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La lingua rossa – Storia di un amore

QUIET TOWN di Leonid Afremov
QUIET TOWN di Leonid Afremov

C’era una volta, tanto tempo fa, una città distesa sul mare. Non c’era giorno in cui il sole abbandonasse il cielo, nè pomeriggio in cui la pioggia piangesse troppo a lungo sulle panchine, sulla gente e sulle barche. L’imperituro sole tornava prepotente, colorando la tela accesa di quel piccolo mondo. Il tramonto sposava la pioggia senza che il vento lasciasse i colori del rosa, dell’arancio e della passione, distesi sugli abitanti di quella vecchia città

RAIN PRINCESS di Leonid Afremov
RAIN PRINCESS di Leonid Afremov

Fu proprio in uno di quei pomeriggi di aprile che la nostra storia ha inizio. Qualcuno, ai bordi della strada, suonava una musica al pianoforte e il cielo piangeva delicato, muovendo il vento, suo complice, nell’attesa del prossimo sole Lucilla era convinta che niente accadesse per caso. Per questo motivo, continuava a camminare cercando il coraggio di incrociare tutti i segnali che la vita le mostrava, con la voglia di viverla quella vita, di viverla davvero… o così credeva, fino a quel momento, fino a quella sera… la sera in cui ha inizio la nostra storia. Lucilla aveva tante paure, troppe paure, ma sorrideva, sognava e non piangeva, non piangeva mai

PRETTY NIGHT di Leonid Afremov
PRETTY NIGHT di Leonid Afremov

Anche Marco camminava solitario lungo la stessa strada. Lui, paure, non ne aveva e se ne aveva, non le mostrava mai. Tutti pensavano di conoscerlo, ma pochi sapevano davvero chi fosse. Conoscevano la sua risata, ma non il suo sorriso, conoscevano il colore scuro della sua giacca nera, ma non quello che nascondeva. Guardavano la sua vita in mezzo a tante altre persone, ma non sapevano quanto si sentisse solo. Lui non era stanco, non era mai stanco di essere stanco. Aveva il sonno composto di chi non conosceva la notte per riposare e continuava a camminare per la sua strada perchè, nonostante tutto quello che accadeva, i colori di quel mondo, lui, li conosceva bene… o così credeva, così credeva fino a quella sera, la sera in cui ha inizio la nostra storia

THE BRIDGES OF AMSTERDAM di Leonid Afremov
THE BRIDGES OF AMSTERDAM di Leonid Afremov

C’era un ponte alla fine di quella strada. Nè Lucilla nè Marco pensavano che i ponti fossero stati messi al mondo per essere attraversati, per regalare la meraviglia di scoprire cosa ci fosse dall’altra parte. Quella sera il destino un ponte l’aveva messo: alla fine della strada di Marco, all’inizio della strada di Lucilla. E l’aveva fatto così, il destino, senza chiedere permesso. Non aveva suggerito loro di attraversarlo, nè di seguire quella strada, ma li aveva preparati. In tutte le notti trascorse li aveva immersi nei sogni che presto, avrebbero svelato il sublime significato, poichè il destino lo sapeva bene che un sogno non è mai solo un sogno; un sogno è la lingua rossa della vita che ci ricorda chi siamo, che ci insegna chi essere per tornare ad appartenerci davvero. La lingua rossa ci ridà il  sapore dell’amore, il gusto della passione, la vita e il colori che, spesso, di giorno, non riusciamo a vedere. Fu così che attraversarono quel ponte. Quella sera. Lo attraversarono

CENTRAL PARK di Leonid Afremov
CENTRAL PARK di Leonid Afremov

In un attimo fu delizia e stupore. Si trovarono in mezzo a tutti coloro che attraversavano lo stesso ponte, loro… si trovarono. Non fu facile per gli altri capire come potesse essere possibile riconoscersi senza essersi mai visti, ma a Lucilla e Marco non interessava. Lei aveva paura, lui aveva coraggio per lei. Lui aveva paura, lei aveva coraggio per lui. La gente continuava a guardarli e, con fastidio, gli passava accanto cercando di fare ombra a quella luce… a tutta quella luce

KISS OF PASSION di Leonid Afremov
KISS OF PASSION di Leonid Afremov

Era tardi, troppo tardi. Nessuno può comandare la luce, quando nasce per volontà divina, qualunque sia la natura del divino che comanda l’amore. Le lingue verdi del sospetto e dell’inganno, continuavano a camminare vigliacche accanto a loro, ma loro non potevano udirle, non potevano udire null’altro che il sublime incanto della pelle colorata dal cuore. Liberi al di là dello spazio e del tempo, l’uno nutrito dal tocco dell’altra, dal respiro, dalla presenza, dal suono delicato di ogni parola. Lei continuava ad avere paura, lui a darle coraggio. Lui continuava ad avere paura, lei a dargli coraggio. Avrebbero voluto smettere di avere paura e riuscire a vivere senza quelle ombre del passato, senza le ferite, le parole dimenticate, i sogni non realizzati, e continuarono a tentare… ancora… ancora… ancora

LAST KISS di Leonid Afremov
LAST KISS di Leonid Afremov

Era sublime trovarsi, ogni volta. Al tramontare di ogni sole, Lucilla e Marco si ritrovavano senza usare labbra per proferire o mani per costruire, poichè ogni cosa era ingegno del sublime e incanto di un’alchimia che li consumava, nutrendoli. Lui le baciava le labbra, ricordandole tutto quello che era stata e promettendole, col suo tocco, tutto quello che sarebbe diventata. Lei gli stringeva i fianchi, attaccandosi a quella vita. Stringeva forte, per paura di cadere, per non ferirsi ancora… e stringeva così, in quel punto in cui il resto del mondo non sapeva più dove finisse l’uno e iniziasse l’altro

