i sorrisi delle donne

Film Title: Mamma Mia!Amo i sorrisi delle donne che accendono le rughe attorno agli occhi, quelle rughe che sembrano disegnare a matita ogni singola emozione che hanno vissuto. Amo i sorrisi delle donne accesi di rughe e desideri, perchè mi ricordano che sono state così brave a sorridere e a piangere della vita, tanto da portarne con orgoglio i segni sul viso. Amo i sorrisi delle donne quando  se ne fregano del mondo e ci ridono su senza nascondere il viso, senza vergognarsi neanche di una di quelle rughe, sapendo con convinzione che sarà la prima cosa che un uomo amerà di loro. Amo i sorrisi delle donne che hanno appena smesso di piangere e con gli occhi ancora gonfi non trattengono un sospiro e si sgrefano gli occhi smaniose di vedere meglio la strada che hanno ancora da percorrere, perchè la voglia di ricominciare è sempre un più forte della paura di non provarci ancora… perchè se c’è una cosa bella sono proprio le donne che sorridono e che afferrando un foulard che sale nel  vento, sanno che non basteranno piogge, nè tempeste nè uragani, perchè il sole tornerà ancora, trovandole pronte, divertite, a piedi nudi sulla strada bagnata, ferite ma mai sconfitte, bagnate di tempesta e desiderio, che stanno ricominciando a correre con il coraggio di chi rischia ogni giorno, nonostante tutto, nonostante tutti… sempre

Quel non so che di affascinante

C’è sempre quel no1377478_709178319164221_4820616466609315240_nn so che di affascinante nella vita che ricomincia, nello sportello di una macchina che si chiude come a chiudere una pagina del destino. C’è sempre quel non so che di affascinante in una donna che sa piangere, sa ridere e, più di ogni altra cosa, c’è sempre quel non so che di affascinante nel caldo improvviso che ci ricorda che l’inverno è finito e che la primavera, prepotente e ruffiana, è tornata a colorare ogni piccola cosa, ogni piccola strada, ogni piccola vita

Sulla Riva del Destino

L’amore non si prova con i fatti, l’amore si prova con il cuore. I sentimenti non si dimostrano, si portano dentro. Se non ci sono non si possono creare, stimolare, pregare e anzi ti portano a chiederti se chi non ha capito ogni tuo giorno, ogni momento passato, sia davvero una persona che possa dire di conoscerti.  William Shakespeare diceva “Quando non c’è più rimedio è inutile addolorarsi, perché si vede ormai il peggio che prima era attaccato alla speranza”… E allora ti siedi, con una stanchezza mai provata prima e capisci che in certe cose la mente non potrebbe partorire nessuna idea che per quanto meravigliosa, possa davvero colpire il cuore. Ma Shakespeare ha ragione “Piangere sopra un male passato è il mezzo più sicuro per attirarsi nuovi mali”.

