Categoria: <span>le mie parole</span>

Categoria: le mie parole

Quello che so di me

Se fosse primavera prima di ogni inverno, sarei poesia ogni attimo. Poesia all’alba, all’ora del desio, poesia al tramonto e nelle notti senza malinconia. Se fosse primavera, come accade adesso, fuori dalla finestra mia, sarei leggera di vento e vesti scollate; sarei arancio di fiori accesi e bianco del puro fiore della vita mia. Sarei cielo di panna e azzurro, indecisa se divenire battito, farfalla o veloce mosca destata dal lungo inverno. Eppure se in un istante, nelle tue amate stanze, proponessi alla vita mia di divenire perenne poesia, declinerei l’invito, consapevole e mai arresa all’incostante vero che mai un amore fu sincero se non disposto a costante inverno battagliero

Giovanni Allevi – Su quella poltrona vuota, c’era l’infinito…

Due tempi. Un tempo. Il silenzio. Ritrovarsi davanti alla musica, così come ci si ritrova davanti a un Dio che non ha ragioni ma, nella ragione, ti restituisce il senso di ogni cosa. Giovanni Allevi, non dovrei aggiungere parole, perché non ce ne sarebbero. Serve anima e, quella, ce l’abbiamo tutti. Nascosta. Dimenticata, mai nuova, mai trapassata. L’anima. Tutti. Giovanni ha ricordato degli inizi, quando suonava davanti a non più di quindici persone e, quelle, erano la sua felicità. C’è stato un tempo in cui, il Giovanni già Compositore Allevi, ha visto una poltrona vuota e il cuore, in quel momento, ha perso un battito. Si è chiesto perché. Oggi, se fosse davanti a me, vorrei dirgli che su quella poltrona vuota c’era tutto, c’eravamo noi; c’erano quelli che non avevano materia per raggiungerlo; c’era l’estasi, la frenesia, la voglia ardente in cui il presente ammette il suo limite e,  in un acme esplode e diviene infinito. Nessun orecchio umano potrà tradurre in parole quello che la musica crea nei meandri di una percezione così microscopica da riuscire a divenire voce muta di quell’infinito. Ho ascoltato Tomorrow come se avessi ascoltato la voce di quel Dio che, in qualsiasi forma ognuno di noi gli dia nome, ha voluto accarezzare il genio, l’estro, la totale ammissione di arte eccelsa tra le mani, le costole rotte, il tremore, il sangue che l’occhio umano non vede tremare, ma che scuote la vita. Il destino non l’ha lasciata su quelle mani, strumento nello strumento; l’ha resa nostra, l’ha resa di tutti. Noi siamo stati infinito, su quella poltrona, da quella poltrona, con te lo saremo sempre. Grazie, Giovanni.

Domani, non ha senso che torni domani,
non ha senso se non so essere oggi.
Sono stanco. C’è un gesto che non controllo,
c’è un sangue infuocato che non gestisco.
Eppure, quella là fuori sembra l’alba… o, forse, è il tramonto?
È la fine del giorno o inizia?
Dormo, è giorno e sono vento.
Sono nuvola, pioggia o colore di alba accesa.
Ha bisogno di me. Il cielo ha bisogno di me perché, senza la mia presenza non sarebbe estasi,
non sarebbe incanto, non conoscerebbe il rosso interrotto che nuovamente diventerà celeste.
Che bella… che dolce l’armonia, io stesso mi sento poesia.
Non importa quanto.
Uno? Due? Cento? Io non sono il tempo.. io, l’ho messo sui tasti e lui, spavaldo e intenso, ha spazzato via il turbamento.
Adesso tremo ancora. Eppure, insieme a me, tremate tutti voi perché chi vive vibra, brucia, forse si spegne e geme sul tramonto, ma non si arrende perché c’è ancora una scintilla che sa di fiato che che, a questa vita, s’apprende.