MOMENT OF PASSION di Leonid Afremov
MOMENT OF PASSION di Leonid Afremov

Sapevano che il loro tempo consumava i giorni e dilatava le attese di quelle parole che, ancorandoli al mondo, avrebbero dovuto unirli per sempre, ma non si chiedevano niente. Danzavano quando fuori pioveva e non avevano paura di tornare su quel ponte, di affrontare la pioggia, di ridere e ballare sotto quelle lacrime, convinti che nessuna pioggia avrebbe potuto raffreddare il loro amore. L’estasi del sublime non conosceva materia e nessuno riusciva a capire cosa potesse legare due persone che consideravano diverse, ma che erano simili più di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare, poichè non è diverso cioè che è dissimile, diverso è il diverso suono di due anime. Lei aveva paura, lui ebbe paura di darle coraggio. Lui aveva paura, lei ebbe paura di dargli coraggio

l 19Il rumore fuori si fece forte, fastidioso, prepotente e ogni persona di quel villaggio fece di tutto per chiudere quel ponte, sapendo che il passaggio della paura avrebbe reso il passo degli uomini impossibile, allontanandoli dal desiderio di attraversarlo, dalla voglia di scoprire e unirsi a quello che c’era dall’altra parte. Il compito delle lingue verdi era facile, complice della paura che ogni uomo porta dentro di sè e che, non credendo in se stesso, potrebbe nuocergli fino al punto di non riuscire più a sentire il proprio cuore. Fu così che il sublime si inginocchiò alla paura, dividendo le loro strade. Lei aveva paura, lui non le avrebbe dato coraggio. Lui aveva paura, lei non gli avrebbe dato coraggio.

COPENHAGEN MERMAID di Leonid Afremov
COPENHAGEN MERMAID di Leonid Afremov

In solitario dolore ella restò a osservare il mare, ricordando il breve tempo trascorso insieme a lui, incapace di spiegare al mondo come potesse essere possibile che pochi giorni superassero tutti gli altri tempi, le distanze e i millenari viaggi degli altri amori. Sarebbe stato impossibile spiegarlo, ma così era nel suo cuore e, sebbene fosse convinta che  niente potesse opporsi al destino, Lucilla sapeva che in quella fine c’era tutto l’amaro delle parole non dette, della leggerezza di un’assenza di paura che, lei, non aveva mai avuto. Adesso aveva paura. Non c’era lui a darle coraggio

MUSIC FIGHT di Leonid Afremov
MUSIC FIGHT di Leonid Afremov

Marco non era mai stato bravo a ricordare. Lui accendeva la musica, la forte musica che cavalcava il tempo, che non aveva distanze e, sì, forse nonostante tutto anche quella musica apriva una porta mai chiusa, ricordandole di lei, della sua pelle, del rossore che la infiammava ogni volta che la sfiorava, del sorriso che riempiva la stanza dei suoi occhi e di quello sguardo che gli dava il riflesso di una parte di sè. Non lo faceva spesso, non lasciava ai ricordi il potere di consumare i giorni. Aveva promesso a se stesso che avrebbe continuato a viverla quella vita, sempre, nonostante tutto, anche lì, nelle mani vuote che chiedevano di lei. Anche lì, nei corpi di tutte le donne che accompagnavano le sue notti, sui seni, sulle bocche, fra le gambe che non avrebbero lasciato ricordi. Aveva ancora paura. Non c’era lei a dargli coraggio

l 26Ma la vita ha una sola vela al comando di ogni respiro e, quella vela, quella vela chiamata destino, non poteva separarli senza avvalersi del complice vento che in ogni altro corpo e in ogni altre labbra avrebbe ricordato a Lucilla e Marco qualcosa di quel piccolo amore, di quei pochi giorni, quell’amore che così forte sembrava attaccato alle radici del cuore. Il sole continuò a sorgere, a tramontare… ancora… ancora… ancora, fino a che gli anni passarono e inconsapevoli di ogni altra cosa, giunsero al tramonto di un nuovo aprile. Lei l’aveva sognato, senza avere paura. Lui l’aveva sognata, senza avere paura

EXPECTATIONS di Leonid Afremov
EXPECTATIONS di Leonid Afremov

Lucilla si svegliò una mattina con un’unica certezza: la lingua rossa d’amore che aveva rivisto durante i sogni di quelle notti, non poteva essere stata un caso. Nessuna lingua verde avrebbe potuto capire, poichè chi porta il veleno e l’angustia nel cuore, non potrà mai sentire cosa cela la purezza stessa della parola amore e, osteggiandola, denigrandola e combattendola nella menzogna, la lingua verde non si accorge che essa stessa contribuisce a renderla immortale scoperchiando ogni vaso, liberando tutti i venti al richiamo dell’immortale sentire. Raggiunse una sponda senza ponte, si stese un’altra notte ancora, sognando la costruzione di un brillante nuovo ponte e lo sognò con tanto impegno, che al suo risveglio cento pittori disegnarono un ponte, là dove non c’era più memoria triste delle acque perdute. Dimenticò la paura, ebbe coraggio. Marco immaginò di ritrovarla al di là del ponte. Si ritrovò a camminare lungo quella sponda e decise, in pochi attimi, decise: lo avrebbe attraversato. Se qualcuno in una notte aveva costruito il disegno di quel ponte, lui sarebbe riuscito ad attraversarlo, sì, l’avrebbe fatto. Dimenticò la paura, ebbe coraggio

LAST KISS 2 di Leonid Afremov
LAST KISS 2 di Leonid Afremov

Ritrovarsi in un respiro. Osservarsi, poi cercarsi. Non fuggire, non staccarsi, non pensare di provarci. Non parlare, non sentire. Una gioia a mai finire. Era questo, dopo anni, quell’incontro del destino. Era un attimo, un’intesa, un ricordo e la pretesa di riavere in un secondo tutti i soli di quegli anni e le lune delle notti… e le stelle… e le montagne, le parole, le distanze, tutte quelle chiuse stanze. Ora c’erano le porte, spalancate, divorate dal quel tocco tanto atteso, cancellando dal suo seno le distanze mai esistite, nel respiro prepotente di quel tocco e del presente