1545014_10152916399962722_1800990411252876396_nE ti chiedi quanto possa essere romantica e stupida la natura umana, poiché un atto d’amore può strappare solo un divertente sorriso là dove avrebbe dovuto strappare emozione e allora diventi geloso di ogni dimostrazione e cerchi dovunque quella chiave con cui l’avevi chiuso il cuore prima che la vita diventasse più forte della tua volontà e spalancasse nuovamente le tue porte. La cerchi. La ricerchi e non vedi l’ora di ritrovarla per proteggerti di nuovo. Ma poi non ti penti di niente e rubi ancora le parole di William per ricordare a te stesso che “Nulla è buono o malvagio in sé, è il pensiero che lo rende tale”. E allora sorridi, ti scrolli la stanchezza di dosso e capisci che la vita è troppo preziosa per inginocchiarsi agli altri destini…ed è ora di ricominciare davvero a camminare nelle tue scarpe, con la tua di anima e di cantare nuda sotto una pioggia d’estate mentre ridi e il mare a due passi da te ti invita
a nuotare come mai avevi fatto, convinta che non importa cosa perdiamo  lungo il percorso di quando siamo stati noi stessi, poiché è vero che nulla che ci appartenga davvero rischia di perdersi fra queste confuse pagine del destino.. Perché tu lo sai che per quanto dolore tu possa avere provato, in un attimo ci crederai di nuovo e accadrà non quando qualcuno smuoverà mari e monti per te, al contrario accadrà quando l’unica cosa che smuoverà sarà il tuo cuore, con un’eleganza, una passione e un rispetto che forse ancora,  fino ad oggi non hai mai conosciuto. E allora avrà smesso di piovere e uscendo dall’acqua troverai qualcuno ad aspettarti divertito. Qualcuno che ti avrà vista piangere, ridere, nuotare in quel mare pieno di tutti i tasselli del tuo destino. Imbarazzata cercherai di coprirti, ma lui sarà più attento ad ogni passo e ti offrirà un telo per ripararti e il suo calore per asciugarti e tu ripenserai al tuo amato Shakespeare e capirai che aveva ragione… e mentre inizierete a camminare insieme nell’inizio di una nuova vita, come se fosse musica tu ricorderai il suo sonetto più bello: “Non sia mai ch’io ponga impedimenti all’unione di anime fedeli; Amore non e’ Amore se muta quando scopre un mutamento o tende a svanire quando l’altro s’allontana.Oh no! Amore e’ un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;e’ la stella-guida di ogni sperduta barca,il cui valore e’ sconosciuto, benche’ nota la distanza.Amore non e’ soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote dovran cadere sotto la sua curva lama; Amore non muta in poche ore o settimane,ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio: se questo e’ errore e mi sara’ provato,Io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.”

Barcarola – Pablo Neruda, la poesia più bella

L’ho sempre considerata la poesia più bella di Pablo Neruda. Innamorata della voce del grande Luca Ward che ne interpreta una parte che riporto nel video in fondo alla pagina, ecco Barcarola, il sublime scritto da non dimenticare di portare sempre nel cuore

Barcarola – Se solamente mi toccassi il cuore

Se solamente mi toccassi il cuore,
se solamente mettessi la tua bocca sul mio cuore,
la tua bocca sottile, i tuoi denti,
se mettessi la tua lingua come una freccia rossa
lì dove il mio cuore polveroso martella,
se soffiassi nel mio cuore, vicino al mare, piangendo,
suonerebbe con rumore scuro, con suono di ruote
di treno assonnate,
come acque vacillanti,
come l’autunno in foglie,
come sangue,
con un rumore di fiamme umide che bruciano il cielo,
suonando come sogni o rami o piogge
o sirene di un porto triste,
se tu soffiassi nel mio cuore vicino al mare,
come un fantasma bianco,
al bordo della schiuma,
in mezzo al vento,
come un fantasma scatenato, in riva al mare,
piangendo.

Come diffusa assenza, come campana improvvisa,
il mare spartisce il suono del cuore
mentre piove e si fa sera sulla costa solitaria:
la notte cade incontrastata
e il suo lugubre azzurro di naufrago stendardo
si popola di astri d’argento affievolito.
E il cuore suona come un’aspra conchiglia,
chiama, oh mare, oh lamento, oh disciolta paura
sparsa in disgrazie e in onde scardinate:
dalla sonorità il mare accusa
le sue ombre reclini, i suoi verdi papaveri.

Se esistessi all’improvviso in una costa lugubre,
circondata dal giorno morto
dinanzi a una nuova notte,
piena d’onde,
e soffiassi nel mio cuore di freddo pànico,
soffiassi nel sangue solitario del mio cuore,
soffiassi nel suo moto di colomba con fiamme,
suonerebbero le sue nere sillabe di sangue,
crescerebbero le sue incessanti acque rosse,
e suonerebbe, suonerebbe a ombre,
suonerebbe come la morte,
chiamerebbe come un tubo pieno di vento o pianto,
o una bottiglia che versa orrore a fiotti.

È così; e i baleni coprirebbero le tue trecce
e la pioggia entrerebbe dai tuoi occhi aperti
a preparare il pianto sordo che racchiudi,
e le ali nere del mare girerebbero intorno
a te, con grandi artigli e crocidii e voli.

