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Lucia Borsellino non se ne vada

122318611-caa6a892-a823-45ba-a291-a36f0d66b15eCara Lucia,
non se ne vada. So che Le chiedo quasi la vita, ma le chiedo di farci sperare ancora, farci sperare che qualcosa di buon possa ancora accadere. Farci sperare che in mezzo a tutti questi rifiuti di un destino che ci è avverso e che prende fuoco sotto i nostri occhi, non accada che quel fuoco distrugga una città che deve essere salvata. Cara Lucia non abbandoni la lotta e glielo chiedo pur sapendo che le mani, la testa, il cuore, lo stomaco e il fegato, li sta mettendo Lei, appartengono al suo corpo, alla sua vita, al suo destino. Non se ne vada perchè sebbene la stanchezza di lottare contro i mulini a vento sia frustrante, forse al suo esercito solitario si aggiungerebbero altre persone e poco alla volta, formica dopo formica, chissà che il malaffare non inizi a zoppicare davvero. Il malaffare ha corso per secoli, poi ha iniziato a camminare per altri secoli, ci sono stati anni in cui ha arrancato, ma il sangue versato l’ha fatto risorgere perhcè è di esso che si nutre, ma dovrà arrivare il tempo in cui zoppicante e malandato esso potrà subire colpi legali, colpi di giustizia, colpi del destino, colpi di umanità. Le scrivo da Lucia a Lucia e le scrivo avendo vissuto con passione durante la mia adolescenza, gli anni in cui Suo padre Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, hanno sognato in mezzo alla polvere. Non mi arrogo il diritto di finti falsi moralismi o di dirLe che Suo padre avrebbe voluto così. Non credo. Non lo credo. Credo anzi che l’avrebbe voluta lontana da tutto questo e forse oggi La vorrebbe al sicuro più che mai, lontana da tutto il resto. Ma per quanto Le sia figlia di Suo padre, paradossalmente questo è secondario. Suo padre e Sua madre Le hanno concesso la vita, ma adesso la vita è Sua e non si parla più della figlia di Paolo Borsellino, ma di Lucia Borsellino. Non se ne vada, perchè tutti sappiamo qual è stato il destino e la vita di Suo padre, ma la Sua di vita, il Suo di destino sono vivi, stanno camminando  stanno andando avanti. Ritorni ad essere parte di questo schifo, continui a distinguersene, sia una lacrima di luce, piccola, che un giorno potrebbe crescere poichè attirerebbe tutte quelle persone che ancora oggi vorrebbero fare qualcosa per il nostro Paese ma che si perdono tra gli infiniti “Non ne vale la pena” e i milioni di “Non cambierà mai niente” soffocando definitivamente nel naufragio dei “Tanto vincono sempre loro”. Fondi qualcosa che sia solo Suo. Si stacchi da tutto per essere parte del tutto. Non chiuda la Sua esperienza nella rabbia e nella delusione, nell’amarezza e nel disgusto. Resti, per favore. Lucia, non se ne vada. Combatta. Ci creda ancora. Non lasci che la vedano solo come la figlia di Suo padre, resti Lucia Borsellino, quella vera, l’unica per me e per molti, la speranza che ancora qualcuno sappia dire di no e respiri la dignità di una vita che vale il conto dell’eternità

Paolo Borsellino – un sognatore a Palermo

Paolo_BorsellinoQuando ero adolescente, un turista mi ha fermato per strada per chiedermi dove potesse andare per vedere la mafia, da allora mi sono sempre chiesta in che Italia vivessimo e quanta ignoranza ci fosse in giro per il mondo. Il 19 luglio appena trascorso molti hanno parlato dell’importanza o meno di partecipare alla commemorazione di Paolo Borsellino, personalmente trovo inutile commemorare ufficialmente un eroe, stando in piedi accanto a quella mancata giustizia che ha contribuito alla sua morte. Quindi il mio modo di ricordarlo e’ questa storia inventata, nella quale ho immaginato che lui tornasse in visita a Palermo per un giorno e sorridesse allo stesso mare che così tanto ha amato

Lucia Bonelli

“Mi scusi, per il Foro Italico, prendo da qua?” Il signore a cui avevo chiesto l’informazione portava un cappellino di quelli sportivi, non sembrava tanto grande, ma dal passo incerto non capivo se fosse di qua o se fosse un turista come me. Il mio dubbio non durò che un attimo, mi bastò sentirlo parlare, anche solo sentirlo respirare l’aria vicina del mare, così come stava facendo. Si girò verso di me e mi guardò con un sorriso misto alla presa in giro e alla riverenza

“Certo che è di qua. Può venire con me, io sto andando là”. Quello che seguì a quelle parole fu stupore e meraviglia. Mi sembrò che per un attimo di tempo il mondo si fosse capovolto, che gli anni non fossero passati e che la linea del tempo non fosse mai esistita.