BURGER JOINT di Leonid Afremov
BURGER JOINT di Leonid Afremov

Cento vite e una sola. Certo lingue e mille occhi. Tutti insieme e mai nessuno. Solo un fiume di racconti, di scoperte, di dolori. Tutto il filo del destino si dipana come vino sopraffino e al palato innamorato svela e scopre ogni inganno malcelato, ogni pagina di vita, verde sporco di antica invidia e levando il sipario svela ai due protagonisti ogni trama e colpo basso, che li ha resi tristi e vinti. Ogni cosa adesso è chiara. Ogni gesto mal riposto, ogni croce di delizia che, ruffiana nei dolori, ha svelato a lor signori, fra la gente, i bravi attori

l riserva 1Lucilla e Marco e il loro ponte, quella vita e le sue trame. Sol chi segue il proprio cuore è padrone del destino, marinaio e vela insieme. Come monito di vita, che si levi ogni sipario, che la pelle tremi ancora e le lingue tanto odiate ricacciate, ritirate nelle tane rinnegate. Or frustrate, prigioniere, nell’alcova del silenzio di una bocca, a non proferir parola, se non mosse dall’amore, gentilezza sopraffina di una vita che non sconta e non declina sotto il peso dell’inganno. E’ un fardello la congiura, che non dà giustizia alcuna. Si può vivere in un castello, anche il più bello, ma non vinci mai la guerra se l’amore è ancora lì, nella stanza sua più bella

 

Il buongiorno dello sfogo

pagnotebook-1Buongiorno a chi si nasconde dietro le parole che non ha il coraggio di dire. Buongiorno a chi ha fatto della sua infelicità l’arma della cattiveria con cui crede di colpire e ferire gli altri. Buongiorno a chi è così vuoto dentro, tanto da avere bisogno di controllare la vita degli altri. Buongiorno a chi non è tranquillo, perchè essendo stato l’artefice del dolore di qualcun’altro, vive nella paura che il destino gli mostrerà un giorno lo stesso lato della moneta e per questo non trova pace. Buongiorno a chi non ha capito che l’amore non si trattiene, che l’amore non si compra, non si plasma, non si controlla come un giocattolo. Buongiorno a chi si accontenta del controllo materiale, poichè mai potrà controllare un cuore. Buongiorno a chi usa facebook per mostrare affetti che non esistono, sentimenti senza cuore, apparenze che non hanno sostanza. Buongiorno a questi registi del vuoto assoluto, che potranno contare i più grandi successi del mondo, che potranno toccare le più comuni tappe familiari, ma che non conosceranno mai il sapore di una piega scombinata, di un oggetto fuori posto, di un sentimento così appassionato da superare i confini del tempo. Buongiorno a chi colpisce e ferisce il mondo. Buongiorno a chi non ci sta, a chi vuole dimenticare e andare avanti, a chi sorride al destino e ride in faccia alla cattiveria. Buongiorno a chi respira sotto il sole e non ha paura del vento che soffia sulle ferite, perchè sa che le macchinazioni di chi pensa di essere migliore di qualcun’altro, mai potranno incrinare quel sorriso che imperituro squarcia il silenzio del tempo e continua a cantare, in ogni dove e in ogni mare, perchè non conosco altro modo di vivere se non quello di amare

Un messaggio dal tuo tempo

Quando il tempo confonde il battito del cuore con quello del resto del mondo, credi di dovere ritrovare il ritmo giusto, di adeguarlo al resto, di aspettare che il respiro perfetto ti ridia la forza di correre con lo stesso passo degli altri. Poi ti accorgi che niente di quello che aspetti forse è davvero quello che volevi, e che il destino, lungimirante, sapeva che non solo non era quello che volevi, ma non era neanche quello di cui avevi bisogno. Questo video deve essere ascoltato, letto, respirato, vissuto, quando siete da soli, quanto potete fare esplodere la musica di sottofondo che lo accompagna, come se ogni parola fosse sottolineata con il respiro del fuoco e l’esaltazione di uno stato che raramente si riesce a raggiungere.

Qualunque sia il concetto che voi abbiate di Dio, consideratolo come la natura, come un Dio cristiano o come chiunque possa rappresentare qualcosa in cui credete, perchè perdere le cose belle della vita solo perchè impegnati a ricordare i limiti che ci dividono per razza, lingua, religione, credenze, è solo una grande perdita di tempo. L’unica vera cosa che ci unisce sono le differenze che ci fanno diversi, unici, riconoscibili in un mondo di clonimat2

Tu che cammini stanco lungo la stessa strada di ieri perchè hai perso la voglia di percorrerla. Che hai cucito addosso una maglietta che ti sta bene perchè ha la convenienza e l’emozione con cui scendere a compromessi per andare avanti. Tu che pensi che basterà questo per renderti felice, basterà quella misura giusta, ma ripensi ancora a quella maglietta che vorresti avere il coraggio di riprovare e non ne hai il coraggio, perchè hai paura di rischiare, di restare di nuovo nudo

mat7Tu che stai correndo perchè hai imparato che chi va piano nella vita a volta rischia di dimenticare persino il suo stesso nome e allora corri, corri, corri, per non pensare, perchè sai che il rumore del vento contro il finestrino spalancato dell’auto si sposerà alla musica dell’autoradio e sarà perfetto, sarà come se la musica ti leggesse dentro e come se il vento lo sottolineasse e non saprai mai se sarai o meno felice, ma sai che riesci ancora a emozionarti e allora alzi ancora di più il volume della radio e ti godi la strada, ti godi la vita, di godi la meta

Tu che stai ridendo davanti a un panino, perchè l’ora di pranzo è appena arrivata e il lavoro ti ha stancato talmente tanto che speri che la pausa duri ancora di più del tempo che ti è concesso, ma non ci pensi più del dovuto perchè sei impegnata a ridere, a raccontare, a respirare nei racconti deglimat3 altri, nelle loro storie, nei loro occhi e saprai che questa sera avrai vissuto un altro tassello di questo puzzle così incasinato della tua vita che, sarà ancora un caos, ma che è tuo e sai che se tornassi indietro rifaresti ogni singola cosa sbagliata, ricrederesti in ogni singola persona, non avresti cura dei consigli degli altri perchè ti avrebbero sì condotto a un destino migliore, ma non ti avrebbero permesso di sporcarti le mani di lacrime, di passioni, di desideri, di baci mozzafiato, di respiri rubati, di attese infinite, di telefonate, di litigi silenziosi e riappacificazioni melodiose. E ne sei sicuro. Sì. Rifaresti tutto.