Vuoi essere il fantasma che soffia, solitario,
in riva al mare il suo sterile, triste strumento?
Se solamente chiamassi,
il suo suono prolungato, il suo malefico fischio,
il suo ordine di onde ferite,
qualcuno verrebbe forse,
qualcuno verrebbe,
dalle cime delle isole, dal fondo rosso del mare,
qualcuno verrebbe, qualcuno verrebbe.

Qualcuno verrebbe, soffia con furia,
che suoni come sirena di nave guasta,
come lamento,
come un nitrito in mezzo alla schiuma e al sangue,
come un’acqua feroce che si morde e che suona.

Nella stagione marina
la sua conchiglia d’ombra circola come un grido,
gli uccelli del mare la disprezzano e fuggono,
le sue strisce di suono, le sue lugubri sbarre
si alzano sulle sponde dell’oceano solo.

50 Sfumature di Grigio – Cinema e Attesa

50sfumatureLa paura del flop è dietro l’angolo. La motivazione è un po’ una legge di vita: spesso le cose troppo attese sono le più deludenti, ma nella fattispecie potrebbe verificarsi l’effetto contrario. Potremmo ritrovarci nella situazione di chi ha pensato che il libro fosse scritto male, indecente, inutile (e via dicendo) e per questo si lasci impressionare positivamente dalla trasposizione cinematografica. D’altronde, se è vero che i film sono quasi sempre peggiori dei libri da cui sono tratti, dobbiamo statisticamente ammettere che è probabile che il film 50 Sfumature di Grigio sia molto, ma molto meglio del romanzo. Innanzitutto dalla sua parte la versione cinematografica ha la presenza di Jamie Dornan l’amato e compianto Cacciatore di Once Upon a Time. Ritrovarselo nel grande schermo credo sarà comunque una conquista. E.L. James, scrittrice e produttrice del film, sembra sia insoddisfatta in parte del risultato, considerando che i tagli siano stati eccessivi, cosa che personalmente preferirei perchè darebbero un taglio più normale alla storia che, parliamoci chiaro, non è poi così anormale. Ho sentito vere e proprie trasmissioni televisive con ospiti in studio che parlavano della pericolosità del sadomasochismo spinto presente in questa storia, le stesse persone che immagino non abbiano mai letto davvero neanche una pagina del libro. Il libro tratta la storia di un uomo,Fifty Shades of Grey Christian Grey che a causa di violenze subite da piccolo vive un rapporto perverso con l’amore, vedendo nella sottomissione sessuale femminile l’unica sua fonte di piacere. Bene. Adesso sappiate che comunque Anastasia Steele, giovane protagonista inesperta e piena di sogni, in realtà non accetterà mai di firmare nessun contratto che la veda ufficialmente sottomessa a nessuno e anzi, sarà proprio l’amore di Anastasia a salvare Christian Grey riportandolo verso un modo sano di vedere l’amore. Ma, si sa, la strada per raggiungere il lieto fine non è mai semplice e in questo caso Anastasia cercherà di entrare nel perverso mondo di Christian Gray sempre 50 ctenendosi un passo indietro, cercando di capire, cercando un motivo per cedere finalmente all’amore che sente per Christian, fino al punto di non ritorno, fino a quando sarà troppo e dirà STOP. Sarà uno stop importante, perchè grazie a questo, Christian capirà di stare per perdere Anastasia e quindi poco alla volta curerà tutte quelle sfumature che l’avevano reso quello che era. Ci siamo quindi, fra 24 ore uscirà in tutte le sale italiane il film diretto da Sam Taylor – Johson che ci permetterà di vedere Jamie Dornan e Dakota Jonson in quello che sicuramente rappresenta il film che li ha fatti imbarazzare di più. Alla prossima per la recensione post visione film

Foibe – Il mondo che non è cambiato

Non c’è bisogno di parole. Il video è sufficiente. Il mondo non può dimenticare, per il solo fatto che la memoria è un dovere morale, soprattutto oggi che siamo a un passo da tutto questo. Soprattutto oggi che siamo circondati da esseri umani che massacrano esseri umani. Esattamente come ieri. Esattamente come oggi. Esattamente come domani