“Ma lei è…” azzardai senza che mi lasciasse finire la frase

“Un palermitano” mi sorrise

“No, no. Lei è…”

“Un vecchio palermitano..” mi interruppe di nuovo

“Lei è Paolo Borsellino…” la mia voce tremava e il mio passo era rimasto dietro il suo che avanzava più deciso. Indossava una polo verde e i suoi baffi non erano cambiati. Non un filo bianco aveva appesantito la sua figura cheBorsellino sembrava ferma a molto prima di… sì insomma, molto prima che…

“Allora ci muoviamo?” interruppe di nuovo i miei pensieri, mentre io, in preda a uno stato confusionale accelleravo il passo per raggiungerlo come i ragazzi corrono verso il pullman della gita scolastica.

“Non ci posso credere. Lei qui? Ma che ci fa qui? Non è… Sì insomma, lei dovrebbe essere..”

“Morto? Su avanti lo dica… o lascia sempre le frasi a metà lei?”

“Sì.. morto.”

“E allora? Lei mi vuole dire che non ha mai visto morti che camminano?” rise di gusto “Sa quanti ne ho visti io, persino quando mi guardavo allo specchio. Aspetti un minuto, sente che odore?”  il passo ancora più veloce, stentavo a stargli dietro. Si stava dirigendo verso uno stigghiolaro all’angolo della strada. L’odore classico di una Palermo indimenticata “Ecco, venga qua, così lo capisce cos’è che fa resuscitare i morti a Palermo”. Salutò il signore alla cucina e continuò

“Com’è che non l’hanno riconosciuta?” chiesi spaventato

“Chi?”

“Quel signore, com’è che non l’ha riconosciuta, tutti conoscono la sua faccia. Lei lo sa che oggi è il 19 luglio vero?”

“Lo so io, i miei baffi, le mie gambe, le braccia, il cuore. Sapesse quanto sono più leggeri da quel 19 luglio”

“Sa che tutti le farebbero una domanda al posto mio?”

“Come se già non me ne avesse fatte abbastanza vero?” rise ancora

022230303-f3ea872b-d5bd-4c70-ae55-234ff422d6ec“L’agenda rossa… Sì, insomma. Che fine ha fatto?”

“E come faccio a dirglielo? Se io le parlo del passato, le stravolgo il futuro e alla fine neanche il presente esisterebbe più. Non è importante l’agenda. Non c’è niente di più di quello che la gente non voglia vedere. Lei le sa le tabelline?”

“Le tabelline?” continuavo a sentirmi entusiasta da una parte e divertito dall’altra. Aveva questo modo di parlare di cose gravi caricandole di sarcasmo che adesso stavo riconoscendo

“Sì, le tabelline.”

“Certo che le so.”

“Ecco appunto. C’era questo nell’agenda rossa, nè più nè meno. Non c’era niente che non sapessero tutti e c’era tutto quello che per capirlo, per capirlo davvero, bastava fare due più dure. Pure oggi, lo sa? Pure oggi..”

“Pure oggi cosa? Si era distratto di nuovo perchè stavamo arrivando a piazza Magione

“Santa Rosalia che odore!”

“Quale odore?” mi girai intorno confuso cercando di sentire qualche odore proveniente da qualche cucina, ma non c’era niente, solo pietre, terra e sedie

“Ma lei da dove viene?”

“Da Treviso.”

“E non lo sente questo odore di zagara? Questo odore di sale, di sole e di terra bruciata? Ah che mancanza, che Paradiso”

“Sì, lo sento” gli sorrisi e lo guardai così felice come forse non lo avevo mai visto in televisione

“L’inferno è più saporito del Paradiso lo sa? E ogni tanto tornarci non fa male”

“Lei non ce l’ha con Palermo?”

“Con Palermo?” Rise della risata più fragorosa fino a quel momento. “E perchè?”

“Perchè non l’hanno saputa difendere. Perchè non l’hanno salvata. Sì, insomma, perchè… perchè è morto”

È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore Borsellinouna volta sola”

“Era qualcosa che aveva preso in considerazione”

“Io accetto, ho sempre accettato le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli. La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi, come viene ritenuto, in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro”

“Non è mica così facile non avere paura. Non siamo tutti eroi. A volte abbiamo paura di tante di quelle cose così stupide, nella vita di tutti i giorni”

“La paura è normale che ci sia, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo che ti impedisce di andare avanti”

“E’ per questo che non ce l’ha con Palermo?”

mafia-clipart-bigger-version-hi“Non ce l’ho con Palermo. Ce l’ho con Roma, con l’Italia, con l’Europa, con il mondo, perchè è là che stanno gli sciacalli, quelli che piegano la testa al malaffare, quelli che il malaffare lo rappresentano, lo articolano, lo vendono, lo spacciano, lo fanno sedere in Parlamento, nelle poltrone di potere..”