E a te, che ora leggi queste pagine, che ti chiedi in quale di queste persone tu possa identificarti. Eccoti il tuo di tempo. Quello che prendi per te. Oggi. Domani. Il giorno dopo ancora. E lo farai proprio nello stesso momento in cui ti renderai conto che ogni parte di te è una parte di tutti loro, di ogni singolo esempio, di ogni singolo caso, in ogni canzone che sentirai ci sarà una parte di te, una parte di lei, una parte di lui. Dei tuoi ricordi. Del tuo presente. E ti renderai conto che non ha senso continuare a vivere nel ricordo di un sublime passato, poichè la vita è fatta per andare avanti e forse quel passato è bello proprio perchè è chiuso in un tempo finito. Può sempre accadere che il passato torni a essere futuro, ma è una magia che spetta a quel silenzioso tessitore che si chiama Destino e che tu lo voglia o no, qualsiasi sia il nome che hai deciso di dargli, l’unico meraviglioso ruolo che potrai avere in questa vita sarà quello di essere artefice delle strade che sceglierai, degli errori che ti porteranno ad amare ancora di più questa meravigliosa partitura che ti incanta di infinito e di terreno e che dovunque, in ogni luogo, il mondo chiama vita

mat4Resta un essere sopra le righe, le tue righe!

Sorridi quando gli altri si chiedono che cose ti dia ancora la forza di farlo.

Muoviti come in una danza per fare del tuo corpo un’altra voce sensuale, confusa, inimitabile. Un messaggio dal tuo tempo. Un messaggio per ogni tempo

Scrivi anche se non riuscirai a fermarti. Scrivi di notte, al buio quando c’è solo una piccola luce e sai che sarà sufficiente. Che ti basterà. Scrivi sempre, anche quando gli altri ti regaleranno silenzio, perchè non avrai niente da rimpiangere. Perchè capirai che hai scritto talmente tanto che hai portato su l’anima, l’hai buttata sulla carta anche per tutti gli altri. E non importa se resterà il silenzio dalla bocca da cui attendevi parola. Perchè quello che hai scritto farà talmente rumore che non ti sentirai mai sola e alla fine sarà proprio quel rumore che arriverà fino all’altra parte del mondo. Un rumore che qualcuno ascolterà senza sapere che è nato là dove c’era silenzio e allora, sorridendo, leggerà tutte le tue parole. Riderà con te. Navigherà nei tuoi giorni, nelle tue storie, nelle tue lacrime, in ognuna delle tue parole e ti troverà.mat5Cavalcherà i cieli e i destini avversi e, al tramonto di tutti i giorni tristi, ti spoglierai di ognuna di quelle pagine, veli su veli e resterai nuda.. Ti sentirai divertita e il solletico del vento sulla riva del mare ti renderanno bambina di sorrisi e donna di desideri e all’improvviso sentirai un rumore nuovo, una bocca di parole che avevi dimenticato in un sogno di troppi anni fa. Avrai persino paura di voltarti, ma sentirai il passo impercettibile delle orme che infrangono onde, sabbia e vento. E un tocco, Quel tocco. E finalmente sorriderai

Foto di Matteo Nardone

Il bacio tanto atteso – Venere e Giove allineati nel cielo

Si avvicinava ogni notte di più. Ogni giorno la sognava e sapeva che, sebbene distante, lei lo avrebbe atteso. Aveva immaginato le sue notti, il suo angolo di cielo. Aveva immaginato di cavalcare una distanza che non poteva essere superata. Lei non poteva voltarsi, non riusciva a muoversi, ma sorrideva e lo sentiva sempre più vicino. Lo capiva da quel piccolo pianeta terra che ne parlava da giorni e da tutti quegli occhi che continuavano a guardarla. Preannunciato da una notte dal tramonto rosa, quel giorno era arrivato e l’incontro era attesa, era speranza, era vicinanza, finalmente. Guardò un attimo in giù e vide miliardi di occhi umani rivolti al cielo e per la prima volta una stella capì cosa significasse una trapunta di luci, di colori, di sogni, di speranze e capì quanto la sua attesa fosse condivisa, ammirata, desiderata e sorrise pensando al popolo di sognatori che dovevano tenere il naso all’insù per continuare a sperare. In un attimo li ricordò  avvinti dal sangue, dalle lotte e dal dolore e stentò a riconoscere in loro gli stessi occhi che ancora erano capaci di meravigliarsi per un bacio distante chissà quanto tempo e quanto spazio al di là del loro cielo. Lui le fu accanto e respirandola in uno stesso angolo di cielo si posò su di lei. Rosata di vergogna e d’attesa lei lo accolse incredula che finalmente il tempo li avesse ricongiunti e ricordò a se stessa le lacrime che aveva versato, i giorni in cui lui era stato così distante tanto da non riuscire neanche a immaginarlo. E sorrise. E pianse. E rise. E tremò. L’attesa non era stata vana e miliardi di occhi all’insù avrebbero testimoniato che solo i più grandi amori creano nel firmamento il sublime spettacolo di un incontro che non aveva tradito l’attesa e l’incanto di chi, dietro agli occhi, aveva dimenticato per un attimo tutto il dolore e aveva sentito dentro al cuore l’incanto di un infinito sentire

giove e venere

La sublime cascata della vita

Conoscevo quella melodia come fosse il respiro di un canto che non avevo vissuto, quasi fosse il canto di una vita che avevo dimenticato. Ogni nota era per me una piccola lacrima che nascosta da qualche parte in fondo al cuore, adesso zampillava furiosa dissetando tutto quello che dentro di me, arido e privo di senso, aveva dimenticato la bellezza della vita. Cascate di ricordi e gocce di speranza. Desideri riemersi e rincorse senza fiato. Meravigliose attese e sublimi stupori. Una delicata eleganza veniva a sussurrarmi  che era giunto finalmente il tempo. Impetuosa, la cascata diventava fiume in piena. Veloce e rapida correva senza sosta per cadere nel nuovo salto di nuova cascata, poichè il tempo e il mondo conoscessero, e per sempre ricordassero, che la meraviglia della vita è il confuso e impetuoso percorso tra una cascata e un’altra. Un percorso in  piena di vita, spumeggiante di dolori e squarci nel petto, di risate, di lacrime, di sorrisi, di voglie, di passioni, di desideri, di coraggio, di speranza e di quella infinitesima goccia sublime che rende incantevole il passo tra una cascata e l’altra