Non smettiamo di essere luce

Poi la luce rompe la dimensione e diventa arcobaleno, diventa colore, diventa vita. Ti pieghi sul pavimento perché quella luce diventi anche la tua, perché ti tocchi, perché tu possa essere la prova che, da un singolo raggio, possano nascere tutti quei colori. È questa la rifrazione. La luce entra nel prisma e si divide in tutti i colori che la compongono, che ne fanno parte, anche quando non si vedono. La domanda è.. qual è la lunghezza d’onda? Chi è il prisma che ci permette di capire e scoprire tutti i colori di cui siamo fatti? È doloroso il prisma? È davvero così facile avere la forza di entrare, rompersi e ricomporsi? Misuriamo l’angolo di rifrazione.. di cosa è fatto? Di baci, di dolore, di ricompense e pene, di sospiri, di pianti, di incontri e addii; è fatto di silenzi che hanno generano così rumore da portarti al limite dell’esistenza; è fatto di carezze così tenaci da riportarti al di qua della vita. La rifrazione del tempo e dell’anima. Riusciamo a dividerci in tutti quei colori, ma abbiamo paura, perché sappiamo che quel prisma costa dolore e temiamo che quelle labili cicatrici che abbiamo dentro possano essere riaperte al solo avvicinarsi del prisma. Perché il mondo ha paura della luce? Perché il bene fa meno rumore del male? Vale la pena passare di nuovo da quel prisma? Sì. Fino all’ultimo dei nostri giorni varrà la pena desiderare e subire gli effetti del destino, senza inginocchiarci, senza perdere la speranza, senza smettere di pensare che possa esistere, nel mondo, chi vede oltre la forza granitica che mostri, scoprendo tutte le fragilità che ti hanno lasciato i tempi in cui sei stata tu la forza degli altri. Io non smetto di sfidare il prisma, perché vale la pena essere luce, trasformarmi, scoprire, sfiorare, vivere, perché tutto può cambiare.. L’indice di rifrazione dipende anche dall’aria e dal vetro, dunque ogni volta cambia, e cambi tu. Non possiamo sapere qualche angolo ci farà scoprire il ventaglio di colori di cui siamo fatti, ma, nel dubbio, non smettiamo di essere luce. E come si riesce a essere luce? Rinnegando il falso, combattendo per la verità, non stancandosi mai di pensare che, a discapito di tutte le cose che possiamo perdere, la scelta della verità sarà sempre la scelta migliore..
Platone diceva che possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.. Dunque, non abbiate paura della luce e cercatela in ogni cosa perché persino le frasi omesse, le bugie e le maldicenze sono buio. Vivete, dunque, cercando di essere luce