 

Io Confesso – Racconto

Respiro un canto nuovo in questa città perduta nella sua storia.
Fra il rosso del loro sangue si è accesa la tua luce.
Non importa che il sole tramonti stanotte,
l’imperituro sole della verità non morrà

lei1“Vittoria! Lui è uno di loro. E’ la pedina fondamentale”. L’uomo che mi aveva generata era il complice della strage del giudice Giannola. Allo stesso modo era stato coinvolto nell’omicidio di Paolo, il più caro amico di Giovanni, giornalista morto in cerca di una verità che aveva trovato. Non avevo mai conosciuto un ragazzo che sognasse di fare il giornalista così come lo sognava Paolo, ma la sua sfortuna era stata la ricerca della verità fra le mura di un convento, là dove la verità stessa era soffocata per mai essere svelata. Frate Germano, vicario del Convento di San Patrizio di Cutanò, aveva mosso negli ultimi anni il braccio oscuro della chiesa, che nel fango e nell’ingiustizia si era stretto ai signori di Cutanò, perché non è mai esistita mafia che non si sentisse benedetta da Dio. Cerco di tornare alla realtà e continuo sui miei passi.
Piazza Vittorio Veneto è un tripudio di colori. Alzo lo sguardo e in prospettiva scorgo la maestosa figura della Statua della Libertà che sembra mescolarsi confusa ai panni stesi sui balconi, affacciati come fronde di cemento su questo grande cerchio.
Tremo. Ho paura. Tentenno.
Conto i passi fra la gente senza mettere a fuoco nessuno dei loro visi. Il mio obiettivo è quello di raggiungere il Palazzo delle Aquile, dove fra un’ora si riunirà il consiglio comunale. Una volta là consegnerò la mia verità. Mio padre è lì e non immagino neanche che cosa proverà quando mi vedrà arrivare. E’ strano… adesso che sto per raggiungerlo non ricordo neanche il suo viso. Il pensiero di Giovanni affolla la mia mente dandomi conforto: il suo odore, il suo sapore, la forza delle sue mani che non mi hanno più lasciata ed eccola: lo sguardo si posa sulla lapide in memoria di Piersanti Mattarella dove per la prima volta ci siamo conosciuti. Sorrido mentre il mio passo tentenna. Sarei stata felice di avere la certezza di sorridere accanto a lui per tutta la vita piuttosto che quello cui stiamo andando incontro? Oh, non che non lo sarei stata, ciò che abbiamo vissuto anche per brevi attimi vale il conto dell’eternità.
lei2L’asfalto che in prospettiva brucia, sembra diventare di ghiaccio non appena conosce i miei passi. Un maestoso scalpitio di cavalli sulla cima del Teatro Politeama mi fa rendere conto che sono arrivata quasi in via Ruggero Settimo, la strada che ospita lo studio dell’avvocato Gittoni, caro amico di famiglia.
“Avvocato carissimo”
Un uomo con dei pantaloni rossi e dall’accento di provincia mi dà le spalle mentre abbraccia proprio l’avvocato Gittoni, salutandolo a pochi metri da me.
Quello che vedo mi gela il sangue
Vittoria non cedere adesso
Non è possibile che sia così. Ci deve essere un errore.
Tremo.
Quello è lo stesso uomo che si trovava nel casolare di Cutanò, quando hanno deciso di uccidere Paolo. Se loro due si conoscono significa che l’avvocato sa chi è questa gente. Ed è lo stesso uomo che abbiamo visto uscire dallo studio del dottore Filangi, che si è occupato dell’autopsia del corso di Paolo. Mi ricordo che Giovanni mi disse che per via dei pantaloni rossi che indossava e della facilità con cui sparava la famiglia lo chiamava il Piombo rosso. Lo ricordo perché la parola piombo mi aveva subito fatto pensare ai proiettili e il rosso al sangue e…
“Vittoria, che ci fa lei qui?” L’avvocato mi sta salutando avanzando velocemente verso di me e sento di avere fatto un passo falso. Il piombo rosso si allontana accendendosi la sigaretta, ma sento che mi guarda, che sa chi sono, che cerca me. Ha un ghigno che non so decifrare e si ferma sotto i portici.
“Avvocato, salve.”