 

Io Confesso – Racconto

Respiro un canto nuovo in questa città perduta nella sua storia.
Fra il rosso del loro sangue si è accesa la tua luce.
Non importa che il sole tramonti stanotte,
l’imperituro sole della verità non morrà

lei1“Vittoria! Lui è uno di loro. E’ la pedina fondamentale”. L’uomo che mi aveva generata era il complice della strage del giudice Giannola. Allo stesso modo era stato coinvolto nell’omicidio di Paolo, il più caro amico di Giovanni, giornalista morto in cerca di una verità che aveva trovato. Non avevo mai conosciuto un ragazzo che sognasse di fare il giornalista così come lo sognava Paolo, ma la sua sfortuna era stata la ricerca della verità fra le mura di un convento, là dove la verità stessa era soffocata per mai essere svelata. Frate Germano, vicario del Convento di San Patrizio di Cutanò, aveva mosso negli ultimi anni il braccio oscuro della chiesa, che nel fango e nell’ingiustizia si era stretto ai signori di Cutanò, perché non è mai esistita mafia che non si sentisse benedetta da Dio. Cerco di tornare alla realtà e continuo sui miei passi.
Piazza Vittorio Veneto è un tripudio di colori. Alzo lo sguardo e in prospettiva scorgo la maestosa figura della Statua della Libertà che sembra mescolarsi confusa ai panni stesi sui balconi, affacciati come fronde di cemento su questo grande cerchio.
Tremo. Ho paura. Tentenno.
Conto i passi fra la gente senza mettere a fuoco nessuno dei loro visi. Il mio obiettivo è quello di raggiungere il Palazzo delle Aquile, dove fra un’ora si riunirà il consiglio comunale. Una volta là consegnerò la mia verità. Mio padre è lì e non immagino neanche che cosa proverà quando mi vedrà arrivare. E’ strano… adesso che sto per raggiungerlo non ricordo neanche il suo viso. Il pensiero di Giovanni affolla la mia mente dandomi conforto: il suo odore, il suo sapore, la forza delle sue mani che non mi hanno più lasciata ed eccola: lo sguardo si posa sulla lapide in memoria di Piersanti Mattarella dove per la prima volta ci siamo conosciuti. Sorrido mentre il mio passo tentenna. Sarei stata felice di avere la certezza di sorridere accanto a lui per tutta la vita piuttosto che quello cui stiamo andando incontro? Oh, non che non lo sarei stata, ciò che abbiamo vissuto anche per brevi attimi vale il conto dell’eternità.
lei2L’asfalto che in prospettiva brucia, sembra diventare di ghiaccio non appena conosce i miei passi. Un maestoso scalpitio di cavalli sulla cima del Teatro Politeama mi fa rendere conto che sono arrivata quasi in via Ruggero Settimo, la strada che ospita lo studio dell’avvocato Gittoni, caro amico di famiglia.
“Avvocato carissimo”
Un uomo con dei pantaloni rossi e dall’accento di provincia mi dà le spalle mentre abbraccia proprio l’avvocato Gittoni, salutandolo a pochi metri da me.
Quello che vedo mi gela il sangue
Vittoria non cedere adesso
Non è possibile che sia così. Ci deve essere un errore.
Tremo.
Quello è lo stesso uomo che si trovava nel casolare di Cutanò, quando hanno deciso di uccidere Paolo. Se loro due si conoscono significa che l’avvocato sa chi è questa gente. Ed è lo stesso uomo che abbiamo visto uscire dallo studio del dottore Filangi, che si è occupato dell’autopsia del corso di Paolo. Mi ricordo che Giovanni mi disse che per via dei pantaloni rossi che indossava e della facilità con cui sparava la famiglia lo chiamava il Piombo rosso. Lo ricordo perché la parola piombo mi aveva subito fatto pensare ai proiettili e il rosso al sangue e…
“Vittoria, che ci fa lei qui?” L’avvocato mi sta salutando avanzando velocemente verso di me e sento di avere fatto un passo falso. Il piombo rosso si allontana accendendosi la sigaretta, ma sento che mi guarda, che sa chi sono, che cerca me. Ha un ghigno che non so decifrare e si ferma sotto i portici.
“Avvocato, salve.”
“Venivate da me?” mi sorride, ma avverto la forzatura nel suo atteggiamento.
“Sì, certo, venivo da lei”
“Ne ero sicuro, venga con me”
Il mio sangue gela.
“Vittoria…” ripete con un sorriso fra i denti. “Non le dispiace se salgo anche io vero?”
Sento i suoi passi dietro di me lungo le scale antiche che stiamo per salire, tutto intorno a me sembra offuscato.
“Si accomodi”
“Avrei bisogno del bagno un istante, se non vi dispiace” sorrido mostrandomi improvvisamente calma. So benissimo che il bagno si trova vicino alla porta d’ingresso mentre lo studio dell’avvocato è l’ultima porta in fondo al corridoio. L’uomo con i pantaloni rossi guarda l’avvocato insospettito ma mi lasciano andare.
Il bagno, lo specchio, l’odore nauseante della vaniglia che si mescola con la muffa delle persiane di legno, le spalanco lentamente. La grondaia è solida e la tettoia del pianterreno è un alluminio che di certo riuscirà a sopportare i miei 47 chili. Tiro fiato e salgo sul davanzale non c’è nessuno nel punto luce del grande palazzo antico.
“Vittoria, va tutto bene? La stiamo aspettando” Mi sento chiamare da dietro. Riesco a scendere con difficoltà, sono quasi arrivata quando la scia di un gatto rimbomba nelle mie orecchie facendomi perdere l’equilibrio. Tentenno. Sto per cadere, ma riesco finalmente ad arrivare a terra. Mi pulisco le mani sui jeans e mi accorgo di lasciare una macchia di sangue: la mia mano destra ha un taglio profondo e mi guardo intorno per essere sicura che nessuno mi abbia visto. Non posso perdere tempo, la mia è una lotta, una corsa, una fuga e per nessuna di queste cose viene concesso del tempo in più.
“Che fa? Se ne va già via senza salutare?” Perdo ogni forza: il piombo rosso è davanti a me e sorride fra i denti mentre si avvicina a me prendendomi per un polso. “L’avvocato ci tiene alla buone maniere”.
La sua presa è forte e mi gira quasi il polso strattonandomi verso di lui, fino sopra le scale. Con mio stupore dopo i primi tre gradini del portone non saliamo le scale, ma prendiamo la rampa che scende.
Apre con una mano la porticina che ci porta in una specie di cantina con tante porte e richiude la porta dietro di sé. Per un attimo penso che anche io, esattamente come Paolo vedrò la fine con i miei stessi occhi e dentro di me penso a Giovanni e al fatto che non potrò più salutarlo, che ho fallito e che nessuno saprà mai la verità, ma non posso avere paura io non devo…
Apre una di quelle porte e mi butta dentro come se fossi un sacco di cui si deve liberare. Prende una corda e mi lega i polsi dietro la schiena.
lei 3Dal giorno in cui ho scoperto la vera natura di mio padre ho iniziato un cammino parallelo per rendermi per scoprire fino a che punto fosse sporca la sua vita e lui aveva scoperto il mio legame con Giovanni, figlio primogenito del capo del mandamento di Cutanò. E’ a lui che penso mentre l’uomo mi soffoca la bocca con dello scotch. Giovanni era stato cresciuto con le regole di una famiglia d’onore, soffocando da sempre quella volontà di tirarsi fuori, di vivere, di ricominciare seguendo quello che sentiva di essere dentro.
“Puoi farlo” gli avevo detto un giorno.
“Una mela marcia caduta da un albero non potrà mai diventare rosa” mi aveva risposto.
“Ma io sento il profumo di quella rosa”
“Lo so…” mi aveva accarezzato il viso baciandomi “è per questo che io sono qui”