Se fossimo tutti anime

Come il tempo che non comanda l’uomo. Un vortice, un uragano che genera tempesta e sole. Una tempesta di nebbia chiara, di nebbia amata, conosciuta, ma consapevole che potrebbe nascondere altro sole o altra pioggia. E, tu, che fai? La affronti. Pensi di essere preparata. È possibile essere più preparati del tempo stesso? È possibile soffiare, come sulla copertina di un libro dimenticato, e riconoscere in un attimo il libro che più hai amato? Sì. Scoprire che ricordi ogni pagina e che, per anni e anni, l’hai lasciato lì, da qualche parte. Avevi paura di aprirlo? Avevi paura di scoprire altre parole in una storia che ormai conosci a memoria? Sai che ti fa piangere, che ti fa tremare, che semina tempeste di sabbia nella tua casa e nelle altre case del tuo cuore. E, tu, che fai? La affronti, di nuovo, ancora.
C’è un limite alla speranza? Sì? No?
C’è un limite persino se sei tu stesso ad esserti arreso?
No. Non c’è un limite. Allora, che fai? Pensi che le stesse cose che hanno causato più dolore, siano le stesse cose che possano guarire quel dolore: le parole. Davvero siamo disposti a perdere tutto? Davvero ci siamo abituati che quel tutto non sia niente e che possiamo farne a meno? Davvero la vita può ridursi a questo? Sì, può farlo, e tu puoi farlo, con lei… William Shakespeare scriveva che Siamo venuti al mondo come fratello e fratello, e ora andiamo di pari passo, non uno prima dell’altro. Basterebbe così poco. Basterebbe pensare, per una volta, che tutto il vomito esistenziale che ci ha causato l’altro possa in parte essere anche colpa nostra, non solo ma anche
Piegarti sulle ginocchia cosa ci ha insegnato? Ci pieghiamo sulle ginocchia rivolte a un Dio che ci chiede di obbedire ad altre leggi, Gli promettiamo di esserGli devoti, e non amiamo l’altro come amiamo noi stessi. Oppure sì? Forse siamo così rigidi con l’altro perché non riusciamo ad amare neanche noi stessi? Ho ricordi di catechismo, tocco e sfioro la filosofia e la matematica, mi appassiona l’astronomia e la confusa galassia di cui vorremmo fare parte.
Ma tu, fratello, tenderai la mano prima di dire addio? O era davvero un addio?
Tu, sorella, accoglierai la mano sentendoti finalmente amata? Riuscirai a non graffiare il tocco incerto?
Io, da piccolo essere inutile, sono mai riuscita a compensare quel dolore? Potevo fare di più? Sicuramente. Ma io sono figlia del mio tempo e della consapevolezza di non essere perfetta, di non essere abbastanza.
Se tornassi indietro, cosa farei?
Griderei più forte?
Pregherei di non usare parole acerbe e sicuramente non volute dal vostro Dio?
Sì, forse lo farei. Ma cosa conta adesso, in questa lettera in cui sono distesa come se mi prendessi un attimo il respiro che non sento. Contano i giorni. Domenica, poi Lunedì e, dopo, di nuovo martedì.
Vuoi farli passare ancora quei giorni?
Vuoi ricordare quello che ti è stato fatto e dimenticare quello che hai fatto?
Vuoi ricordare quanto sei stato amato?
Vuoi prendere quella mano che graffia e che teme il mondo perché il mondo, un tempo, l’ha dimenticata?
Ha saputo chiedere amore nel modo giusto? Forse no.
Ha saputo essere lieve sospiro di attesa? No, è stata vortice e grida, è stata vento e tempesta e, in ogni ramo strappato, nessun sole ha capito come potere portare in salvo quelle stanze chiuse del suo cuore.
Le stanze rotte possono essere abitate solo da chi le ha distrutte; possono essere amate solo da chi può ricostruirle. Le stanze rotte hanno cicatrici di cemento e vento, creano muffa e ristagno, ma se apri tutto, se spalanchi quelle finestre e ti siedi con un po’ di colore, diventano quadro, rima e poesia e, in quelle crepe, ti risanano il cuore. Tu, hai ancora una stanza vuota? Hai una stanza da colorare? Una stanza in cui ospitare? Hai una stanza in cui non ci siano rami secchi? Una stanza in cui accoglierla e piegarti al maggiore ruolo dei tuoi anni e, per un attimo, placare rabbia, giusto o ingiusto ricordo e stendere un colore nuovo, diventando abbraccio di sangue e lacrime tra travi e chiodi, fra finestre rotte e vento gelido. Tu, vuoi darle l’ultimo abbraccio? Dai neonati pianti, ai silenzio assordanti, hai mai desiderato ancora la sua compagnia? Vuoi amarla del fraterno dono che Dio ti ha messo lì, da qualche parte, nelle parole che non dici, in quelle che hai imparato a non ascoltare, persino in quei gesti carichi di disappunto e giudizio che, forse, nascondono solo l’unico modo in cui riesci a vivere, così come ognuno di noi ha il proprio. Io vorrei andare contro il mondo e contro tutti e, a dispetto del dolore che rischia di risvegliarsi ancora più intenso nel varcare quella porta, spero che quella stanza in qualche modo, tu, la stia preparando nei tuoi silenzi e che possa essere pronto tu stesso, a non cogliere, non raccogliere, a tendere le braccia anche se davanti a te le lacrime saranno quasi gelide e tenderanno a tagliarti, a graffiarti come stalattiti. Tu, sarai abbastanza forte da avere un cambiamento che comporti l’accoglienza, il ritrovarsi, il potere salvifico di un ti voglio bene. L’hai mai detto? Hai mai amato chi era diverso da te? Tu, ti sei mai liberato dalla perfezione del tuo operato, che nei tuoi traguardi ti fa solo onore, per scoprire il piacere e il sollievo del momento stesso in cui abbandoni tutto il resto e vedi per una volta, per una sola volta, che sapore abbia il mondo, di che genere di felicità gli altri siano capaci di renderti partecipe. Tu che faresti a quella bambina che ha lasciato un soldino sul comodino per chiedere un abbraccio prima di dormire? Sei sicuro di non poterla amare? Io credo che sarebbe possibile vivere così, liberi di arrenderci al presente. Liberi di non dovere difendere le tesi di un passato in cui tutti, nessuno escluso, siamo perdenti, sconfitti artefici di uno stesso destino che, nella divisione, rappresenta la nostra sconfitta. Io credo che sarebbe possibile impegnarsi a salvarci e a salvare altre parti di noi in giro per il mondo. È il momento. È il momento di scendere quel gradino, di ritrovare chi ti ha amato da tutta la vita arrivando persino a odiarti, perché solo chi ama è capace di odiare. Victor Hugo scriveva che quanto più piccolo è il cuore, tanto più odio vi risiede, e io cerco di farmi il cuore grande, ma mi sembra che più apro le porte a chi mi fa del male, più è il mio di cuore a diventare piccolo. Questo posso anche accettarlo, ma non per lei. Lei è l’essenza della solitudine tanto quanto è l’essenza della perfezione ai miei occhi. È un riferimento per chi ha cercato conforto. È il primo stadio dell’amore e l’ultimo della disperazione; lei, che ha creato ed è stata due famiglie in una e che nell’ultima è stata amata per cento di tutte le famiglie che avrebbero potuto amarla, sì, lei, potrai amarla ancora senza trafiggerle il cuore?
Temo il giorno più della notte, fratello mio.
Temo che questa gioia nuova consegni al mio dolore un motivo per ridestarsi, per raccontarsi.
Temo, l’ennesimo colpo di vento, violento. Temo di non trattenere abbastanza a lungo il respiro.
Temo che quel soldo sul comodino non sia abbastanza, ma anche da questo dolore mi saprò salvare.
Anche dopo questo dolore, in quella stanza, io ti saprò sempre amare.