“Venivate da me?” mi sorride, ma avverto la forzatura nel suo atteggiamento.
“Sì, certo, venivo da lei”
“Ne ero sicuro, venga con me”
Il mio sangue gela.
“Vittoria…” ripete con un sorriso fra i denti. “Non le dispiace se salgo anche io vero?”
Sento i suoi passi dietro di me lungo le scale antiche che stiamo per salire, tutto intorno a me sembra offuscato.
“Si accomodi”
“Avrei bisogno del bagno un istante, se non vi dispiace” sorrido mostrandomi improvvisamente calma. So benissimo che il bagno si trova vicino alla porta d’ingresso mentre lo studio dell’avvocato è l’ultima porta in fondo al corridoio. L’uomo con i pantaloni rossi guarda l’avvocato insospettito ma mi lasciano andare.
Il bagno, lo specchio, l’odore nauseante della vaniglia che si mescola con la muffa delle persiane di legno, le spalanco lentamente. La grondaia è solida e la tettoia del pianterreno è un alluminio che di certo riuscirà a sopportare i miei 47 chili. Tiro fiato e salgo sul davanzale non c’è nessuno nel punto luce del grande palazzo antico.
“Vittoria, va tutto bene? La stiamo aspettando” Mi sento chiamare da dietro. Riesco a scendere con difficoltà, sono quasi arrivata quando la scia di un gatto rimbomba nelle mie orecchie facendomi perdere l’equilibrio. Tentenno. Sto per cadere, ma riesco finalmente ad arrivare a terra. Mi pulisco le mani sui jeans e mi accorgo di lasciare una macchia di sangue: la mia mano destra ha un taglio profondo e mi guardo intorno per essere sicura che nessuno mi abbia visto. Non posso perdere tempo, la mia è una lotta, una corsa, una fuga e per nessuna di queste cose viene concesso del tempo in più.
“Che fa? Se ne va già via senza salutare?” Perdo ogni forza: il piombo rosso è davanti a me e sorride fra i denti mentre si avvicina a me prendendomi per un polso. “L’avvocato ci tiene alla buone maniere”.
La sua presa è forte e mi gira quasi il polso strattonandomi verso di lui, fino sopra le scale. Con mio stupore dopo i primi tre gradini del portone non saliamo le scale, ma prendiamo la rampa che scende.
Apre con una mano la porticina che ci porta in una specie di cantina con tante porte e richiude la porta dietro di sé. Per un attimo penso che anche io, esattamente come Paolo vedrò la fine con i miei stessi occhi e dentro di me penso a Giovanni e al fatto che non potrò più salutarlo, che ho fallito e che nessuno saprà mai la verità, ma non posso avere paura io non devo…
Apre una di quelle porte e mi butta dentro come se fossi un sacco di cui si deve liberare. Prende una corda e mi lega i polsi dietro la schiena.
lei 3Dal giorno in cui ho scoperto la vera natura di mio padre ho iniziato un cammino parallelo per rendermi per scoprire fino a che punto fosse sporca la sua vita e lui aveva scoperto il mio legame con Giovanni, figlio primogenito del capo del mandamento di Cutanò. E’ a lui che penso mentre l’uomo mi soffoca la bocca con dello scotch. Giovanni era stato cresciuto con le regole di una famiglia d’onore, soffocando da sempre quella volontà di tirarsi fuori, di vivere, di ricominciare seguendo quello che sentiva di essere dentro.
“Puoi farlo” gli avevo detto un giorno.
“Una mela marcia caduta da un albero non potrà mai diventare rosa” mi aveva risposto.
“Ma io sento il profumo di quella rosa”
“Lo so…” mi aveva accarezzato il viso baciandomi “è per questo che io sono qui”

***

I ricordi si spezzano non appena l’uomo esce sbattendo la porta dietro di sé. Mi guardo intorno e vedo solo buio. L’unica finestra che dovrebbe dare nel punto luce lascia filtrare una fioca ombra smorzata dalle persiane accostate. Non potrò mai arrivarci. Le mie lacrime bussano prepotenti ed io le lascio entrare. Cerco di muovermi e salto per vedere che altezza posso raggiungere, ma è troppo alta non riesco ad arrivarci. Sento la chiave che gira nuovamente nella porta e l’uscio si apre lentamente.

