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Per ogni giorno in cui mi salverai

Il giorno del suo quarantesimo compleanno, Milena decide di scrivere una lunga lettera a un uomo che ha iniziato a sognare ventidue anni prima. In un articolato e appassionato filo con cui sottolinea i percorsi dolorosi del suo cuore, la protagonista decide di sfidare il destino raccogliendo tutta la sua storia nella speranza, un giorno, di scoprire chi si celi dietro il volto del vero Ventidue. Un accorato inno al coraggio di non scendere a compromessi, di non accontentarsi, di avere la forza di amare se stessi prima di chiunque altro, per non perdere il potere della libertà di guardarsi davvero per ciò che si è. In un emozionale viaggio tra le ventidue lettere, Per ogni giorno in cui mi salverai si rivolge a tutti coloro che aspettano l’alba di un nuovo sguardo per riconoscersi.

Giovanni Allevi – Su quella poltrona vuota, c’era l’infinito…

Due tempi. Un tempo. Il silenzio. Ritrovarsi davanti alla musica, così come ci si ritrova davanti a un Dio che non ha ragioni ma, nella ragione, ti restituisce il senso di ogni cosa. Giovanni Allevi, non dovrei aggiungere parole, perché non ce ne sarebbero. Serve anima e, quella, ce l’abbiamo tutti. Nascosta. Dimenticata, mai nuova, mai trapassata. L’anima. Tutti. Giovanni ha ricordato degli inizi, quando suonava davanti a non più di quindici persone e, quelle, erano la sua felicità. C’è stato un tempo in cui, il Giovanni già Compositore Allevi, ha visto una poltrona vuota e il cuore, in quel momento, ha perso un battito. Si è chiesto perché. Oggi, se fosse davanti a me, vorrei dirgli che su quella poltrona vuota c’era tutto, c’eravamo noi; c’erano quelli che non avevano materia per raggiungerlo; c’era l’estasi, la frenesia, la voglia ardente in cui il presente ammette il suo limite e,  in un acme esplode e diviene infinito. Nessun orecchio umano potrà tradurre in parole quello che la musica crea nei meandri di una percezione così microscopica da riuscire a divenire voce muta di quell’infinito. Ho ascoltato Tomorrow come se avessi ascoltato la voce di quel Dio che, in qualsiasi forma ognuno di noi gli dia nome, ha voluto accarezzare il genio, l’estro, la totale ammissione di arte eccelsa tra le mani, le costole rotte, il tremore, il sangue che l’occhio umano non vede tremare, ma che scuote la vita. Il destino non l’ha lasciata su quelle mani, strumento nello strumento; l’ha resa nostra, l’ha resa di tutti. Noi siamo stati infinito, su quella poltrona, da quella poltrona, con te lo saremo sempre. Grazie, Giovanni.

Domani, non ha senso che torni domani,
non ha senso se non so essere oggi.
Sono stanco. C’è un gesto che non controllo,
c’è un sangue infuocato che non gestisco.
Eppure, quella là fuori sembra l’alba… o, forse, è il tramonto?
È la fine del giorno o inizia?
Dormo, è giorno e sono vento.
Sono nuvola, pioggia o colore di alba accesa.
Ha bisogno di me. Il cielo ha bisogno di me perché, senza la mia presenza non sarebbe estasi,
non sarebbe incanto, non conoscerebbe il rosso interrotto che nuovamente diventerà celeste.
Che bella… che dolce l’armonia, io stesso mi sento poesia.
Non importa quanto.
Uno? Due? Cento? Io non sono il tempo.. io, l’ho messo sui tasti e lui, spavaldo e intenso, ha spazzato via il turbamento.
Adesso tremo ancora. Eppure, insieme a me, tremate tutti voi perché chi vive vibra, brucia, forse si spegne e geme sul tramonto, ma non si arrende perché c’è ancora una scintilla che sa di fiato che che, a questa vita, s’apprende.