–  Charlie: Saremo per sempre fratelli.
Sam: Promesso? Ogni giorno? Col sole o con la pioggia? Col caldo o col gelo?
Charlie: Promesso.”

La stella levigata dal mare

Il rumore del tempo. Il respiro, il fiato lento. Quando ti toccano non c’è più silenzio. Non lo sanno, non ci credono, si abituano al sorriso, la tua vita è solo tempo condiviso. Allora ti bagni; esce dagli occhi, dalla testa, dalle dita. Sembra troppo. Dove lo tieni tutto questo mare? Non lo sanno che sono parole da stendere, da asciugare? Quando ti toccano, trattieni il respiro. Non ti muovi, non ti trovi, sei solo polvere che soffoca lo zaffiro. Dove li hai lasciati gli occhi? Dove li confondono con il mare? Li vuoi dimenticare? Non li aprire, adesso non li puoi trovare. Piccola dietro pieghe di sale, sei ancora bambina dietro onde di mare, sì .. sei solo un’altra donna che la madre può abbandonare. Gli occhi? Dunque, li vorresti ritrovare? No. Lasciali agli altri, come tutte le tue storie. Posa per sempre la penna, smettila di parlare. In questa primavera le parole sono nènie che nessuno sa ascoltare

Io Prima Di Te – Vivi bene. Semplicemente, vivi.