***

I ricordi si spezzano non appena l’uomo esce sbattendo la porta dietro di sé. Mi guardo intorno e vedo solo buio. L’unica finestra che dovrebbe dare nel punto luce lascia filtrare una fioca ombra smorzata dalle persiane accostate. Non potrò mai arrivarci. Le mie lacrime bussano prepotenti ed io le lascio entrare. Cerco di muovermi e salto per vedere che altezza posso raggiungere, ma è troppo alta non riesco ad arrivarci. Sento la chiave che gira nuovamente nella porta e l’uscio si apre lentamente.

Regna il silenzio, i passi sono impercettibili, felpati, nascosti ma evidenti. La porta viene richiusa, ma non riesco a voltarmi. Sento un’essenza nell’aria, ma temo che la mia mente mi stia giocando brutti scherzi e non ci faccio più caso. Il sangue mi scorre lungo le dita e la corda stringe dietro la schiena. La persona si avvicina a me con una calma confusa e sento che mi prende per le spalle, con una presa leggera ma sicura, il suo odore è più forte, adesso lo riconosco, è lui.
“Vittoria” mi dice improvvisamente sottovoce. Sento come se il mio copro si rilassasse e rilascio il fiato che avevo trattenuto così a lungo. Voglio voltarmi, ma non riesco a controllare la mia reazione ed inizio a piangere. Averlo qui, accanto a me, di nuovo mi sembra un sogno, ma ho paura e so che non significa niente di buono, così ho paura e non mi volto.
Lui si china sulla mia testa mescolandosi ai miei capelli. Sento il suo respiro affannato e ho paura di chiedergli perché sia qui piuttosto che al sicuro.
“Voltati, ti prego” la sua è una preghiera e accompagna la sua richiesta ai movimenti del suo braccio che mi spingono dolcemente verso di lui, voltandomi. La stanza è buia perché la porta è richiusa e non possiamo vederci chiaramente, ma lui è il paradiso nell’inferno del mondo e anche lì lo riconosco. Si accorge dello scotch e si agita “Come stai?” Mi chiede mentre lentamente ma con decisione me lo tira via per liberarmi. Si accorge che sto piangendo. “Vittoria”
“Giovanni, perché sei qui? Te ne devi andare subito, mi hanno scoperta, se tu resti sarà finita per tutti e due, prendi il mio zainetto e fai tu quello che avrei dovuto fare io ti prego sei ancora in tempo..”
“Shhh…” mi prega quasi di non ricordargli la realtà, ma io continuo a supplicarlo.
“Il piombo rosso è qui, ma tu… aspetta, se tu sei qui significa che l’hai visto..” continuo a fare le mie congetture mentre taglia con un coltello le corde che legano i miei polsi e finalmente sono libera.
“Ma sei ferita… tu sei ferita fammi vedere…”
“Mi vuoi ascoltare? Giovanni sto parlando con te. Dimmi perché sei qui e fallo subito”
“Ti devo uccidere”
Resto in silenzio e nell’ombra trovo i suoi occhi che trovano i miei
“Non potevo restare da Padre Clemente mentre tu facevi tutto questo per noi da sola, così li ho chiamati”
“Tu sei impazzito”
“Ed ora sanno che sono dalla loro parte e sono io che devo ucciderti”
Mi prende le mani, guarda le mie ferite, se le porta alla bocca e le bacia dolcemente
“Giovanni guardami” sento che mi sta nascondendo qualcosa, temo di sapere cosa, ma a questo non voglio credere, non posso credere. “Lui… lo sa…” Apre i palmi delle mie mani e le bacia ancora “Lui lo sa…” continuo a ripetere confusa, stordita senza più il terreno sotto i piedi: mio padre ha ordinato di uccidermi. Cado in ginocchio, vittima delle mie emozioni.
“Non succederà, io non lo permetterò, ma non c’è tempo adesso per parlare, Vittoria vai adesso e continua la tua strada, devi arrivare fino a lì, te la senti ancora? Vittoria?”
“Si, io lo devo fare, ma che cosa gli dirai tu?”
“Lui e l’avvocato sono sopra. Adesso tu vai, al resto ci penso io”
“E dopo?”
“Stai tranquilla.” Mi bacia improvvisamente. “Non c’è tempo adesso, non c’è mai tempo per noi” continua a baciarmi mentre le sue braccia cingono i miei fianchi quasi soffocandomi lo sento tremare “…Io ti ho amata per le domanda che non mi hai fatto” continua a tremare “…ti ho amata perché mi hai fatto credere che c’era qualcos’altro che io potevo essere, che c’era un uomo che io potevo ancora diventare” scende lungo il mio collo e mi bacia mentre il suo respiro è affannato e sento la sua urgenza di respirarmi sempre con più forza. “ti ho amata perché hai baciato i miei peccati e mi hai reso per un attimo di nuovo un figlio del tuo Dio” solleva le sue braccia e le sue mani afferrano il mio viso e mi bacia stanco e tremante “Grazie” sussurra.
“Giovanni, vieni con me, ho paura che sia troppo tardi che tu… che io…”
“Esci, adesso” si avvicina alla porta e esce facendomi segno di seguirlo fino a che mi lascia continuare da sola.