Se fossimo tutti anime

Come il tempo che non comanda l’uomo. Un vortice, un uragano che genera tempesta e sole. Una tempesta di nebbia chiara, di nebbia amata, conosciuta, ma consapevole che potrebbe nascondere altro sole o altra pioggia. E, tu, che fai? La affronti. Pensi di essere preparata. È possibile essere più preparati del tempo stesso? È possibile soffiare, come sulla copertina di un libro dimenticato, e riconoscere in un attimo il libro che più hai amato? Sì. Scoprire che ricordi ogni pagina e che, per anni e anni, l’hai lasciato lì, da qualche parte. Avevi paura di aprirlo? Avevi paura di scoprire altre parole in una storia che ormai conosci a memoria? Sai che ti fa piangere, che ti fa tremare, che semina tempeste di sabbia nella tua casa e nelle altre case del tuo cuore. E, tu, che fai? La affronti, di nuovo, ancora.
C’è un limite alla speranza? Sì? No?
C’è un limite persino se sei tu stesso ad esserti arreso?
No. Non c’è un limite. Allora, che fai? Pensi che le stesse cose che hanno causato più dolore, siano le stesse cose che possano guarire quel dolore: le parole. Davvero siamo disposti a perdere tutto? Davvero ci siamo abituati che quel tutto non sia niente e che possiamo farne a meno? Davvero la vita può ridursi a questo? Sì, può farlo, e tu puoi farlo, con lei… William Shakespeare scriveva che Siamo venuti al mondo come fratello e fratello, e ora andiamo di pari passo, non uno prima dell’altro. Basterebbe così poco. Basterebbe pensare, per una volta, che tutto il vomito esistenziale che ci ha causato l’altro possa in parte essere anche colpa nostra, non solo ma anche
Piegarti sulle ginocchia cosa ci ha insegnato? Ci pieghiamo sulle ginocchia rivolte a un Dio che ci chiede di obbedire ad altre leggi, Gli promettiamo di esserGli devoti, e non amiamo l’altro come amiamo noi stessi. Oppure sì? Forse siamo così rigidi con l’altro perché non riusciamo ad amare neanche noi stessi? Ho ricordi di catechismo, tocco e sfioro la filosofia e la matematica, mi appassiona l’astronomia e la confusa galassia di cui vorremmo fare parte.
Ma tu, fratello, tenderai la mano prima di dire addio? O era davvero un addio?
Tu, sorella, accoglierai la mano sentendoti finalmente amata? Riuscirai a non graffiare il tocco incerto?
Io, da piccolo essere inutile, sono mai riuscita a compensare quel dolore? Potevo fare di più? Sicuramente. Ma io sono figlia del mio tempo e della consapevolezza di non essere perfetta, di non essere abbastanza.
Se tornassi indietro, cosa farei?
Griderei più forte?
Pregherei di non usare parole acerbe e sicuramente non volute dal vostro Dio?
Sì, forse lo farei. Ma cosa conta adesso, in questa lettera in cui sono distesa come se mi prendessi un attimo il respiro che non sento. Contano i giorni. Domenica, poi Lunedì e, dopo, di nuovo martedì.
Vuoi farli passare ancora quei giorni?
Vuoi ricordare quello che ti è stato fatto e dimenticare quello che hai fatto?
Vuoi ricordare quanto sei stato amato?
Vuoi prendere quella mano che graffia e che teme il mondo perché il mondo, un tempo, l’ha dimenticata?
Ha saputo chiedere amore nel modo giusto? Forse no.
Ha saputo essere lieve sospiro di attesa? No, è stata vortice e grida, è stata vento e tempesta e, in ogni ramo strappato, nessun sole ha capito come potere portare in salvo quelle stanze chiuse del suo cuore.
Le stanze rotte possono essere abitate solo da chi le ha distrutte; possono essere amate solo da chi può ricostruirle. Le stanze rotte hanno cicatrici di cemento e vento, creano muffa e ristagno, ma se apri tutto, se spalanchi quelle finestre e ti siedi con un po’ di colore, diventano quadro, rima e poesia e, in quelle crepe, ti risanano il cuore. Tu, hai ancora una stanza vuota? Hai una stanza da colorare? Una stanza in cui ospitare? Hai una stanza in cui non ci siano rami secchi? Una stanza in cui accoglierla e piegarti al maggiore ruolo dei tuoi anni e, per un attimo, placare rabbia, giusto o ingiusto ricordo e stendere un colore nuovo, diventando abbraccio di sangue e lacrime tra travi e chiodi, fra finestre rotte e vento gelido. Tu, vuoi darle l’ultimo abbraccio? Dai neonati pianti, ai silenzio assordanti, hai mai desiderato ancora la sua compagnia? Vuoi amarla del fraterno dono che Dio ti ha messo lì, da qualche parte, nelle parole che non dici, in quelle che hai imparato a non ascoltare, persino in quei gesti carichi di disappunto e giudizio che, forse, nascondono solo l’unico modo in cui riesci a vivere, così come ognuno di noi ha il proprio. Io vorrei andare contro il mondo e contro tutti e, a dispetto del dolore che rischia di risvegliarsi ancora più intenso nel varcare quella porta, spero che quella stanza in qualche modo, tu, la stia preparando nei tuoi silenzi e che possa essere pronto tu stesso, a non cogliere, non raccogliere, a tendere le braccia anche se davanti a te le lacrime saranno quasi gelide e tenderanno a tagliarti, a graffiarti come stalattiti. Tu, sarai abbastanza forte da avere un cambiamento che comporti l’accoglienza, il ritrovarsi, il potere salvifico di un ti voglio bene. L’hai mai detto? Hai mai amato chi era diverso da te? Tu, ti sei mai liberato dalla perfezione del tuo operato, che nei tuoi traguardi ti fa solo onore, per scoprire il piacere e il sollievo del momento stesso in cui abbandoni tutto il resto e vedi per una volta, per una sola volta, che sapore abbia il mondo, di che genere di felicità gli altri siano capaci di renderti partecipe. Tu che faresti a quella bambina che ha lasciato un soldino sul comodino per chiedere un abbraccio prima di dormire? Sei sicuro di non poterla amare? Io credo che sarebbe possibile vivere così, liberi di arrenderci al presente. Liberi di non dovere difendere le tesi di un passato in cui tutti, nessuno escluso, siamo perdenti, sconfitti artefici di uno stesso destino che, nella divisione, rappresenta la nostra sconfitta. Io credo che sarebbe possibile impegnarsi a salvarci e a salvare altre parti di noi in giro per il mondo. È il momento. È il momento di scendere quel gradino, di ritrovare chi ti ha amato da tutta la vita arrivando persino a odiarti, perché solo chi ama è capace di odiare. Victor Hugo scriveva che quanto più piccolo è il cuore, tanto più odio vi risiede, e io cerco di farmi il cuore grande, ma mi sembra che più apro le porte a chi mi fa del male, più è il mio di cuore a diventare piccolo. Questo posso anche accettarlo, ma non per lei. Lei è l’essenza della solitudine tanto quanto è l’essenza della perfezione ai miei occhi. È un riferimento per chi ha cercato conforto. È il primo stadio dell’amore e l’ultimo della disperazione; lei, che ha creato ed è stata due famiglie in una e che nell’ultima è stata amata per cento di tutte le famiglie che avrebbero potuto amarla, sì, lei, potrai amarla ancora senza trafiggerle il cuore?
Temo il giorno più della notte, fratello mio.
Temo che questa gioia nuova consegni al mio dolore un motivo per ridestarsi, per raccontarsi.
Temo, l’ennesimo colpo di vento, violento. Temo di non trattenere abbastanza a lungo il respiro.
Temo che quel soldo sul comodino non sia abbastanza, ma anche da questo dolore mi saprò salvare.
Anche dopo questo dolore, in quella stanza, io ti saprò sempre amare.