locandinaChi mi conosce sa che è quasi impossibile che io veda un film senza sapere prima se ci sia o meno il lieto fine. Non chiedetemi perché, ma da parecchi giorni mi girava in testa l’idea di vedere il film completo Io prima di te, senza scene da saltare, senza eliminare il finale, tutto, per intero… tutto. Quello che provo in questo momento è così forte che non riesco quasi a trovare le parole, mi sembra per la prima volta che quello che sento sia talmente inteso che nessun poeta del mondo potrebbe aiutarmi a trovare le parole adatte, perché esse non renderebbero comunque merito a quello che provo. Io che vedo un film che finisce, non male… di più… Io che sento di avere visto un film che finisce non bene, di più. Non prendetemi per pazza, ma questo è l’amore… l’amore è questo! Difficile che si cambi per amore, al contrario, l’amore sottolinea i tuoi desideri e ti rende ancor di più te stesso. Accade così per i due protagonisti, Lou e Will. Cosa vuole dire davvero questa storia? Semplice, quasi sconvolgente per la sua semplicità. Un concetto assurdo e talmente giusto da sconcertare: l’amore non è cambiare per qualcuno, l’amore è restare se stessi accanto a qualcuno che ci ama esattamente così come siamo, qualcuno a cui riusciamo a dare il meglio di noi semplicemente essendo noi stessi. Will è già se stesso, ha preso la sua decisione e sente per di essere amato, come uomo, al di là della scelta di morire o meno. Se vogliamo vedere il film come un banale dibattito eutanasia sì/eutanasia no, allora possiamo armarci e combattere fino allo stremo, ma non è questo il punto della situazione.

Quando si incrina per un attimo il loro rapporto? Quando Lou resta delusa poichè Will non ha cambiato idea. Lou pensava che il suo amore lo avrebbe cambiato, ma l’amore non cambia le persone, le esalta, le fa uscire fuori, le fa sentire uniche, ma non le cambia. Ecco il doppio binario, l’amore di Will per Lou, e la morte in cui viveva Lou, spenta, in una vita che non le apparteneva, vivendo al di sotto del suo “potenziale”.

separatore-35

Will: “Sai cosa vedo in te Clark?”
Lou: “Non dire potenziale”
Will: “Potenziale”

separatore-35

Ecco cosa fa l’amore ci rende improvvisamente consapevoli di ciò che siamo, di quello che abbiamo dimenticato, spolvera l’anima dalle paure che la soffocano. Disarmante l’interpretazione della protagonista che vive la vita sorridendo, come se niente la possa toccare davvero, e improvvisamente resta nuda davanti a se stessa.

Molte donne sognano un amore che si presenti davanti a loro con una bella macchina e un anello al dito, altre donne cercano soltanto un corpo caldo per procreare… e poi ci sono loro, le donne che l’amore, quello vero, lo disegnano con una matita invisibile nascondendolo in un pensiero che appartiene solo a loro e lo riconoscono là, proprio là. Il giorno del loro compleanno quando stanno per scartare un regalo e dentro trovano un paio di calze gialle e nere che le fanno saltare di gioia restituendo memorie di un’infanzia non troppo lontana e riconsegnando loro quel tassello di felicità che le rende di nuovo vive.

Oh, com’è è semplice amare! E quanto difficile e dispendioso per l’anima risulta il tempo perduto in faccende del tutto estranee a esso. Ci sforziamo di riconoscere il grande amore, di scavare nel cuore delle persone e improvvisamente ci rendiamo conto di averlo di fronte e di non dover fare alcuno sforzo poiché l’amore si presenta a noi nudo, bellissimo, assolutamente forte in una corazza universale che apparterrà solo a noi. Non importa quello che accadrà dopo, poiché vivere il grande amore anche solo per pochi pochi istanti vale il conto dell’eternità.

Pensavamo di vedere il film tifando per Lou, affinché convincesse Will a non morire, a restare in vita, ma Will era già vivo ed era Lou quella da salvare, è per questo che il film ha un lieto fine. Ci sono dei momenti in cui lei stessa perde coraggio, forza, guarda una parte della vita che così da vicino non aveva mai visto. Cosa può fare? Come può davvero essergli utile?

separatore-35

Bernard Clark: Non puoi cambiare la natura delle persone.
Lou: E allora, uno cosa fa?
Bernard Clark: Le ama.

separatore-35

Più di una volta si sdraierà su quel letto accanto a Will. Quanto amore e quanta passione c’è in quella vicinanza? Più di tutte le possibili scene emozionanti, erotiche, appassionate che mai potremmo vedere. Sono uno accanto all’altra, il mondo al di fuori di quella stanza. Sufficiente. Più che sufficiente? Sì, semplicemente sublime.