***

Arrivo a Palazzo delle Aquile che l’ora è passata da un pezzo, ma i ragazzi di Addio Pizzo sono già lì a protestare, come avevano programmato.
Il mio petto si alza ritmicamente col battito del mio cuore e del mio respiro affannato. Arrivo in alto e apro la porta facendomi largo fra i pochi cittadini che stanno assistendo alla seduta del consiglio comunale.
“Vittoria che bello rivederti” Pietro Raimondi il cugino di una mia carissima amica è lì inaspettatamente con un blocco in mano.
“Ciao” sospiro senza ormai più fiato
“Tutto bene?”
“Non direi ma andiamo avanti, che ci fai qui tu?”
“La politica è la mia passione, non lo sapevi?”
Mentre continua a parlare cerco di avere il coraggio di guardare in faccia colui che sto cercando, ma prima di cercare il suo viso mi soffermo a guardare quella sala come non l’ho mai guardata.
Lapidi e lapidi che ricordano.

In memoria dei martiri della mafia caduti per il riscatto della nostra terra affinchè il loro sacrificio risuoni monito perenne alle coscienze e guidi l’operato di ciascuno nella difesa dei fondamentali diritti e della libertà dell’uomo contro la violenza e affinchè le future generazioni possano essere liberate da tante barbarie

Sento una sensazione strana, come se tutte quelle lapidi potessero parlare. Sono lapidi, ma io le sento respirare e parlare e gridare e mai la mia vita aveva conosciuto un’eco di pietra più penetrante.
Pio la torre.
Non sento il respiro.
Piersanti Mattarella.
Ancora meno respiro
“Vittoria stai bene?” mi chiede Pietro strattonandomi
Davide Giannola.
Il fiato finisce, improvvisamente
“Non te ne andare” rispondo a Pietro quasi poggiandomi su di lui. Un lacrima cresce mentre il mio sguardo non si stacca dalla lapide di Capaci.
“Scusa…”
“Scusa di cosa? E’ tutto ok stai tranquilla, ti accompagno fuori?”
“No, non parlo con te” rispondo quasi sussurrando mentre il mio sguardo non si stacca dalle lapidi delle stragi che Giovanni non è riuscito ad evitare. Si, colui che ami si è macchiato del peccato di non essere riuscito a dire di no. Era lui lì all’Addaura su quella barca la prima volta che avevano deciso di uccidere il giudice e ci è riuscito, ha potuto evitarlo, ma loro non possono sbagliare due volte. Adesso spero che sia in salvo, lui ha un’anima ed io l’ho perdonata.
Il mio sguardo si blocca quando vedo entrare dalla porta principale l’avvocato Gittoni. Mi nascondo istintivamente dietro Pietro per avere ancora un attimo. Stringo i denti, sento il mio essere un umano animale. Come un vibrato che dalle viscere della mia rabbia vorrebbero incendiare quella sala di tutte le mie lacrime liberandole in un grido singhiozzante e disperato che i denti cercano di stringere ancora. Perché è qui?
Dio stammi accanto e se sei in questa stanza chiudi gli occhi ti prego perché troppo è il dolore che ti abbiamo fatto patire. Abbiamo ucciso e continuiamo a uccidere dei tuoi figli, lo facciamo sotto i tuoi occhi e poi li ricordiamo, non guardare il sangue nauseante e vivido in questa stanza. Noi ti ringraziamo per qualcosa che va bene e ti malediciamo Dio! Si, noi ti malediciamo, commettendo il più grosso dei peccati noi ti malediciamo quando il male vince e la colpa per noi è tua.
Ma a te Papà santo chi chiede scusa?
Io cammino come sasso morente in un fiume disperso fatto di lacrime e sangue e, come parte di questo popolo che ti umilia io ti chiedo perdono.
Le voci al microfono ancora non le percepisco, ma torno subito alla realtà quando vedo che l’avvocato Gittoni sta parlando con lui. Ritrovo il mio coraggio e ricordo perché sono qui.
Smetto di tremare e mi scopro dalla copertura di Pietro
Il suo sguardo mi sta cercando. Il microfono si accende… la luce rossa dà la libertà di parola ed eccolo colui che siede.
Lei è qui. La sento. Inizia a baciare la mia pelle. Ne sento quasi l’odore, sebbene lei non esista nella materia.
Lei è qui ed io per la prima volta la vedo negli occhi umani che la rappresentano.
Eccola.
È lì.
La sento nelle sue parole.
Mi manca l’aria.
Sento il soffitto che mi soffoca nell’attimo stesso in cui mi accorgo di avere vissuto accanto a Lei per tutto questo tempo senza neanche rendermene conto, cresciuta e nutrita da Lei.
Io sono stata colei che Lei ha protetto.
Lei è un’amante gentile che si presenta quando hai bisogno di qualcosa di diverso arrivando a farti capire che Lei sia una cosa giusta.
Ma non per me.
E’ davanti ai miei occhi.
Si alza in piedi.
Non ho paura di guardarla.
Si è accorto che sono lì.
Una piccola esitazione e la sua voce ha una breve flessione. Mi guarda dritto negli occhi. Non sta guardando colei che credeva di vedere, oggi sta vedendo Vittoria, per la prima volta. Me ne accorgo. Se ne accorge..
Lei è qui, lo sento parlare è lui, in fondo alla sala, il più importante di tutti, la macchia di morte più brutta che potesse incrociare la mia vita: mio padre.
Due custodi mi guardano ed escono dalla sala, suppongo che stiano venendo verso di me.
“Andiamo” faccio segnale a Pietro che è ora di andare e esco il più velocemente possibile.
“Mi spiegherai prima o poi giusto?”
“Pietro non mi importa cosa mi succederà ma io devo solo gridare”
In piazza la manifestazione è al culmine. Mi fermo e srotolo il mio lenzuolo.
“Tieni” dico a Pietro che mi aiuta a srotolare
“Vittoria, ma che c’è scritto?”
Sorrido, mi sento libera. Non mi importa di morire, non importa di che ne sarà della mia vita, l’importante è solo che tutti sappiano la verità.
La gente resta a guardarmi sconvolta.
Ed eccola la mia confessione lì nero su bianco con nomi cognomi e date lì alla portata di tutto. La fermo in una parte della fontana delle vergogne e la srotolo tutta intorno. La mia scrittura, quella di Giovanni, la nostra verità.