“Ma oggi c’è l’Antimafia e abbiamo fatto tanti passi avanti” rise in un momento come questo in cui non me l’aspettavo

“L’Antimafia funziona solo quando non combatte se stessa”

Si mise a parlare con un fruttivendolo che gli faceva assaggiare un pomodoro fresco di stagione. Mi raggiunse di nuovo e camminammo attraverso piazza Kalsa fino al mare

“Lo vede perchè non ce l’ho con Palermo? Guardi qua che bellezza, guardi qua che colori, che mare. Shh… lo sente”

“Cosa?” tesi l’orecchio

101“La confusione che c’è.. Il mare, i bambini che giocano per la strada, le macchine, i clacson, le lumache, l’autista per chi non digerisce, il limone la zagara e quello, lo vede quello?” indicò  una nava che stava lasciando il porto “Quello è il rumore più brutto di tutti, perchè quello è il rumore di chi se ne va, di chi non ce l’ha fatta, di chi ha scelto di non combattere o semplicemente di chi deve andarsene, perchè in qualche modo deve pure mangiare, deve lavorare per il sacrosanto diritto alla dignità umana, al rispetto, al nobile lavoro. Quello è il rumore più triste perchè deve suonare forte quella sirena e ci deve ricordare che tutti quelli che restano devono fare in mondo che loro tornino, che tornino presto, perchè un palermitano che se ne va non sarà mai cittadino del mondo, sarà sempre e solo un palermitano che vuole tornare. Le faccia ascoltare a tutti quelle sirene, e se ne venga qua quando sente di avere paura e immagini la paura di quelli che se ne vanno, quelli che domani mattina non lo vedranno più questo sole e si chieda se è giusto che lei debba avere paura e poi si concentri, perchè se qualcuno è rimasto è rimasto anche per loro e li deve fare tornare, li deve fare tornare”

“Ma se le cose vanno sempre in un modo, come possiamo credere che cambiaranno se quando qualcuno cerca di cambiare le cose poi muore ammazzato?”

“La vede quella bella femmina palermitana là, in fondo.. La vede?”

“Quella che prende il sole?”

“Sì, quella che prende il sole. Oggi lei la guarda e la vede come quella che prende il sole, ma gli uomini di qualche secolo fa sa come la vedrebbero? Come la donna che può votare, che può scegliere, che può dire quello che pensa, come la donna a capo di organizzazioni, di imprese, di ordini e quelle persone si chiederebbero “Ma che è successo?” Ecco perchè lei deve lottare lo stesso, perchè qualcuno prima di lei l’ha fatto per lei e le permette di essere libero, di camminare, perchè ha permesso a quella donna di votare, di essere considerata un essere umano alla pari con l’altro sesso, perchè lei ha libertà di dire come la pensa, di gridare sottovoce, di scrivere, di non smettere di parlare e la stessa cosa sarà per la mafia un giorno. Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene. E prima o poi farà tanto di quel rumore che non ve lo immaginare… Ma il vero problema della mafia non è la mafia.. sono i mafiosi”

“Quelli sì che fanno paura. Spero di non incontrarne mai” lui rise di nuovo

“Lo vede… E’ questo il problema. La gente deve smettere di lottare contro la mafia come un concetto astratto. La
imagesgente deve lottare i mafiosi che non sono le braccia armate delle campagne, i mafiosi sono in mezzo a tutti, il fruttivendolo, l’impiegato delle poste, il parlamentare, il panettiere. Noi tutti possiamo essere mafiosi, persino i picciriddi che si danno appuntamento alle tre del pomeriggio per  sistemare quella litigata a scuola, persino quelli sono mafiosi e mi creda, tutto si riduce alle madri e ai padri. Una madre che prende per le orecchie un figlio così e lo mette in carreggiata avrà creato un uomo pulito domani. Un genitore che va a rimporverare un insegnante perchè rimproverando un ragazzo lo ha ferito psicologicamente, sarà il genitore di un uomo che penserà che la vita, la libertà e i suoi desideri gli saranno dovuti e se li prenderà, nel bene e nel male,e per farlo userà tutti i mezzi. La mafia è la prepotenza dell’egocentrico che vuole possedere, che vuole essere… Questa è la mafia. Eccolo. Siamo arrivati” abbassò il tono della voce e mi guardai intorno, ma non c’era niente, solo prato e terra. Lui si chinò e cominciò a scavare con le mani

“Ma che sta facendo?” mi chinai a mia volta

“Lei è la persona che fa più domande che io abbia mai conosciuto e mi creda ne ho conosciute di persone che fanno domande!” finì di scavare e con mia estrema sorpresa tirò fuori un pallone da calcio. Era ricoperto di terra, ma lo ripulì con le mani e con la maglietta. Quando finì lo guardò soddisfatto “Eccolo. Ecco il motivo per cui sono venuto”

“Un pallone?”

1992-Giovanni-Falcone-e-Paolo-Borsellino_h_partb“Il pallone. E’ mio e di Giovanni Falcone. E’ così che ci siamo conosciuti ed è così che ci siamo divertiti e mi creda, il Paradiso è proprio un bel posto, ma i palloni di Palermo sono tutti un’altra cosa!”

“Giovanni Falcone?”