Regna il silenzio, i passi sono impercettibili, felpati, nascosti ma evidenti. La porta viene richiusa, ma non riesco a voltarmi. Sento un’essenza nell’aria, ma temo che la mia mente mi stia giocando brutti scherzi e non ci faccio più caso. Il sangue mi scorre lungo le dita e la corda stringe dietro la schiena. La persona si avvicina a me con una calma confusa e sento che mi prende per le spalle, con una presa leggera ma sicura, il suo odore è più forte, adesso lo riconosco, è lui.
“Vittoria” mi dice improvvisamente sottovoce. Sento come se il mio copro si rilassasse e rilascio il fiato che avevo trattenuto così a lungo. Voglio voltarmi, ma non riesco a controllare la mia reazione ed inizio a piangere. Averlo qui, accanto a me, di nuovo mi sembra un sogno, ma ho paura e so che non significa niente di buono, così ho paura e non mi volto.
Lui si china sulla mia testa mescolandosi ai miei capelli. Sento il suo respiro affannato e ho paura di chiedergli perché sia qui piuttosto che al sicuro.
“Voltati, ti prego” la sua è una preghiera e accompagna la sua richiesta ai movimenti del suo braccio che mi spingono dolcemente verso di lui, voltandomi. La stanza è buia perché la porta è richiusa e non possiamo vederci chiaramente, ma lui è il paradiso nell’inferno del mondo e anche lì lo riconosco. Si accorge dello scotch e si agita “Come stai?” Mi chiede mentre lentamente ma con decisione me lo tira via per liberarmi. Si accorge che sto piangendo. “Vittoria”
“Giovanni, perché sei qui? Te ne devi andare subito, mi hanno scoperta, se tu resti sarà finita per tutti e due, prendi il mio zainetto e fai tu quello che avrei dovuto fare io ti prego sei ancora in tempo..”
“Shhh…” mi prega quasi di non ricordargli la realtà, ma io continuo a supplicarlo.
“Il piombo rosso è qui, ma tu… aspetta, se tu sei qui significa che l’hai visto..” continuo a fare le mie congetture mentre taglia con un coltello le corde che legano i miei polsi e finalmente sono libera.
“Ma sei ferita… tu sei ferita fammi vedere…”
“Mi vuoi ascoltare? Giovanni sto parlando con te. Dimmi perché sei qui e fallo subito”
“Ti devo uccidere”
Resto in silenzio e nell’ombra trovo i suoi occhi che trovano i miei
“Non potevo restare da Padre Clemente mentre tu facevi tutto questo per noi da sola, così li ho chiamati”
“Tu sei impazzito”
“Ed ora sanno che sono dalla loro parte e sono io che devo ucciderti”
Mi prende le mani, guarda le mie ferite, se le porta alla bocca e le bacia dolcemente
“Giovanni guardami” sento che mi sta nascondendo qualcosa, temo di sapere cosa, ma a questo non voglio credere, non posso credere. “Lui… lo sa…” Apre i palmi delle mie mani e le bacia ancora “Lui lo sa…” continuo a ripetere confusa, stordita senza più il terreno sotto i piedi: mio padre ha ordinato di uccidermi. Cado in ginocchio, vittima delle mie emozioni.
“Non succederà, io non lo permetterò, ma non c’è tempo adesso per parlare, Vittoria vai adesso e continua la tua strada, devi arrivare fino a lì, te la senti ancora? Vittoria?”
“Si, io lo devo fare, ma che cosa gli dirai tu?”
“Lui e l’avvocato sono sopra. Adesso tu vai, al resto ci penso io”
“E dopo?”
“Stai tranquilla.” Mi bacia improvvisamente. “Non c’è tempo adesso, non c’è mai tempo per noi” continua a baciarmi mentre le sue braccia cingono i miei fianchi quasi soffocandomi lo sento tremare “…Io ti ho amata per le domanda che non mi hai fatto” continua a tremare “…ti ho amata perché mi hai fatto credere che c’era qualcos’altro che io potevo essere, che c’era un uomo che io potevo ancora diventare” scende lungo il mio collo e mi bacia mentre il suo respiro è affannato e sento la sua urgenza di respirarmi sempre con più forza. “ti ho amata perché hai baciato i miei peccati e mi hai reso per un attimo di nuovo un figlio del tuo Dio” solleva le sue braccia e le sue mani afferrano il mio viso e mi bacia stanco e tremante “Grazie” sussurra.
“Giovanni, vieni con me, ho paura che sia troppo tardi che tu… che io…”
“Esci, adesso” si avvicina alla porta e esce facendomi segno di seguirlo fino a che mi lascia continuare da sola.