–  Charlie: Saremo per sempre fratelli.
Sam: Promesso? Ogni giorno? Col sole o con la pioggia? Col caldo o col gelo?
Charlie: Promesso.”

Elezioni 2022 – Prepariamoci con I Furbetti del Parlamento di Mauro Di Gregorio

Le elezioni del 25 settembre 2022 sono alle porte, va da sé che l’Italia si divide in due grandi correnti di stanchezza: chi ci crede ancora ma stenta e chi non ci crede più. Esiste un modo per salvare ancora chi è nel limbo borderline tra le due correnti? Credo di sì. Una lettura potrebbe aiutarci a rispolverare stratagemmi, linee di pensiero, vecchi e nuovi strumenti che hanno fatto la politica in ogni tempo. I furbetti del parlamento del giornalista Mauro Di Gregorio ci trascina in una satira pungente che abbraccia destra, sinistra, correnti e federazioni di correnti. In un rocambolesco gioco grafico, l’autore ci mette la faccia, atto di dovere in un mondo in cui la convenienza impone il gioco dell’anonimato per giustificare cambi di casacca per accaparrarsi consensi e posti in paradiso, soprattutto alle porte delle elezioni 2022 in un contesto mondiale che, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, dividono l’elettorato facendo leva su intolleranze personali, antipatie, reminiscenze, posizioni che spesso non hanno che substrati di convenienza. Chi può salvarsi? Cos’è davvero la politica? Guardare le cose per quello che sono, significa rinunciare a lottare? Non crederci più? Non votare? Tutt’altro. Il messaggio de I Furbetti del Parlamento è chiaro e conciso ed è riportato proprio nelle conclusioni del libro:

«Non si confonda, insomma, il cattivo filosofo con la filosofia, il cattivo prete con la fede, il pessimo attore con il testo teatrale. Si impari a distinguere le cose o il rischio è quello di scadere nel qualunquismo».