“Giovanni” ripetè

“Ho letto nel maggio appena trascorso quello che lei ha detto dopo la sua morte”

“Oh me lo ricordo bene. Ci sono tante teste di minchia: teste di minchia che sognano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello… quelle che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero… ma oggi signori e signore davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti… Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge”

“E’ triste. E mi riporta a chiedermi ancora perchè lottare”

“Chi sta correndo sa che suderà, altrimenti non sarebbe un bravo corridore. Chi sta guidando, sa che le ruote gireranno, altrimenti no riuscirebbe a muoversi. Chi sta vivendo deve lottare, altrimenti sopravviverebbe e che gli resterebbe da fare? Quattro aperitivi, quattro giornali scandalistici, un poco di sole in estate e miliardi di minuti da aspettare. Ma chi lotta lo vede che fa? Si gode la vita, se la fa sotto, continua a camminare, ma torna…se lo torna aKONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA prendere quel pallone, perchè le persone che lottano con te non te le dimentichi”

“E’ questa l’amicizia”

“L’amicizia non esiste ragazzo. L’unica persona di cui ti devi fidare è la tua mano, là inizia la tua fiducia e là finisce, un circolo, chiuso, sbarrato”

“Ma lei e Giovani eravate amici”

“Quella è la fratellanza è un’altra cosa. Se tu cammini lungo una strada e credi che il verde sia verde e lungo la strada incontri un’altra persona che come te pensa che il verde sia verde, allora vi unite e credimi l’arcobaleno diventa più forte più carico, perchè si carica di un colore in più. Ma è questa l’unica amicizia possibile, la fratellanza, il riconoscimento di una persona che crede in quello che fai perchè ci crede anche lui. Gli adulatori, i falsi amici, tutto il resto sono pericoli, minano il tuo cammino e ti scorticano le spalle”

“Ma come ha fatto a non avere paura?”

“Ho avuto paura ogni giorno, esattamente ogni giorno. Ma ho avuto una strana cosa, l’incoscienza di pensare che se stavo qua su questa terra, forse qualcosa di buono la dovevo combinare. A proposito, ora devo andare. E’ tardi e le donne non si fanno aspettare. Lei lo sa che le donne non si fanno aspettare vero?”

“Le donne?”

“Ho promesso ad Agnese un pranzo sul mare e non me lo voglio perdere”

“Sa che Agnese Borsellino è stata la donna che più ho ammirato? Non è mai diventata il fenomeno Borsellino, è rimasta sempre sua moglie, solo sua moglie e mi ha fatto credere che forse l’amore esiste. Giudice Borsellino, ma secondo lei l’amore esiste?”

07borsellino“Esiste tutto quello in cui crediamo e otteniamo solo quello per cui lottiamo, ma deve essere così, come questa terra” strinse un pugno di terra lasciandone cadere un po’ dalla mano “Semplice.. E la giustizia non è semplice, la giustizia ha bisogno di soldati della legalità e questi soldati spesso muoiono, perchè la legge non è uguale per tutti, almeno fino a oggi… Ma se lei crescerà dicendo di no, se i suoi figli cresceranno dicendo di no… Allora duecento pietre costruiranno una nuova cattedrale e quello sarà l’inizio di un nuovo mondo. Torni nella sua terra e dica a tutti che Lei la mafia non l’ha vista a Palermo, perchè ha capito che la mafia la può vedere dovunque, nella sua città, nel suo comune, nei comuni a un chilometro e in quelli a cento chilometri, ma gli dica che a Palermo ha trovato una conca piena di sale grosso, di passioni consumate e di dolcezze amare come questo sole che dalle altre parti quasi non esiste e che tutte le ferite prima o poi dovranno essere curate”

“Mi ricorderò per sempre di questa giornata.. non la dimenticherò mai…”. Mi sorrise e fece per andare via, poi rallentò il passo, si guardò intorno e tornò indietro, si piegò verso di me e sottovoce mi disse “Non è che per caso ha una sigaretta?”

Io Confesso – Racconto

Respiro un canto nuovo in questa città perduta nella sua storia.
Fra il rosso del loro sangue si è accesa la tua luce.
Non importa che il sole tramonti stanotte,
l’imperituro sole della verità non morrà

