

Quando ero piccola, il giorno prima di Natale ho trovato un pezzo di vetro sulla spiaggia che il mare aveva levigato fino a dargli la forma di una stella a cinque piccole punte. Ero così felice quel giorno, tanto da avere disegnato stelle per molti dei mesi che sono seguiti, su tutte le copertine dei quaderni. Mia nonna diceva che era stato il modo in cui il mio angelo custode mi aveva mandato un bacio e che, probabilmente, in quel momento era notte dove lui si trovava, quindi era riuscito lo stesso a mandarmi un bacio con una stella che, dalla sua notte, era arrivata ai piedi del mio giorno. Molti anni dopo ho perso quel pezzo di vetro, ci sono rimasta così male che per giorni ho continuato a cercarlo ovunque. Poi mi sono arresa, e ho capito. Non era importante che non fosse più tra le mie mani, importava quello che quella stella era per me. Così, quasi ogni anno, la vigilia di Natale, cerco in riva al mare una stella che, come la mia, sia stata trasformata in ricordo prezioso. Forse è questo il potere del mare. Ti bastano cinque minuti e ti rigeneri, riprendi vita. E così era sempre stato. Alessandro Baricco scrive che Il mare è senza strade, è senza spiegazioni e io credo che sia questo che mi provoca un piacere così intenso, la libertà di esserne parte. Una parte di me è sempre stata innamorata di chi dipinge davanti al mare, sarà perché è sempre stato uno dei miei sogni farlo. Guardare e chiudere gli occhi. Riaprire gli occhi e respirare. Chiudere di nuovo gli occhi e immaginare. È questo il bello della vita, quello che sembra una pagina triste, diventa acqua e sale, e torna a essere stella…tu ricordi chi sei, sorridi e ti senti piena di te, come mai eri stata prima. Come concludo allora il mio augurio di Natale per tutti? Senza frasi fatte, ma con la speranza che ognuno possa trovare il suo pezzo di vetro ed essere mare, impetuoso ma gentile e costante nel prendersene cura, perché siamo tutti figli dello stesso mare e… sì, è più forte di me, devo concludere con un estratto di Oceano Mare di Alessandro Baricco  
“Sabbia a perdita d’occhio, tra le ultime colline e il mare – il mare – nell’aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che sempre soffia da nord. La spiaggia. E il mare.
Potrebbe essere la perfezione – immagine per occhi divini – mondo che accade e basta, il muto esistere di acqua e terra, opera finita ed esatta, verità – verità – ma ancora una volta è il salvifico granello dell’uomo che inceppa il meccanismo di quel paradiso, un’inezia che basta da sola a sospendere tutto il grande apparato di inesorabile verità, una cosa da nulla, ma piantata nella sabbia, impercettibile strappo nella superficie di quella santa icona, minuscola eccezione posatasi sulla perfezione della spiaggia sterminata. A vederlo da lontano non sarebbe che un punto nero: nel nulla, il niente di un uomo e di un cavalletto da pittore.
Il cavalletto è ancorato con corde sottili a quattro sassi posati nella sabbia. Oscilla impercettibilmente al vento che sempre soffia da nord. L’uomo porta alti stivali e una grande giacca da pescatore. Sta in piedi, di fronte al mare, rigirando tra le dita un pennello sottile. Sul cavalletto, una tela.