Ha ragione Will:

separatore-35

“Ama ogni istante”

separatore-35

Non rompiamo il mondo con l’odio che dà voce all’insoddisfazione latente nella vita di ognuno di noi che cerca sfogo solo colpendo gli altri e creando dolore intorno a noi. Dedichiamoci a cosa amiamo davvero. Dedichiamoci alla vita, all’amore, ai sogni, poiché niente è più reale di una vita vissuta seguendo ciò che portiamo nel cuore.

Dirsi addio ha davvero valore, quando chi amiamo resta nel cuore?
No.
Non è mai un addio.
Un amore, quell’amore, resta per sempre.

Un piccolo stralcio della lettera che Will lascia a Lou Clark:

“…Ci si sente sempre disorientati quando si viene sbalzati fuori dal proprio angolino rassicurante. Ma spero che tu sia un po’ elettrizzata. Il tuo viso quando sei tornata dall’immersione mi ha detto tutto: c’è fame in te, Clark. C’è audacia, l’hai soltanto sepolta, come fa gran parte della gente. Non ti sto dicendo di buttarti da un grattacielo o di nuotare con le balene o cose di questo genere (anche se in cuor mio mi piacerebbe che lo facessi), ma di sfidare la vita. Metticela tutta. Non adagiarti. Indossa quelle calze a righe con orgoglio. E se proprio insisti a volerti sistemare con qualche tizio strampalato, assicurati di mettere in serbo un po’ di questa vitalità. Sapere che hai ancora delle possibilità è un lusso. Sapere che potrei avertele date io è stato motivo di sollievo per me. Così stanno le cose. Sei scolpita nel mio cuore, Clark, fin dal primo giorno in cui sei arrivata con i tuoi abiti ridicoli, le tue terribili battute e la tua totale incapacità di nascondere ogni minima sensazione. Tu hai cambiato la mia vita molto più di quanto questo denaro potrà cambiare la tua. Non pensare a me troppo spesso. Non voglio pensarti in un mare di lacrime.
Vivi bene. Semplicemente, vivi.
Con amore, Will”

 