lei1“Vittoria! Lui è uno di loro. E’ la pedina fondamentale”. L’uomo che mi aveva generata era il complice della strage del giudice Giannola. Allo stesso modo era stato coinvolto nell’omicidio di Paolo, il più caro amico di Giovanni, giornalista morto in cerca di una verità che aveva trovato. Non avevo mai conosciuto un ragazzo che sognasse di fare il giornalista così come lo sognava Paolo, ma la sua sfortuna era stata la ricerca della verità fra le mura di un convento, là dove la verità stessa era soffocata per mai essere svelata. Frate Germano, vicario del Convento di San Patrizio di Cutanò, aveva mosso negli ultimi anni il braccio oscuro della chiesa, che nel fango e nell’ingiustizia si era stretto ai signori di Cutanò, perché non è mai esistita mafia che non si sentisse benedetta da Dio. Cerco di tornare alla realtà e continuo sui miei passi.
Piazza Vittorio Veneto è un tripudio di colori. Alzo lo sguardo e in prospettiva scorgo la maestosa figura della Statua della Libertà che sembra mescolarsi confusa ai panni stesi sui balconi, affacciati come fronde di cemento su questo grande cerchio.
Tremo. Ho paura. Tentenno.
Conto i passi fra la gente senza mettere a fuoco nessuno dei loro visi. Il mio obiettivo è quello di raggiungere il Palazzo delle Aquile, dove fra un’ora si riunirà il consiglio comunale. Una volta là consegnerò la mia verità. Mio padre è lì e non immagino neanche che cosa proverà quando mi vedrà arrivare. E’ strano… adesso che sto per raggiungerlo non ricordo neanche il suo viso. Il pensiero di Giovanni affolla la mia mente dandomi conforto: il suo odore, il suo sapore, la forza delle sue mani che non mi hanno più lasciata ed eccola: lo sguardo si posa sulla lapide in memoria di Piersanti Mattarella dove per la prima volta ci siamo conosciuti. Sorrido mentre il mio passo tentenna. Sarei stata felice di avere la certezza di sorridere accanto a lui per tutta la vita piuttosto che quello cui stiamo andando incontro? Oh, non che non lo sarei stata, ciò che abbiamo vissuto anche per brevi attimi vale il conto dell’eternità.
lei2L’asfalto che in prospettiva brucia, sembra diventare di ghiaccio non appena conosce i miei passi. Un maestoso scalpitio di cavalli sulla cima del Teatro Politeama mi fa rendere conto che sono arrivata quasi in via Ruggero Settimo, la strada che ospita lo studio dell’avvocato Gittoni, caro amico di famiglia.
“Avvocato carissimo”
Un uomo con dei pantaloni rossi e dall’accento di provincia mi dà le spalle mentre abbraccia proprio l’avvocato Gittoni, salutandolo a pochi metri da me.
Quello che vedo mi gela il sangue
Vittoria non cedere adesso
Non è possibile che sia così. Ci deve essere un errore.
Tremo.
Quello è lo stesso uomo che si trovava nel casolare di Cutanò, quando hanno deciso di uccidere Paolo. Se loro due si conoscono significa che l’avvocato sa chi è questa gente. Ed è lo stesso uomo che abbiamo visto uscire dallo studio del dottore Filangi, che si è occupato dell’autopsia del corso di Paolo. Mi ricordo che Giovanni mi disse che per via dei pantaloni rossi che indossava e della facilità con cui sparava la famiglia lo chiamava il Piombo rosso. Lo ricordo perché la parola piombo mi aveva subito fatto pensare ai proiettili e il rosso al sangue e…
“Vittoria, che ci fa lei qui?” L’avvocato mi sta salutando avanzando velocemente verso di me e sento di avere fatto un passo falso. Il piombo rosso si allontana accendendosi la sigaretta, ma sento che mi guarda, che sa chi sono, che cerca me. Ha un ghigno che non so decifrare e si ferma sotto i portici.
“Avvocato, salve.”
“Venivate da me?” mi sorride, ma avverto la forzatura nel suo atteggiamento.
“Sì, certo, venivo da lei”
“Ne ero sicuro, venga con me”
Il mio sangue gela.
“Vittoria…” ripete con un sorriso fra i denti. “Non le dispiace se salgo anche io vero?”
Sento i suoi passi dietro di me lungo le scale antiche che stiamo per salire, tutto intorno a me sembra offuscato.
“Si accomodi”
“Avrei bisogno del bagno un istante, se non vi dispiace” sorrido mostrandomi improvvisamente calma. So benissimo che il bagno si trova vicino alla porta d’ingresso mentre lo studio dell’avvocato è l’ultima porta in fondo al corridoio. L’uomo con i pantaloni rossi guarda l’avvocato insospettito ma mi lasciano andare.
Il bagno, lo specchio, l’odore nauseante della vaniglia che si mescola con la muffa delle persiane di legno, le spalanco lentamente. La grondaia è solida e la tettoia del pianterreno è un alluminio che di certo riuscirà a sopportare i miei 47 chili. Tiro fiato e salgo sul davanzale non c’è nessuno nel punto luce del grande palazzo antico.
“Vittoria, va tutto bene? La stiamo aspettando” Mi sento chiamare da dietro. Riesco a scendere con difficoltà, sono quasi arrivata quando la scia di un gatto rimbomba nelle mie orecchie facendomi perdere l’equilibrio. Tentenno. Sto per cadere, ma riesco finalmente ad arrivare a terra. Mi pulisco le mani sui jeans e mi accorgo di lasciare una macchia di sangue: la mia mano destra ha un taglio profondo e mi guardo intorno per essere sicura che nessuno mi abbia visto. Non posso perdere tempo, la mia è una lotta, una corsa, una fuga e per nessuna di queste cose viene concesso del tempo in più.
“Che fa? Se ne va già via senza salutare?” Perdo ogni forza: il piombo rosso è davanti a me e sorride fra i denti mentre si avvicina a me prendendomi per un polso. “L’avvocato ci tiene alla buone maniere”.
La sua presa è forte e mi gira quasi il polso strattonandomi verso di lui, fino sopra le scale. Con mio stupore dopo i primi tre gradini del portone non saliamo le scale, ma prendiamo la rampa che scende.
Apre con una mano la porticina che ci porta in una specie di cantina con tante porte e richiude la porta dietro di sé. Per un attimo penso che anche io, esattamente come Paolo vedrò la fine con i miei stessi occhi e dentro di me penso a Giovanni e al fatto che non potrò più salutarlo, che ho fallito e che nessuno saprà mai la verità, ma non posso avere paura io non devo…
Apre una di quelle porte e mi butta dentro come se fossi un sacco di cui si deve liberare. Prende una corda e mi lega i polsi dietro la schiena.
lei 3Dal giorno in cui ho scoperto la vera natura di mio padre ho iniziato un cammino parallelo per rendermi per scoprire fino a che punto fosse sporca la sua vita e lui aveva scoperto il mio legame con Giovanni, figlio primogenito del capo del mandamento di Cutanò. E’ a lui che penso mentre l’uomo mi soffoca la bocca con dello scotch. Giovanni era stato cresciuto con le regole di una famiglia d’onore, soffocando da sempre quella volontà di tirarsi fuori, di vivere, di ricominciare seguendo quello che sentiva di essere dentro.
“Puoi farlo” gli avevo detto un giorno.
“Una mela marcia caduta da un albero non potrà mai diventare rosa” mi aveva risposto.
“Ma io sento il profumo di quella rosa”
“Lo so…” mi aveva accarezzato il viso baciandomi “è per questo che io sono qui”