È come una sentinella – questo bisogna capirlo – in piedi a difendere quella porzione di mondo dall’invasione silenziosa della perfezione, piccola incrinatura che sgretola quella spettacolare scenografia dell’essere. Giacché sempre è così, basta il barlume di un uomo a ferire il riposo di ciò che sarebbe a un attimo dal diventare verità e invece immediatamente torna ad essere attesa e domanda, per il semplice e infinito potere di quell’uomo che è feritoia e spiraglio, porta piccola da cui rientrano storie a fiumi e l’immane repertorio di ciò che potrebbe essere, squarcio infinito, ferita meravigliosa, sentiero di passi a migliaia dove nulla più potrà essere vero ma tutto sarà – proprio come sono i passi di quella donna che avvolta in un mantello viola, il capo coperto, misura lentamente la spiaggia, costeggiando la risacca del mare, e riga da destra a sinistra l’ormai perduta perfezione del grande quadro consumando la distanza che la divide dall’uomo e dal suo cavalletto fino a giungere a qualche passo da lui, e poi proprio accanto a lui, dove diventa un nulla fermarsi – e, tacendo, guardare.
L’uomo non si volta neppure. Continua a fissare il mare. Silenzio. Di tanto in tanto intinge il pennello in una tazza di rame e abbozza sulla tela pochi tratti leggeri. Le setole del pennello lasciano dietro di sé l’ombra di una pallidissima oscurità che il vento immediatamente asciuga riportando a galla il bianco di prima. Acqua. Nella tazza di rame c’è solo acqua. E sulla tela, niente. Niente che si possa vedere.
Soffia come sempre il vento da nord e la donna si stringe nel suo mantello viola.
— Plasson, sono giorni e giorni che lavorate quaggiù. Cosa vi portate in giro a fare tutti quei colori se non avete il coraggio di usarli?
Questo sembra risvegliarlo. Questo l’ha colpito. Si gira a osservare il volto della donna. E quando parla non è per rispondere.
— Vi prego, non muovetevi —, dice.
Poi avvicina il pennello al volto della donna, esita un attimo, lo appoggia sulle sue labbra e lentamente lo fa scorrere da un angolo all’altro della bocca. Le setole si tingono di rosso carminio. Lui le guarda, le immerge appena nell’acqua, e rialza lo sguardo verso il mare. Sulle labbra della donna rimane l’ombra di un sapore che la costringe a pensare “acqua di mare, quest’uomo dipinge il mare con il mare” – ed è un pensiero che dà i brividi.
Lei si è già voltata da tempo, e già sta rimisurando l’immensa spiaggia con il matematico rosario dei suoi passi, quando il vento passa sulla tela ad asciugare uno sbuffo di luce rosea, nudo a galleggiare nel bianco. Si potrebbe stare ore a guardare quel mare, e quel cielo, e tutto quanto, ma non si potrebbe trovare nulla di quel colore. Nulla che si possa vedere. La marea, da quelle parti, sale prima che arrivi il buio. Poco prima. L’acqua circonda l’uomo e il suo cavalletto, se li piglia, adagio ma con precisione, restano lì, l’uno e l’altro, impassibili, come un’isola in miniatura, o un relitto a due teste.
Plasson, il pittore.
Viene a prenderselo, ogni sera, una barchetta, poco prima del tramonto, che l’acqua gli è già arrivata al cuore. È così che vuole, lui. Sale sulla barchetta, ci carica il cavalletto e tutto, e si lascia riportare a casa. La sentinella se ne va. Il suo dovere è finito. Scampato pericolo. Si spegne nel tramonto l’icona che ancora una volta non è riuscita a diventare sacra. Tutto per quell’ometto e i suoi pennelli. E ora che se n’è andato, non c’è più tempo. Il buio sospende tutto. Non c’è nulla che possa, nel buio, diventare vero”.