190 pagine apprezzate dalla critica, accanita nel capire quanto possa essere ancora importante il parare dell’elettore in una matassa di giochi di partito ormai impossibile da dipanare. Un servizio al TGR Sicilia ci presenta il lavoro di Mauro Di Gregorio, attenzionando il filo conduttore bipartisan in un periodo di campagna elettorale permanente.

 

Per acquistare il libro clicca qui

In un panorama affascinante accolto a Sambuca di Sicilia, Borgo dei Borghi 2016, la Pro Loco Sambuca ha curato la presentazione del libro dando vita a un piacevole e intenso dibattito che ha appassionato una delle serate del ricco calendario Estate nel Borgo. Il presidente della Pro Loco Maria Gabriella Nicolosi e il Consigliere Enzo Sciamè moderatore della serata hanno dato vita a un piacevole evento tra letture, interventi e costruttivi dibattiti

La stella Gisella

La stella Gisella non aveva dubbi d’essere bella. Brillava di perfetta luce riflessa e tutto il mondo la stava a guardare. Nessuno sapeva perchè col sole in fronte fosse così bella, eppure esisteva quella parte del mondo che grazie al sole vedeva una stella.  Un primo giorno d’inverno, Osvaldo cacciatore di stelle partì con catene ribelli per raggiungere Gisella e spegnere quella luce che la rendeva così bella

Un bambino di nome Paolo nella casa al di là del lago, riconobbe quel carro e fuggendo scappò lontano. Non avrebbe permesso che Osvaldo catturasse Gisella, altrimenti quale notte sarebbe più stata bella? Era certo e senza paura. Aveva deciso. Il suo sogno sarebbe stato la cura. Fu così che, trovata la nuvola più soffice, Paolo si addormentò trapunto di cielo e di vento. Sognò con tutto se stesso che, sorretto dal vento e dal sole, potesse trovare Gisella, prima di Osvaldo il gran cacciatore.

Fulmini, saette, lampi nel cielo. Tutti ricordano in ogni dove la magia che nel cielo fermò il cacciatore. Solo un sogno fermò Osvaldo. È il segreto di ogni gente, delle favole che nascono dal niente. Quando guardi Gisella, la stella più bella, non dimenticarti chi l’ha salvata. Chiudi gli occhi, rallegra il sorriso e impara a sognare, perchè nessuno il mondo può salvare, se lui stesso non impara a sognare

La sindrome di Stendhal – Catherine BC

Ho iniziato a leggere questo racconto pensando che sarebbe stata una delle tante letture ed ecco invece, che come travolta da un destino contro cui è impossibile combattere, mi sono arresa a un fascino letterario che non subivo da molto tempo. Incantevole l’uso della parola che risulta talmente ricercato, tanto da creare un effetto melodico. Avvinti come da una musica proveniente da un antico giradischi, incantati dall’eleganza della parola come forma del linguaggio e come espressione dell’umano sentimento, il lettore si trova catapultato nella storia, nell’arte e in uno stato emozionale di cui è vittima sublime. L’effetto più sorprendente di questo piccolo capolavoro di Catherine BC è che non sono riuscita a staccarmi dalla lettura fino a che non l’ho completata. Sono diventata ospite di quelle stanza, di quei saloni, di quella Parigi intensa e cortese. Non da ultima, la storia d’amore che in poche pagine risulta talmente intensa, tanto da sentire ciò che sentono gli stessi protagonisti, tanto da emozionarsi, sperare, chiudere gli occhi e tendere la mano per sfiorare quelle pagine che creano un amore indimenticabile, intenso, forte. Meraviglioso il cenno alle paure dell’essere umano che umanizza il contesto e rende i protagonisti indispensabili l’uno all’altra. Memorie di un passato che torna vivo. Emozioni di un presente rivelatore che scandisce poche ore indispensabili per la costruzione di un futuro che non teme di essere vissuto. Applausi alla scrittrice che ha reso la parola serva e regina dell’arte e del cuore