***

I ricordi si spezzano non appena l’uomo esce sbattendo la porta dietro di sé. Mi guardo intorno e vedo solo buio. L’unica finestra che dovrebbe dare nel punto luce lascia filtrare una fioca ombra smorzata dalle persiane accostate. Non potrò mai arrivarci. Le mie lacrime bussano prepotenti ed io le lascio entrare. Cerco di muovermi e salto per vedere che altezza posso raggiungere, ma è troppo alta non riesco ad arrivarci. Sento la chiave che gira nuovamente nella porta e l’uscio si apre lentamente.

Regna il silenzio, i passi sono impercettibili, felpati, nascosti ma evidenti. La porta viene richiusa, ma non riesco a voltarmi. Sento un’essenza nell’aria, ma temo che la mia mente mi stia giocando brutti scherzi e non ci faccio più caso. Il sangue mi scorre lungo le dita e la corda stringe dietro la schiena. La persona si avvicina a me con una calma confusa e sento che mi prende per le spalle, con una presa leggera ma sicura, il suo odore è più forte, adesso lo riconosco, è lui.
“Vittoria” mi dice improvvisamente sottovoce. Sento come se il mio copro si rilassasse e rilascio il fiato che avevo trattenuto così a lungo. Voglio voltarmi, ma non riesco a controllare la mia reazione ed inizio a piangere. Averlo qui, accanto a me, di nuovo mi sembra un sogno, ma ho paura e so che non significa niente di buono, così ho paura e non mi volto.
Lui si china sulla mia testa mescolandosi ai miei capelli. Sento il suo respiro affannato e ho paura di chiedergli perché sia qui piuttosto che al sicuro.
“Voltati, ti prego” la sua è una preghiera e accompagna la sua richiesta ai movimenti del suo braccio che mi spingono dolcemente verso di lui, voltandomi. La stanza è buia perché la porta è richiusa e non possiamo vederci chiaramente, ma lui è il paradiso nell’inferno del mondo e anche lì lo riconosco. Si accorge dello scotch e si agita “Come stai?” Mi chiede mentre lentamente ma con decisione me lo tira via per liberarmi. Si accorge che sto piangendo. “Vittoria”
“Giovanni, perché sei qui? Te ne devi andare subito, mi hanno scoperta, se tu resti sarà finita per tutti e due, prendi il mio zainetto e fai tu quello che avrei dovuto fare io ti prego sei ancora in tempo..”
“Shhh…” mi prega quasi di non ricordargli la realtà, ma io continuo a supplicarlo.
“Il piombo rosso è qui, ma tu… aspetta, se tu sei qui significa che l’hai visto..” continuo a fare le mie congetture mentre taglia con un coltello le corde che legano i miei polsi e finalmente sono libera.
“Ma sei ferita… tu sei ferita fammi vedere…”
“Mi vuoi ascoltare? Giovanni sto parlando con te. Dimmi perché sei qui e fallo subito”
“Ti devo uccidere”
Resto in silenzio e nell’ombra trovo i suoi occhi che trovano i miei
“Non potevo restare da Padre Clemente mentre tu facevi tutto questo per noi da sola, così li ho chiamati”
“Tu sei impazzito”
“Ed ora sanno che sono dalla loro parte e sono io che devo ucciderti”
Mi prende le mani, guarda le mie ferite, se le porta alla bocca e le bacia dolcemente
“Giovanni guardami” sento che mi sta nascondendo qualcosa, temo di sapere cosa, ma a questo non voglio credere, non posso credere. “Lui… lo sa…” Apre i palmi delle mie mani e le bacia ancora “Lui lo sa…” continuo a ripetere confusa, stordita senza più il terreno sotto i piedi: mio padre ha ordinato di uccidermi. Cado in ginocchio, vittima delle mie emozioni.
“Non succederà, io non lo permetterò, ma non c’è tempo adesso per parlare, Vittoria vai adesso e continua la tua strada, devi arrivare fino a lì, te la senti ancora? Vittoria?”
“Si, io lo devo fare, ma che cosa gli dirai tu?”
“Lui e l’avvocato sono sopra. Adesso tu vai, al resto ci penso io”
“E dopo?”
“Stai tranquilla.” Mi bacia improvvisamente. “Non c’è tempo adesso, non c’è mai tempo per noi” continua a baciarmi mentre le sue braccia cingono i miei fianchi quasi soffocandomi lo sento tremare “…Io ti ho amata per le domanda che non mi hai fatto” continua a tremare “…ti ho amata perché mi hai fatto credere che c’era qualcos’altro che io potevo essere, che c’era un uomo che io potevo ancora diventare” scende lungo il mio collo e mi bacia mentre il suo respiro è affannato e sento la sua urgenza di respirarmi sempre con più forza. “ti ho amata perché hai baciato i miei peccati e mi hai reso per un attimo di nuovo un figlio del tuo Dio” solleva le sue braccia e le sue mani afferrano il mio viso e mi bacia stanco e tremante “Grazie” sussurra.
“Giovanni, vieni con me, ho paura che sia troppo tardi che tu… che io…”
“Esci, adesso” si avvicina alla porta e esce facendomi segno di seguirlo fino a che mi lascia continuare da sola.