La Guerra Degli Specchi

 

A volte vedere la televisione ci dà il potere di scegliere, e scegliere è importante più di quanto non pensiamo. Scriverò un articolo dedicato esclusivamente alla bellezza assoluta della serie La mafia uccide solo d’estate di PIF. Ci sarebbero così tante cose da dire che non saprei da dove partire. Oggi, però, voglio tirare fuori quello che penso e che ha dato vita al mio racconto La guerra degli specchi, ispirato alle figure di Piersanti Mattarella e Boris Giuliano. Proprio Giuliano fu ucciso da sette colpi di pistola per mano di Leoluca Bagarella. Attenzione però, i colpi di cui parliamo, erano colpi alle spalle, perché, in fondo, qual è l’unico vero carattere distintivo della mafia se non quello di agire alle spalle, in silenzio, sottovoce? Attenzione ancora. La mafia, così come universalmente riconosciuta, non potrà mai morire, perché dovrebbe morire lo Stato. Immaginate in che paradosso viviamo. Se esistesse la giustizia, davvero pensate che la mafia non potrebbe essere sconfitta? Se la giustizia fosse davvero al di sopra di tutto, pensate davvero che 4, 5 o 1.000 scagnozzi potrebbero dettare legge? Credete davvero che i latitanti restino tali fino a che la giustizia non li trovi? Ma no che non è così. I latitanti restano tali fino a che non servono più. Quando i successori sono pronti, ecco che magicamente la giustizia li prende. Ma non esiste possibilità di sconfiggere la mafia, perché uno Stato non potrà mai sconfiggere se stesso. La guerra degli specchi. Ecco come dovrebbe chiamarsi la guerra in cui gli esseri umani stanno ad aspettare ancora che la giustizia acchiappi i mafiosi, li metta dentro e faccia pulizia. È umanamente impossibile immaginare una giustizia così debole da lottare  con il sudore in fronte contro la mafia. Ma no, chi ci crede davvero? La mafia è un soprannome, solo un soprannome con cui vogliono raccontarci la favola in cui ognuno di noi deve prendere una posizione, mentre loro, la giustizia e la mafia, stanno dalla stessa parte, perché SONO la stessa persona. Chi si mette a lottare per sconfiggere se stesso? Immaginate un cavaliere armato davanti a uno specchio. Il massimo che potrebbe fare è colpire quello specchio, disintegrarlo, allora non vedrebbe più la sua immagine riflessa, così penserebbe forse di avere sconfitto la mafia. Allora continuerebbe senza guardarsi mai, in silenzio, sottovoce, alle spalle, perché è questo che fa il potere, niente di più, niente di meno, la guerra degli specchi. In questo marasma di paradossi ecco che nascono persone che alle parole danno un significato, persone che credono che la giustizia sia sacra e per quella giustizia lottano, cercano di studiare e stanare il malaffare. E poi? Poi attraversano campagne, compari, uomini d’onore. Conoscono il braccio armato contadino della mafia.  Arrestano, concludono, ma vogliono i mandanti, vogliono i capi. E che succede poi? Che entrano in una casa senza specchi, cercano dovunque uno specchio per darsi una sistemata e capiscono che quella casa senza specchi è la casa dei mandanti. Capiscono che ogni santa volta in cui un lottatore della mafia è arrivato a un passo dalle giacche e cravatte, scoprendo che la mafia vera è quella che siede al potere, dal Parlamento, alle Istituzioni, alla Giustizia, alle aziende, in quel momento, deve essere eliminato, perché sì, ok, il guerriero dello specchio ti ha chiesto pubblicamente di combattere la mafia, ma tu, cittadino del mondo, che per quella mafia stai combattendo, puoi continuare a combattere, ma che non ti venga in testa di vincere, perché nella guerra degli specchi vincono solo quelli che uno specchio lo riappendono di nuovo e con santa pace della buona morale, si consegnano alle stessa giustizia che li ha addestrati a combattere se stessi