Un granello di sabbia

Ci sono tempi che cavalcano così velocemente, tanto da confondere il vento con il movimento della terra. Ci sono giorni in cui ti stendi fra le pagine del destino e ti abbandoni fluttuando verso abbracci, che potrebbero rispondere a ognuna delle tue domande. Che poi, alla fine, una risposta non c’è. Ci imbelliamo di parole e forme composte, e non ci arrendiamo mai all’evidenza che le cose più forti della vita si sentono con il cuore, sempre. Quando il cuore è felice. Quando il cuore si rompe. Quando il cuore vaga come nello spazio, senza gravità, cercando tutti gli altri pezzi. Chi ci sia davvero al di là di quello spazio, non ci è dato saperlo. Io ho sempre creduto in un Dio che ha creato tutte le cose, un Dio che ogni nazione ha la libertà di chiamare con il nome che la storia del suo popolo ha ritenuto più opportuno. Non credo che esista un Dio che abbia stilato delle regole precise per ottenere grazie o miracoli. Credo che quel Qualcosa di superiore ci aiuti a mettere una mano sul cuore per sopravvivere, anche quando le domande si fanno troppe. Il libero arbitrio è l’unica cosa vera che abbiamo, che rende vano anche il continuo appellarsi al destino. Noi scegliamo la nostra strada. Noi scegliamo chi essere, in cosa credere, cosa diventare, a quali compromessi scendere e da quali salvarci, per dimostrare a noi stessi che, alla fine, l’unica cosa che conta e che resta è la dignità che ci restituisce lo specchio. Tutto il resto è una lotta, una lotta continua. Una lotta fra ciò che siamo e ciò che ci sforziamo di essere per la società. È la verità che vince, sempre, nonostante tutti. Se combatti per te stesso, devi accettare di combattere senza armi, se non quelle che ti porti dentro. Quando all’inizio de La Storia Infinita comunicano al giovane Atreyu che solo lui potrà salvare l’Infanta Imperatrice dalla morte, che causerebbe la fine del mondo di Fantàsia, lui arriva alla Torre d’Avorio con la divisa da cacciatore del bufalo, ma non servirà. Gli viene chiesto di abbandonare tutte la armi e di partire solo, senza niente addosso, solo con l’Auryn, il simbolo del bene e del male, due serpenti intrecciati, uno bianco, l’altro nero. L’Auryn gli mostrerà la strada giusta perchè chi porta l’Auryn agisce in nome nell’Imperatrice. Chi siamo? In cosa crediamo? Chi rappresenta il nostro Auryn? Non importa chi sia, che cosa rappresenti e quale nome gli darete. Più pericoloso del credere in qualcosa, c’è solo il non credere in niente, poichè chi non crede in nessuna cosa, alimenta il mondo del Nulla. Scegliete qualcosa in cui credere, qualcosa che possa comandare il cuore verso la verità. Qualcosa che vi consoli quando le ingiustizie saranno talmente tante, che vi fermerete a chiedervi a cosa serve nella vita essere se stessi. L’Auryn è il vostro simbolo, è idealmente ciò che siete, l’insieme dei vostri valori. Desiderate davvero vincere sempre su tutto? Sventolare obiettivi raggiunti o lustrini o post pubblici per sottolineare chissà che cosa nella vostra vita? Desiderate davvero credere che umiliare qualcuno o deriderlo possa rendervi migliori? Desiderate davvero usare la fede per mettervi al sicuro, per seguire pedissequamente regole o riti che possano assicurarvi il Paradiso? Oh, non credo che lo vogliate veramente. Ma siamo tutti esseri umani, vorremmo non essere vittime di ingiustizie, di slealtà, di pugnalate alle spalle. Tutti vorremmo non prendercela con il Fato, con chiunque, con le trame strane di una vita incomprensibile. Non importa davvero ciò che possiamo raggiungere, ciò che importa è  la chiarezza e la bellezza delle impronte che lasceremo nel nostro cammino. A volte saranno impronte nitide e chiare, altre volte saranno stentate e dolorose, altre volte per la stanchezza saranno trascinate, ma saranno nostre e in ogni passo riconosceremo ciò che profondamente siamo e che mai dovremo dimenticare di essere: noi stessi!

E se perderete ancora? Se dovesse essere troppo tardi? Non importa. Potrete sempre ricominciare da un granello, da un piccolo granello di sabbia, da quel piccolo luminoso granello di sabbia che c’è sempre, nascosto in una parte di voi. Si nutre di poco, quel poco che può diventare tutto, quel poco che può ricostruire da zero il’intero mondo di Fantasia: la speranza di sognare ancora.

* * *

Bastian: Fantàsia è stata distrutta?
Imperatrice: Sì.
Bastian: È stato tutto inutile.
Imperatrice: No, non è vero, Fantàsia può ancora risorgere. Dai tuoi sogni, dai tuoi desideri.
Bastian: E come?
Imperatrice: Apri la mano… C’è qualcosa che desideri?
Bastian: Non lo so.
Imperatrice: Allora Fantàsia non esisterà più. Mai più.
Bastian: Quanti ne posso dire?
Imperatrice: Tutti quelli che vuoi, più tu ne esprimerai più il regno di Fantàsia sarà splendido

La stella Gisella

La stella Gisella non aveva dubbi d’essere bella. Brillava di perfetta luce riflessa e tutto il mondo la stava a guardare. Nessuno sapeva perchè col sole in fronte fosse così bella, eppure esisteva quella parte del mondo che grazie al sole vedeva una stella.  Un primo giorno d’inverno, Osvaldo cacciatore di stelle partì con catene ribelli per raggiungere Gisella e spegnere quella luce che la rendeva così bella

Un bambino di nome Paolo nella casa al di là del lago, riconobbe quel carro e fuggendo scappò lontano. Non avrebbe permesso che Osvaldo catturasse Gisella, altrimenti quale notte sarebbe più stata bella? Era certo e senza paura. Aveva deciso. Il suo sogno sarebbe stato la cura. Fu così che, trovata la nuvola più soffice, Paolo si addormentò trapunto di cielo e di vento. Sognò con tutto se stesso che, sorretto dal vento e dal sole, potesse trovare Gisella, prima di Osvaldo il gran cacciatore.