Io confesso, Mahias è qui in questo palazzo.
Io confesso che una delle sue braccia sanguinarie siede sulla poltrona più grande, siede e governa in giacca e cravatta.
Io confesso che l’assassinio di Paolo Gioverni è stato deciso anche fra queste pareti
Io Vittoria Maccarella confesso che la mafia vive e si nutre e soccombe solo se qualcuno ha il coraggio di chiamarla per nome.
Ed io sono qui per darle il suo nome.
Fernando Maccarella, mio padre.
Sto per muovermi quando lo vedo: il Piombo rosso è lì e si fa strada fa la gente camminando dall’altro lato della strada. Se loro mi hanno raggiunta fino a qui questo significa che hanno scoperto tutto o che non si sono fidati di lui o che Giovanni…

Uno dei ragazzi della manifestazione si guarda con gli altri ma nessuno può avere la percezione del rumore di uno sparo.
E’ silenzioso, muto, delicato, ma penetra il mio corpo e spenta, muta e pallida mi ripiego sulle mie ginocchia.
Il mio sorriso non muore, perché il mio compito è svolto, io potrò fermare il mio respiro, ma le mie parole sono state scritte e una sola persona che oltre me le leggerà le renderà eterne.
“Vittoriaaa” sento gridare da Pietro disperatamente mentre mi accascio in ginocchio.
Il ragazzo in fondo alla strada ha letto, quello accanto a lui anche, la ragazza con la sciarpa rossa è insieme a loro e così quella dietro e quella dopo ancora.

Respiro un canto nuovo in questa città perduta nella sua storia.
Fra il rosso del loro sangue si è accesa la tua luce.
Non importa che il sole tramonti stanotte,
l’imperituro sole della verità, sorto dalle tua labbra non morrà

Qualsiasi riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale. Nomi e dettagli sono frutto della fantasia

La stella Gisella – Favola

Hubble_heic0206jLa stella Gisella non aveva dubbi d’essere bella. Essa brillava di perfetta luce riflessa e tutto il mondo la stava a guardare. Nessuno sapeva perchè col sole in fronte fosse così bella, eppure esisteva quella parte del mondo che grazie al sole vedeva una stella. Ma un primo giorno d’inverno, Osvaldo cacciatore di stelle partì con catene ribelli per raggiungere Gisella e spegnere quella luce che la rendeva così bella.

Un bambino di nome Paolo nella casa al di là del lago, riconobbe quel carro e fuggendo scappò lontano. Non avrebbe permesso che Osvaldo catturasse Gisella, altrimenti quale notte sarebbe più stata bella? Era certo e senza paura. Aveva deciso. Il suo sogno sarebbe stato la cura. Fu così che trovata la nuvola più soffice, Paolo si addormentò trapunto di cielo e di vento. Sognò con tutto se stesso che sorretto dal vento e dal sole potesse trovare Gisella prima di Osvaldo il gran cacciatore.

Fulmini, saette, lampi nel cielo. Tutti ricordano in ogni dove quella magia che nel cielo fermò la rincorsa del carro di Osvaldo. Era bastato solo il sogno di un bambino. E ogni volta che guardi nel cielo Gisella, la stella più bella, non dimenticarti chi l’ha salvata e chiudendo gli occhi bramanti di sonno e di notte, rallegra il sorriso e impara a sognare poichè i sogni di bambini salvano il mondo

FotoRacconti – Inizia una nuova avventura

1011252_10152263025028729_682835708_nSono passati ormai tanti anni da quelle prime foto che ritraevano i meravigliosi giardini di Villa Borghese, cullati dalla storia immortale della città Eterna. Erano gli anni in cui una rosa iniziava a essere immortalata dal mondo digitale a braccetto ancora con il rullino, gli anni in cui i giovani innamorati di tutto il mondo attraversavano Ponte Milvio per dichiararsi amore eterno attaccando un lucchetto con le loro iniziali. Gli anni in cui i sognatori erano prepotenti nel non arrendersi. E’ con queste prime foto che ho conosciuto il Fotografo Matteo Nardone, che è riuscito a trasformare una passione in una professione, lottando ogni giorno perchè i sogni vincessero e arrendendosi a quello che il cuore voleva, al di sopra di tutto il resto: rendere immortale ciò che già era immortale, cogliendone però un’essenza diversa, nuova, una prospettiva inusuale, distinguendo il suo obiettivo da tutti gli altri. Oggi le sue fotografie non dimenticano la bellezza dei fiori, delle strade, della vita di tutti i giorni da cui sono nate, ma hanno fatto un salto di qualità, abbracciando l’arte, il mondo teatrale, il cinema, gli eventi, diventando il pulito mestiere dell’arte. E’ da queste foto che mi è venuta l’idea di sposare le nostre passioni, la sua per la fotografia e la mia per la scrittura, dando vita a una nuova sezione del sito: i FotoRacconti. Sarà così che partendo da alcune delle sue fotografie, cercherò di ricamare a punta d’inchiostro un racconto immaginario, così che anche la fotografia trovi una piccola favola che l’attende al di là dell’istante da cui è nata per consegnarsi definitivamente ad una penna che non vuole altro se non rendergli omaggio

foto di Matteo Nardone

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