Non temete, se vi batterete con particolare pregio, poi un’onorificenza non ve la toglierà nessuno, poiché non si dica mai che nella guerra degli specchi si risparmi su pizzi e parole.

Medaglia d’oro al valor civile conferita alla memoria di Boris Giuliano

«Valoroso funzionario di Pubblica Sicurezza, pur consapevole dei pericoli cui andava incontro operando in un ambiente caratterizzato da intensa criminalità, con alto senso del dovere e non comuni doti professionali si prodigava infaticabilmente nella costante e appassionante opera di polizia giudiziaria che portava all’individuazione e all’arresto di pericolosi delinquenti, spesso appartenenti ad organizzazioni mafiose anche a livello internazionale.
Assassinato in un vile e proditorio agguato tesogli da un killer, pagava con la vita il suo coraggio e la dedizione ai più alti ideali di giustizia.
Palermo, 21 luglio 1979.»

Palermo, 13/05/1980

Mai rinunciare alla verità

Ci siamo chiesti da millenni a cosa servisse la verità. Ci hanno insegnato che la verità ci rende liberi, che niente sarà mai più importate. Ma è davvero così? La verità a tutti i costi serve? Sì. Sempre. Non serve se aspettiamo qualcosa in cambio. Non serve se il proclamo della verità stessa è un atto con cui poniamo al mondo una domanda, aspettando una risposta. No, in quel caso la verità non serve e mai servirà. Il motivo? Semplice, presto detto. Se il mondo seguisse le regole della logica e della ragione, sarebbe un posto idilliaco, quasi di fantasia, assolutamente non reale. Siamo al mondo per combattere e la guerra peggiore che dobbiamo affrontare è quella con altri simili. Hanno invaso il mondo di rifiuti ideologici, hanno sottratto al mondo la fantasia, la gentilezza, la lealtà. Attenzione però. Questo non deve farci desistere dalla ricerca stessa della verità. Viaggio verso l’utopia? Forse sì o forse no. Chi l’ha detto che per essere giusti dobbiamo essere come gli altri? Chi l’ha detto che usare gli altri ci rende più furbi e ci aiuta a trovare il nostro posto nel mondo? Niente è più bello della leggerezza della verità. A nulla varrebbe sottolineare quanto pesante possa diventare la vita di chi ha usato con gli altri l’arma peggiore: la disonestà. A nulla servirebbe, perchè la vita stessa di chi è nato con questa inclinazione è la sua condanna. La sua gioia è in sè la sua pena peggiore. Dunque non smettiamo di credere che in mezzo al viscido strato di pelle malsana che gira su due piedi per il mondo, ci sia anche il bello, il vero, l’onesto. Se pensate che non sia giusto che dobbiate soffrire in nome di questa benedetta verità e di questa benedetta lealtà, siate modesti e consolatevi semplicemente considerando che non potete peccare di superiorità pensando dunque di essere gli unici. Così come esistete voi che al bene e alla verità credete, così esisteranno tante altre persone che esattamente come voi, ci crederanno, poichè non possiamo essere gli unici e soprattutto poichè in fondo il mondo è anche pieno di bene. E’ solo che il bene fa meno rumore. Il bene si concede a se stesso e spesso, in se stesso vive e si consuma tramandandosi silenzioso. Mi auguro dunque un futuro in cui il bene faccia più rumore, un futuro in cui si creda nell’onestà, nella gentilezza, nella tenerezza poichè essere giusti non significa essere deboli. A correo del mio post vi lascio il video del monologo finale di un film dedicato alla vita di Giulio Andreotti. Chi mi conosce sa come la penso, chi non mi conosce leggerà in questo sarcasmo l’indignazione per un paese che commemora le stesse persone che hanno silenziosamente contribuito alla fine di molte cose, come la vita. Indignatevi per la vergogna di un Paese che si genuflette quotidianamente perchè pensa che essere più furbo sia la decisione più semplice, perchè come scrivevano ne La Storia infinita “E’ più facile dominare chi non crede in niente ed è questo il modo più sicuro di conquistare il potere”. Continuate quindi a fare finta di niente, ma sappiate che il bene c’è, ed è molto, è grande, è forte, non soccombe e la cosa più bella è che mentre voi vi state stancando di lottare sconfitti dall’ingiustizia, il bene è la da qualche parte del mondo, sempre in viaggio, sempre in corsa, sempre pronto a ritornare

Ricordate sempre che il mondo è in battaglia spesso persino contro se stesso, ma c’è una chiave che apre la porta della sopravvivenza: avere coraggio ed essere gentili.  Non importa cosa riceverete in cambio. Il vostro riflesso allo specchio restituirà l’immagine della cosa più importante che non avrete perso, la coscienza di un’anima che non avrete svenduto all’ultimo dei mercati

 

“Livia, sono gli occhi tuoi pieni che mi hanno folgorato un pomeriggio andato al cimitero del Verano. Si passeggiava, io scelsi quel luogo singolare per chiederti in sposa – ti ricordi? Sì, lo so, ti ricordi. Gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sapevano, non sanno e non sapranno, non hanno idea. Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te, gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sanno la responsabilità. La responsabilità diretta o indiretta per tutte le stragi avvenute in Italia dal 1969 al 1984, e che hanno avuto per la precisione 236 morti e 817 feriti. A tutti i familiari delle vittime io dico: sì, confesso. Confesso: è stata anche per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa. Questo dico anche se non serve. Lo stragismo per destabilizzare il Paese, provocare terrore, per isolare le parti politiche estreme e rafforzare i partiti di Centro come la Democrazia Cristiana l’hanno definita “Strategia della Tensione” – sarebbe più corretto dire “Strategia della Sopravvivenza”. Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Giovanni, Mino, il caro Aldo, per vocazione o per necessità ma tutti irriducibili amanti della verità. Tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa e lo so anch’io.