Fulmini, saette, lampi nel cielo. Tutti ricordano in ogni dove la magia che nel cielo fermò il cacciatore. Solo un sogno fermò Osvaldo. È il segreto di ogni gente, delle favole che nascono dal niente. Quando guardi Gisella, la stella più bella, non dimenticarti chi l’ha salvata. Chiudi gli occhi, rallegra il sorriso e impara a sognare, perchè nessuno il mondo può salvare, se lui stesso non impara a sognare

Il Conforto – Tiziano Ferro e Carmen Consoli cantano l’anima

Il conforto arriva come necessità. Resta latente per un tempo infinito, grida dentro, da qualche parte, là… nell’anima. Confonde, dilania, esalta, è un attimo, solo un istante, un bisogno primitivo. Chi può darci conforto? Chi è la chiave? Chiunque può esserlo. Dovunque puoi trovarlo. Una madre, un amico, un amore; ma se l’amore è conforto, allora diventa sublime, si esalta a un livello superiore, un livello che diventa incanto, l’incanto di due persone che si completano, si desiderano, si supportano, due persone che crescono, si scontrano, si fanno del male, si fanno del bene, nel tentativo di cercarlo quel conforto, quell’equilibrio. Un’intesa empatica, che detta il ritmo del cuore di due persone, tanto unite da essere una cosa sola, tanto uniche da essere due in uno

Adesso sono certa della differenza tra
prossimità e vicinanza
eh, è il modo in cui ti muovi
in una tenda in questo mio deserto

Una tenda nel deserto, un movimento nuovo che sa di casa, sa di vita, sa di conforto. Non esistono regole, è solo un sentirsi, un riconoscersi, un esserci, sempre.

Sarà che piove da luglio
il mondo che esplode in pianto

Sarà che non esci da mesi
sei stanco e hai finito i sorrisi soltanto

Il desiderio diventa necessità, il conforto rompe le barriere, spalanca le porte, libera la tristezza, la lascia là fuori, nel mondo, da qualche parte

Per pesare il cuore con entrambe le mani mi ci vuole un miraggio
Quel conforto che

Ha che fare con te
quel conforto che ha che fare con te
per pesare il cuore con entrambe le mani ci vuole coraggio

Ogni parola sarebbe superflua, Il Conforto parla dritto al cuore, diventa melodia, si sublima in emozione suprema, si fonde nell’ascolto, nell’abbraccio dei sue protagonisti e, in quell’abbraccio, genera conforto per ognuno di noi, per chiunque lo abbia trovato, per chiunque lo stia ancora cercando, per chiunque senta in questa musica la speranza che quel conforto, là fuori, esiste per tutti

La Regina Della Tela

Sospende l’attesa quel desiderio disteso al sole del nuovo giorno. Sorride ruffiana al piacere del mondo che la sfiora, che la cerca, che non la trova, non la trova mai. Cento colori, venti rubini, foglie d’autunno, riflessi sublimi. Tutto in un quadro, senza cornice, senza confini. Rosso del fuoco, giallo di tela, sfiorano gli occhi, sospira la sera. Verde d’un bosco, azzurro  di speme, si accende l’autunno fra tutte le tele. Corre deciso, scivola sulle spalle… nude di vento, danzano come farfalle. Bronzo prezioso, oro sublime, scivola sull’olio, sul collo e sulle cime. L’argento sposa il  bianco, proteggendolo come fosse stanco. Concerto di colori fra cento capolavori. E’ l’occhio sognatore, che cerca il nuovo albore. La trova… distesa sul’altare fra le mani di vernice, indecisa fra le pieghe del nuovo getto di colore. E’ una donna. E’ un bagliore. E’ un riflesso sulla tela. Si avvicina l’emozione. Si concede al desiderio di parlare con il tempo e, nel tempo,  è un incanto quella bocca, fra le labbra è il paradiso. Un dipinto, solo un sogno, sul calare della sera. E è un incanto, di luce accesa, che nessuna forma cela, perchè lei, o amati occhi, è la regina della tela