***

Arrivo a Palazzo delle Aquile che l’ora è passata da un pezzo, ma i ragazzi di Addio Pizzo sono già lì a protestare, come avevano programmato.
Il mio petto si alza ritmicamente col battito del mio cuore e del mio respiro affannato. Arrivo in alto e apro la porta facendomi largo fra i pochi cittadini che stanno assistendo alla seduta del consiglio comunale.
“Vittoria che bello rivederti” Pietro Raimondi il cugino di una mia carissima amica è lì inaspettatamente con un blocco in mano.
“Ciao” sospiro senza ormai più fiato
“Tutto bene?”
“Non direi ma andiamo avanti, che ci fai qui tu?”
“La politica è la mia passione, non lo sapevi?”
Mentre continua a parlare cerco di avere il coraggio di guardare in faccia colui che sto cercando, ma prima di cercare il suo viso mi soffermo a guardare quella sala come non l’ho mai guardata.
Lapidi e lapidi che ricordano.

In memoria dei martiri della mafia caduti per il riscatto della nostra terra affinchè il loro sacrificio risuoni monito perenne alle coscienze e guidi l’operato di ciascuno nella difesa dei fondamentali diritti e della libertà dell’uomo contro la violenza e affinchè le future generazioni possano essere liberate da tante barbarie