Giulio Andreotti – Il Divo

La luna a Palermo

Palermo respirava senza sole. Dicevano che l’inverno portasse il gelo di un’estate dimenticata, eppure alle stelle non sembrava fosse così. Rimasero meravigliate, stupite da quella strana terra che in così tanta luce, rifletteva sul mare il disegno di una Conca amata, violenta, sublime, quasi maledetta d’amore. Non riuscirono a scendere dal firmamento, e chiesero alla luna di piegarsi su quel promontorio, nella sua ora più bella, nella sua ora più piena. Così fece, e in un momento di magistrale splendore, ella si posò sulla città. La notte non conobbe buio, e la paura non trovò strade da percorrere, né vuoti da colmare. Niente riuscì a vincere sulla bellezza. Niente dominò il fiato rotto di chi, in ginocchio, venerava quel quadro, davanti al mare che sposava ancora la terra, infiammando gli uomini di desiderio e passione, inconsapevoli cittadini di sogni e paure. Cento e cento finestre distese sulla tela benedetta. Mille e mille sogni, dentro case sorridenti di vita e ferite dal dolore. Eccola la terra maledetta, eccola la terra benedetta. Oh, sublime piacere del profumo di zagara, non conosce stagione, e ricorda dovunque la terra che porti nel cuore. Non abbandonerà mai i tuoi occhi, anche se invasi da lacrime maledette, dovranno allontanarsi per vivere, sopravvivere, nutrirsi, resistere. È ancora là quel profumo. Ricopre la pelle, diventa una carezza di sale amaro, di giorni fritti di sapori e colori. Si stende sugli occhi aperti, spalancati su un porto che accoglie chi viene da lontano e chi, lontano, è costretto ad andare. Non si ferma lo sguardo, percorre ancora quella Cala di onde lente e stanche, quella Cala di colori e di tramonti distesi sul fianco della chiesa della Catena che di Palermo narra la storia vera. Continuano i passi incerti dello sguardo innamorato. Attraversano il centro di una storia dimenticata, si fermano davanti a vecchi portoni che sembrano nascondere la fame e la sete, spalancandosi invece in ampi squarci di storia e cultura. Oh, che meraviglia! Oh, che incanto! Dio, hai dimenticato di darci un nome e, curioso di vedere quanti nomi potessimo avere, hai lasciato che troppi ci dominassero, per essere tutti schiavi e padroni di una bellezza che non è di nessuno e a tutti appartiene. Una bellezza che, come un mosaico di un’altra epoca, si componeva del Paradiso e dell’Inferno, e diventava Palermo. Lo sguardo continua a camminare e si ferma, addolorato davanti lapidi, tristi memorie del sangue che i potenti hanno lasciato che venisse versato. Ci sentiamo in colpa, vogliamo chiedere scusa… ma per quale peccato? La sola colpa che conosciamo è quella di essere poveri, di vendere la nostra terra come scenario maledetto di storie che registi del male, scrivono per noi. Film di sangue, onestà e paura. Eppure abbiamo accolto anche chi, la paura, voleva mandarla via. Sono venuti a casa nostra per salvarci, e quando erano a un passo dal nominare i registi di quel teatro, sono stati uccisi, dall’alto, da chi, al di là di questo stretto, è abituato a commemorarci, a chiamarci terra maledetta, quando di maledetto, noi, abbiamo accolto solo i loro passi. Continuano a venire qui, nei giorni del ricordo, nei giorni della memoria e i carnefici ricordano le vittime. Non ne abbiamo bisogno. Noi non dimentichiamo. Continuiamo a ricordarli, mentre la luna cala sul promontorio. Palermo si inchina e ringrazia per questa visita celeste. Il silenzio torna, il dolore si muove ancora là, da qualche parte, ma noi non abbiamo paura, perché siamo nella bellezza, ed è lì che sta la chiave del mondo

Testo: Lucia Bonelli
Foto: fotografa Giulia Savasta

La luna

 

Mi dicevano che la luna dimentica gli uomini, quando gli uomini si dimenticano di lei, così ho mosso mari e monti per chiederle scusa. Ho attraversato deserti, solcato mari, combattuto nuove guerre. A nulla è valsa la paura. Lei era sempre lì, in un cielo stellato macchiato di rosso e d’arancio. Era la fine della notte e quella, finalmente, era l’alba di un nuovo giorno. Non temere le parole della gente. Ogni storia gonfia la bocca dell’uomo fino a diventare leggenda. Sii sordo alla calunnia e quando dubiti delle stelle, spiega la scala della speranza, troverai di più di quello che cerchi, troverai la luna in un cielo di stelle

Io Prima Di Te – Vivi bene. Semplicemente, vivi.

locandinaChi mi conosce sa che è quasi impossibile che io veda un film senza sapere prima se ci sia o meno il lieto fine. Non chiedetemi perché, ma da parecchi giorni mi girava in testa l’idea di vedere il film completo Io prima di te, senza scene da saltare, senza eliminare il finale, tutto, per intero… tutto. Quello che provo in questo momento è così forte che non riesco quasi a trovare le parole, mi sembra per la prima volta che quello che sento sia talmente inteso che nessun poeta del mondo potrebbe aiutarmi a trovare le parole adatte, perché esse non renderebbero comunque merito a quello che provo. Io che vedo un film che finisce, non male… di più… Io che sento di avere visto un film che finisce non bene, di più. Non prendetemi per pazza, ma questo è l’amore… l’amore è questo! Difficile che si cambi per amore, al contrario, l’amore sottolinea i tuoi desideri e ti rende ancor di più te stesso. Accade così per i due protagonisti, Lou e Will. Cosa vuole dire davvero questa storia? Semplice, quasi sconvolgente per la sua semplicità. Un concetto assurdo e talmente giusto da sconcertare: l’amore non è cambiare per qualcuno, l’amore è restare se stessi accanto a qualcuno che ci ama esattamente così come siamo, qualcuno a cui riusciamo a dare il meglio di noi semplicemente essendo noi stessi. Will è già se stesso, ha preso la sua decisione e sente per di essere amato, come uomo, al di là della scelta di morire o meno. Se vogliamo vedere il film come un banale dibattito eutanasia sì/eutanasia no, allora possiamo armarci e combattere fino allo stremo, ma non è questo il punto della situazione.