Dove trovare il racconto

La sindrome di Stendhal su Amazon

Il coraggio di non avere paura – Piper, il cortometraggio Pixar

Piper è uno dei cortometraggi della Pixar che nessuno dovrebbe perdere. Chiunque in questa vita ha avuto paura di qualcosa e, ancora peggio, ha vissuto qualcosa che gli ha lasciato addosso il ricordo della paura: un’esperienza, un fallimento, un sogno infranto, una risposta che non aspettavamo, una caduta più brutta delle altre. Tutti. Ognuno di noi. Il piccolo protagonista di questo cortometraggio ha paura del mare e, dal mare, si tiene a debita distanza. Resta solo, al sicuro, lontano da quella schiuma, da quei cavalloni, dall’infrangersi di qualcosa che gli altri non sembrano temere. Poi si prende di coraggio. È un attimo. L’onda lo travolge, lasciandogli addosso ancora più paura di prima. Che abbia sbagliato a provare? Oh, no! Assolutamente no. Chiunque provi nella vita, ha già vinto, anche se uno dei tanti tentativi gli lascia addosso tanta di quella paura, che si chiede perchè non sia stato così furbo da starsene al sicuro, lontano dalla riva, dove niente potesse fargli del male. E allora la vita che cos’è? Che vita è se non tentiamo, se non ci spingiamo oltre, se non tremiamo così tanto dalla paura, tanto da sembrare bloccati, fermi, immobili? Arriva un momento nella vita in cui ci chiediamo quale sia il nostro posto del mondo e, che ci crediate o no, c’è un senso nella vita di ognuno di noi. Quel senso si trova proprio là, al di là della paura. Non importa quando riuscirete a superarla. Non importa quando sentirete di potercela fare. La vita è il momento in cui attraversiamo qualcosa armati di coraggio. Ma non dovrete mai perdere la speranza, perchè anche se una volta arrivati a destinazione arrivati a destinazione, sentiremo di avere trovato la risposta sbagliata, saremo sempre in tempo a ripartire per un altro viaggio. Il viaggio è la meta e la vita, la vostra vita, è il viaggio attraverso la paura, armati di coraggio. L’importante è crederci sempre, non arrendersi mai, perchè non esistono persone più belle dei sognatori

Nuvole bianche – Nasce il giorno e il nuovo fiato

Nuvole bianche scaldano l’inverno nuovo e si dimenticano di lei, sul ciglio del sole; abbandonata, libera, come senza vento, senza notte; bianca come il cielo di luce, che occhio umano non può vedere. La musica incalza e corre, corre senza passi. Non ha gambe, nè ali, solo piedi di vento. Si poggia su di te, nuvola sospesa. E’ una musica sublime, senza tempo, nè confine. Si sposa al cuore, raccontando alle ferite, la saccenza di un amante che, testardo e innamorato, soffia forte su quel cuore, presuntuoso di risposte e soluzioni. Il giorno non è pieno e non è caldo, non è freddo e non è vuoto. Mezzogiorno leva il tempo del ricordo. Si ferma ancora il vento, lontano, incontrollato; ricaccia prepotente ogni nome e ogni niente. Si avvicina. Non la guarda, ma sospira e, lento, avanza. L’accarezza promettendole che niente sarà più solo ricordo, ma ha paura, lei, non sente. Non concede il suo respiro. Fugge ancora. Poi ci pensa, circondata da quel mezzo cielo bianco. Mezzogiorno è alto in cielo. Lento brucia ogni dolore. La corteggia. Non si arrende, ma lei fugge sorridendo. Forse è presto, si distende. Io ti salvo, lui risponde. Un profumo di bambagia. Una nuvola che soffia, fra le vesti, prepotente. È l’amore, che sorprende e non si arrende che combatte anche il passato, lo combatte col presente. Ogni angolo smussato, dai dolori levigato, si concede in un istante a quel sogno, finalmente. In un attimo è leggera, una nuvola anche lei, fra le nuvole, anche lei… Tutto sfiora la sua pelle. Non c’è veste, nè materia; la memoria è leggera e, nel cielo, si fa sera. Non la lascia. Non la perde. Lui la ama. Lei lo sente. Chiude gli occhi. Sente il tempo, le rincorse, le risate e ogni attimo è certezza. Cielo, monte, mare e ambrosia. Si trasforma in un istante… poi incanto… e promesse… e sorrisi sulla pelle. Lei non teme più il passato. Si distende sul dolore, nasce il giorno e il nuovo fiato. Seni, liberi e ruffiani, nel disegno complicato che  dal monte fino a valle, sfiora e scivola sul ventre e, ubriaco di sapore, lascia entrare primavera, che schiudendosi all’amore, si concede alla delizia, al concerto dell’intesa. Or distesi al nuovo sole, è un incanto, un incanto il loro amore