Sento una sensazione strana, come se tutte quelle lapidi potessero parlare. Sono lapidi, ma io le sento respirare e parlare e gridare e mai la mia vita aveva conosciuto un’eco di pietra più penetrante.
Pio la torre.
Non sento il respiro.
Piersanti Mattarella.
Ancora meno respiro
“Vittoria stai bene?” mi chiede Pietro strattonandomi
Davide Giannola.
Il fiato finisce, improvvisamente
“Non te ne andare” rispondo a Pietro quasi poggiandomi su di lui. Un lacrima cresce mentre il mio sguardo non si stacca dalla lapide di Capaci.
“Scusa…”
“Scusa di cosa? E’ tutto ok stai tranquilla, ti accompagno fuori?”
“No, non parlo con te” rispondo quasi sussurrando mentre il mio sguardo non si stacca dalle lapidi delle stragi che Giovanni non è riuscito ad evitare. Si, colui che ami si è macchiato del peccato di non essere riuscito a dire di no. Era lui lì all’Addaura su quella barca la prima volta che avevano deciso di uccidere il giudice e ci è riuscito, ha potuto evitarlo, ma loro non possono sbagliare due volte. Adesso spero che sia in salvo, lui ha un’anima ed io l’ho perdonata.
Il mio sguardo si blocca quando vedo entrare dalla porta principale l’avvocato Gittoni. Mi nascondo istintivamente dietro Pietro per avere ancora un attimo. Stringo i denti, sento il mio essere un umano animale. Come un vibrato che dalle viscere della mia rabbia vorrebbero incendiare quella sala di tutte le mie lacrime liberandole in un grido singhiozzante e disperato che i denti cercano di stringere ancora. Perché è qui?
Dio stammi accanto e se sei in questa stanza chiudi gli occhi ti prego perché troppo è il dolore che ti abbiamo fatto patire. Abbiamo ucciso e continuiamo a uccidere dei tuoi figli, lo facciamo sotto i tuoi occhi e poi li ricordiamo, non guardare il sangue nauseante e vivido in questa stanza. Noi ti ringraziamo per qualcosa che va bene e ti malediciamo Dio! Si, noi ti malediciamo, commettendo il più grosso dei peccati noi ti malediciamo quando il male vince e la colpa per noi è tua.
Ma a te Papà santo chi chiede scusa?
Io cammino come sasso morente in un fiume disperso fatto di lacrime e sangue e, come parte di questo popolo che ti umilia io ti chiedo perdono.
Le voci al microfono ancora non le percepisco, ma torno subito alla realtà quando vedo che l’avvocato Gittoni sta parlando con lui. Ritrovo il mio coraggio e ricordo perché sono qui.
Smetto di tremare e mi scopro dalla copertura di Pietro
Il suo sguardo mi sta cercando. Il microfono si accende… la luce rossa dà la libertà di parola ed eccolo colui che siede.
Lei è qui. La sento. Inizia a baciare la mia pelle. Ne sento quasi l’odore, sebbene lei non esista nella materia.
Lei è qui ed io per la prima volta la vedo negli occhi umani che la rappresentano.
Eccola.
È lì.
La sento nelle sue parole.
Mi manca l’aria.
Sento il soffitto che mi soffoca nell’attimo stesso in cui mi accorgo di avere vissuto accanto a Lei per tutto questo tempo senza neanche rendermene conto, cresciuta e nutrita da Lei.
Io sono stata colei che Lei ha protetto.
Lei è un’amante gentile che si presenta quando hai bisogno di qualcosa di diverso arrivando a farti capire che Lei sia una cosa giusta.
Ma non per me.
E’ davanti ai miei occhi.
Si alza in piedi.
Non ho paura di guardarla.
Si è accorto che sono lì.
Una piccola esitazione e la sua voce ha una breve flessione. Mi guarda dritto negli occhi. Non sta guardando colei che credeva di vedere, oggi sta vedendo Vittoria, per la prima volta. Me ne accorgo. Se ne accorge..
Lei è qui, lo sento parlare è lui, in fondo alla sala, il più importante di tutti, la macchia di morte più brutta che potesse incrociare la mia vita: mio padre.
Due custodi mi guardano ed escono dalla sala, suppongo che stiano venendo verso di me.
“Andiamo” faccio segnale a Pietro che è ora di andare e esco il più velocemente possibile.
“Mi spiegherai prima o poi giusto?”
“Pietro non mi importa cosa mi succederà ma io devo solo gridare”
In piazza la manifestazione è al culmine. Mi fermo e srotolo il mio lenzuolo.
“Tieni” dico a Pietro che mi aiuta a srotolare
“Vittoria, ma che c’è scritto?”
Sorrido, mi sento libera. Non mi importa di morire, non importa di che ne sarà della mia vita, l’importante è solo che tutti sappiano la verità.
La gente resta a guardarmi sconvolta.
Ed eccola la mia confessione lì nero su bianco con nomi cognomi e date lì alla portata di tutto. La fermo in una parte della fontana delle vergogne e la srotolo tutta intorno. La mia scrittura, quella di Giovanni, la nostra verità.

Io confesso, Mahias è qui in questo palazzo.
Io confesso che una delle sue braccia sanguinarie siede sulla poltrona più grande, siede e governa in giacca e cravatta.
Io confesso che l’assassinio di Paolo Gioverni è stato deciso anche fra queste pareti
Io Vittoria Maccarella confesso che la mafia vive e si nutre e soccombe solo se qualcuno ha il coraggio di chiamarla per nome.
Ed io sono qui per darle il suo nome.
Fernando Maccarella, mio padre.
Sto per muovermi quando lo vedo: il Piombo rosso è lì e si fa strada fa la gente camminando dall’altro lato della strada. Se loro mi hanno raggiunta fino a qui questo significa che hanno scoperto tutto o che non si sono fidati di lui o che Giovanni…

Uno dei ragazzi della manifestazione si guarda con gli altri ma nessuno può avere la percezione del rumore di uno sparo.
E’ silenzioso, muto, delicato, ma penetra il mio corpo e spenta, muta e pallida mi ripiego sulle mie ginocchia.
Il mio sorriso non muore, perché il mio compito è svolto, io potrò fermare il mio respiro, ma le mie parole sono state scritte e una sola persona che oltre me le leggerà le renderà eterne.
“Vittoriaaa” sento gridare da Pietro disperatamente mentre mi accascio in ginocchio.
Il ragazzo in fondo alla strada ha letto, quello accanto a lui anche, la ragazza con la sciarpa rossa è insieme a loro e così quella dietro e quella dopo ancora.

Respiro un canto nuovo in questa città perduta nella sua storia.
Fra il rosso del loro sangue si è accesa la tua luce.
Non importa che il sole tramonti stanotte,
l’imperituro sole della verità, sorto dalle tua labbra non morrà

Qualsiasi riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale. Nomi e dettagli sono frutto della fantasia

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