Quando si incrina per un attimo il loro rapporto? Quando Lou resta delusa poichè Will non ha cambiato idea. Lou pensava che il suo amore lo avrebbe cambiato, ma l’amore non cambia le persone, le esalta, le fa uscire fuori, le fa sentire uniche, ma non le cambia. Ecco il doppio binario, l’amore di Will per Lou, e la morte in cui viveva Lou, spenta, in una vita che non le apparteneva, vivendo al di sotto del suo “potenziale”.

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Will: “Sai cosa vedo in te Clark?”
Lou: “Non dire potenziale”
Will: “Potenziale”

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Ecco cosa fa l’amore ci rende improvvisamente consapevoli di ciò che siamo, di quello che abbiamo dimenticato, spolvera l’anima dalle paure che la soffocano. Disarmante l’interpretazione della protagonista che vive la vita sorridendo, come se niente la possa toccare davvero, e improvvisamente resta nuda davanti a se stessa.

Molte donne sognano un amore che si presenti davanti a loro con una bella macchina e un anello al dito, altre donne cercano soltanto un corpo caldo per procreare… e poi ci sono loro, le donne che l’amore, quello vero, lo disegnano con una matita invisibile nascondendolo in un pensiero che appartiene solo a loro e lo riconoscono là, proprio là. Il giorno del loro compleanno quando stanno per scartare un regalo e dentro trovano un paio di calze gialle e nere che le fanno saltare di gioia restituendo memorie di un’infanzia non troppo lontana e riconsegnando loro quel tassello di felicità che le rende di nuovo vive.

Oh, com’è è semplice amare! E quanto difficile e dispendioso per l’anima risulta il tempo perduto in faccende del tutto estranee a esso. Ci sforziamo di riconoscere il grande amore, di scavare nel cuore delle persone e improvvisamente ci rendiamo conto di averlo di fronte e di non dover fare alcuno sforzo poiché l’amore si presenta a noi nudo, bellissimo, assolutamente forte in una corazza universale che apparterrà solo a noi. Non importa quello che accadrà dopo, poiché vivere il grande amore anche solo per pochi pochi istanti vale il conto dell’eternità.

Pensavamo di vedere il film tifando per Lou, affinché convincesse Will a non morire, a restare in vita, ma Will era già vivo ed era Lou quella da salvare, è per questo che il film ha un lieto fine. Ci sono dei momenti in cui lei stessa perde coraggio, forza, guarda una parte della vita che così da vicino non aveva mai visto. Cosa può fare? Come può davvero essergli utile?

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Bernard Clark: Non puoi cambiare la natura delle persone.
Lou: E allora, uno cosa fa?
Bernard Clark: Le ama.

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Più di una volta si sdraierà su quel letto accanto a Will. Quanto amore e quanta passione c’è in quella vicinanza? Più di tutte le possibili scene emozionanti, erotiche, appassionate che mai potremmo vedere. Sono uno accanto all’altra, il mondo al di fuori di quella stanza. Sufficiente. Più che sufficiente? Sì, semplicemente sublime.

Ha ragione Will:

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“Ama ogni istante”

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Non rompiamo il mondo con l’odio che dà voce all’insoddisfazione latente nella vita di ognuno di noi che cerca sfogo solo colpendo gli altri e creando dolore intorno a noi. Dedichiamoci a cosa amiamo davvero. Dedichiamoci alla vita, all’amore, ai sogni, poiché niente è più reale di una vita vissuta seguendo ciò che portiamo nel cuore.

Dirsi addio ha davvero valore, quando chi amiamo resta nel cuore?
No.
Non è mai un addio.
Un amore, quell’amore, resta per sempre.

Un piccolo stralcio della lettera che Will lascia a Lou Clark:

“…Ci si sente sempre disorientati quando si viene sbalzati fuori dal proprio angolino rassicurante. Ma spero che tu sia un po’ elettrizzata. Il tuo viso quando sei tornata dall’immersione mi ha detto tutto: c’è fame in te, Clark. C’è audacia, l’hai soltanto sepolta, come fa gran parte della gente. Non ti sto dicendo di buttarti da un grattacielo o di nuotare con le balene o cose di questo genere (anche se in cuor mio mi piacerebbe che lo facessi), ma di sfidare la vita. Metticela tutta. Non adagiarti. Indossa quelle calze a righe con orgoglio. E se proprio insisti a volerti sistemare con qualche tizio strampalato, assicurati di mettere in serbo un po’ di questa vitalità. Sapere che hai ancora delle possibilità è un lusso. Sapere che potrei avertele date io è stato motivo di sollievo per me. Così stanno le cose. Sei scolpita nel mio cuore, Clark, fin dal primo giorno in cui sei arrivata con i tuoi abiti ridicoli, le tue terribili battute e la tua totale incapacità di nascondere ogni minima sensazione. Tu hai cambiato la mia vita molto più di quanto questo denaro potrà cambiare la tua. Non pensare a me troppo spesso. Non voglio pensarti in un mare di lacrime.
Vivi bene. Semplicemente, vivi.
Con amore, Will”

 

Un granello di sabbia

aurynCi sono tempi che cavalcano così velocemente, tanto da confondere il vento con il movimento della terra. Ci sono giorni in cui ti stendi fra le pagine del destino e ti abbandoni fluttuando verso abbracci, che potrebbero rispondere a ognuna delle tue domande. Che poi, alla fine, una risposta non c’è. Ci imbelliamo di parole e forme composte, e non ci arrendiamo mai all’evidenza che le cose più forti della vita si sentono con il cuore, sempre. Quando il cuore è felice. Quando il cuore si rompe. Quando il cuore vaga come nello spazio, senza gravità, cercando tutti gli altri pezzi. Chi ci sia davvero al di là di quello spazio, non ci è dato saperlo. Io ho sempre creduto in un Dio che ha creato tutte le cose, un Dio che ogni nazione ha la libertà di chiamare con il nome che la storia del suo popolo ha ritenuto più opportuno. Non credo che esista un Dio che abbia stilato delle regole precise per ottenere grazie o miracoli. Credo che quel Qualcosa di superiore ci aiuti a mettere una mano sul cuore per sopravvivere, anche quando le domande si fanno troppe. Il libero arbitrio è l’unica cosa vera che abbiamo, che rende vano anche il continuo appellarsi al destino. Noi scegliamo la nostra strada. Noi scegliamo chi essere, in cosa credere, cosa diventare, a quali compromessi scendere e da quali salvarci, per dimostrare a noi stessi che, alla fine, l’unica cosa che conta e che resta è la dignità che ci restituisce lo specchio. Tutto il resto è una lotta, una lotta continua. Una lotta fra ciò che siamo e ciò che ci sforziamo di essere per la società. È la verità che vince, sempre, nonostante tutti. Se combatti per te stesso, devi accettare di combattere senza armi, se non quelle che ti porti dentro. Quando all’inizio de La Storia Infinita comunicano al giovane Atreyu che solo lui potrà salvare l’Infanta Imperatrice dalla morte, che causerebbe la fine del mondo di Fantàsia, lui arriva alla Torre d’Avorio con la divisa da cacciatore del bufalo, ma non servirà. Gli viene chiesto di abbandonare tutte la armi e di partire solo, senza niente addosso, solo con l’Auryn, il simbolo del bene e del male, due serpenti intrecciati, uno bianco, l’altro nero. L’Auryn gli mostrerà la strada giusta perchè chi porta l’Auryn agisce in nome nell’Imperatrice. Chi siamo? In cosa crediamo? Chi rappresenta il nostro Auryn? Non importa chi sia, che cosa rappresenti e quale nome gli darete. Più pericoloso del credere in qualcosa, c’è solo il non credere in niente, poichè chi non crede in nessuna cosa, alimenta il mondo del Nulla. Scegliete qualcosa in cui credere, qualcosa che possa comandare il cuore verso la verità. Qualcosa che vi consoli quando le ingiustizie saranno talmente tante, che vi fermerete a chiedervi a cosa serve nella vita essere se stessi. L’Auryn è il vostro simbolo, è idealmente ciò che siete, l’insieme dei vostri valori. Desiderate davvero vincere sempre su tutto? Sventolare obiettivi raggiunti o lustrini o post pubblici per sottolineare chissà che cosa nella vostra vita? Desiderate davvero credere che umiliare qualcuno o deriderlo possa rendervi migliori? Desiderate davvero usare la fede per mettervi al sicuro, per seguire pedissequamente regole o riti che possano assicurarvi il Paradiso? Oh, non credo che lo vogliate veramente. Ma siamo tutti esseri umani, vorremmo non essere vittime di ingiustizie, di slealtà, di pugnalate alle spalle. Tutti vorremmo non prendercela con il Fato, con chiunque, con le trame strane di una vita incomprensibile. Non importa davvero ciò che possiamo raggiungere, ciò che importa è  la chiarezza e la bellezza delle impronte che lasceremo nel nostro cammino. A volte saranno impronte nitide e chiare, altre volte saranno stentate e dolorose, altre volte per la stanchezza saranno trascinate, ma saranno nostre e in ogni passo riconosceremo ciò che profondamente siamo e che mai dovremo dimenticare di essere: noi stessi!

E se perderete ancora? Se dovesse essere troppo tardi? Non importa. Potrete sempre ricominciare da un granello, da un piccolo granello di sabbia, da quel piccolo luminoso granello di sabbia che c’è sempre, nascosto in una parte di voi. Si nutre di poco, quel poco che può diventare tutto, quel poco che può ricostruire da zero il’intero mondo di Fantasia: la speranza di sognare ancora.

* * *

Bastian: Fantàsia è stata distrutta?
Imperatrice: Sì.
Bastian: È stato tutto inutile.
Imperatrice: No, non è vero, Fantàsia può ancora risorgere. Dai tuoi sogni, dai tuoi desideri.
Bastian: E come?
Imperatrice: Apri la mano… C’è qualcosa che desideri?
Bastian: Non lo so.
Imperatrice: Allora Fantàsia non esisterà più. Mai più.
Bastian: Quanti ne posso dire?
Imperatrice: Tutti quelli che vuoi, più tu ne esprimerai più il regno di Fantàsia sarà splendido

La stella Gisella

La stella Gisella non aveva dubbi d’essere bella. Brillava di perfetta luce riflessa e tutto il mondo la stava a guardare. Nessuno sapeva perchè col sole in fronte fosse così bella, eppure esisteva quella parte del mondo che grazie al sole vedeva una stella.  Un primo giorno d’inverno, Osvaldo cacciatore di stelle partì con catene ribelli per raggiungere Gisella e spegnere quella luce che la rendeva così bella

Un bambino di nome Paolo nella casa al di là del lago, riconobbe quel carro e fuggendo scappò lontano. Non avrebbe permesso che Osvaldo catturasse Gisella, altrimenti quale notte sarebbe più stata bella? Era certo e senza paura. Aveva deciso. Il suo sogno sarebbe stato la cura. Fu così che, trovata la nuvola più soffice, Paolo si addormentò trapunto di cielo e di vento. Sognò con tutto se stesso che, sorretto dal vento e dal sole, potesse trovare Gisella, prima di Osvaldo il gran cacciatore.

Fulmini, saette, lampi nel cielo. Tutti ricordano in ogni dove la magia che nel cielo fermò il cacciatore. Solo un sogno fermò Osvaldo. È il segreto di ogni gente, delle favole che nascono dal niente. Quando guardi Gisella, la stella più bella, non dimenticarti chi l’ha salvata. Chiudi gli occhi, rallegra il sorriso e impara a sognare, perchè nessuno il mondo può salvare, se lui stesso non impara a sognare

La Regina Della Tela

https://www.facebook.com/lucia.bonelli1
Opera dell’artista lucana Lucia Bonelli https://www.facebook.com/lucia.bonelli1

Sospende l’attesa quel desiderio disteso al sole del nuovo giorno. Sorride ruffiana al piacere del mondo che la sfiora, che la cerca, che non la trova, non la trova mai. Cento colori, venti rubini, foglie d’autunno, riflessi sublimi. Tutto in un quadro, senza cornice, senza confini. Rosso del fuoco, giallo di tela, sfiorano gli occhi, sospira la sera. Verde d’un bosco, azzurro  di speme, si accende l’autunno fra tutte le tele. Corre deciso, scivola sulle spalle… nude di vento, danzano come farfalle. Bronzo prezioso, oro sublime, scivola sull’olio, sul collo e sulle cime. L’argento sposa il  bianco, proteggendolo come fosse stanco. Concerto di colori fra cento capolavori. E’ l’occhio sognatore, che cerca il nuovo albore. La trova… distesa sul’altare fra le mani di vernice, indecisa fra le pieghe del nuovo getto di colore. E’ una donna. E’ un bagliore. E’ un riflesso sulla tela. Si avvicina l’emozione. Si concede al desiderio di parlare con il tempo e, nel tempo,  è un incanto quella bocca, fra le labbra è il paradiso. Un dipinto, solo un sogno, sul calare della sera. E è un incanto, di luce accesa, che nessuna forma cela, perchè lei, o amati occhi, è la regina della tela