***

Arrivo a Palazzo delle Aquile che l’ora è passata da un pezzo, ma i ragazzi di Addio Pizzo sono già lì a protestare, come avevano programmato.
Il mio petto si alza ritmicamente col battito del mio cuore e del mio respiro affannato. Arrivo in alto e apro la porta facendomi largo fra i pochi cittadini che stanno assistendo alla seduta del consiglio comunale.
“Vittoria che bello rivederti” Pietro Raimondi il cugino di una mia carissima amica è lì inaspettatamente con un blocco in mano.
“Ciao” sospiro senza ormai più fiato
“Tutto bene?”
“Non direi ma andiamo avanti, che ci fai qui tu?”
“La politica è la mia passione, non lo sapevi?”
Mentre continua a parlare cerco di avere il coraggio di guardare in faccia colui che sto cercando, ma prima di cercare il suo viso mi soffermo a guardare quella sala come non l’ho mai guardata.
Lapidi e lapidi che ricordano.

In memoria dei martiri della mafia caduti per il riscatto della nostra terra affinchè il loro sacrificio risuoni monito perenne alle coscienze e guidi l’operato di ciascuno nella difesa dei fondamentali diritti e della libertà dell’uomo contro la violenza e affinchè le future generazioni possano essere liberate da tante barbarie

Sento una sensazione strana, come se tutte quelle lapidi potessero parlare. Sono lapidi, ma io le sento respirare e parlare e gridare e mai la mia vita aveva conosciuto un’eco di pietra più penetrante.
Pio la torre.
Non sento il respiro.
Piersanti Mattarella.
Ancora meno respiro
“Vittoria stai bene?” mi chiede Pietro strattonandomi
Davide Giannola.
Il fiato finisce, improvvisamente
“Non te ne andare” rispondo a Pietro quasi poggiandomi su di lui. Un lacrima cresce mentre il mio sguardo non si stacca dalla lapide di Capaci.
“Scusa…”
“Scusa di cosa? E’ tutto ok stai tranquilla, ti accompagno fuori?”
“No, non parlo con te” rispondo quasi sussurrando mentre il mio sguardo non si stacca dalle lapidi delle stragi che Giovanni non è riuscito ad evitare. Si, colui che ami si è macchiato del peccato di non essere riuscito a dire di no. Era lui lì all’Addaura su quella barca la prima volta che avevano deciso di uccidere il giudice e ci è riuscito, ha potuto evitarlo, ma loro non possono sbagliare due volte. Adesso spero che sia in salvo, lui ha un’anima ed io l’ho perdonata.
Il mio sguardo si blocca quando vedo entrare dalla porta principale l’avvocato Gittoni. Mi nascondo istintivamente dietro Pietro per avere ancora un attimo. Stringo i denti, sento il mio essere un umano animale. Come un vibrato che dalle viscere della mia rabbia vorrebbero incendiare quella sala di tutte le mie lacrime liberandole in un grido singhiozzante e disperato che i denti cercano di stringere ancora. Perché è qui?
Dio stammi accanto e se sei in questa stanza chiudi gli occhi ti prego perché troppo è il dolore che ti abbiamo fatto patire. Abbiamo ucciso e continuiamo a uccidere dei tuoi figli, lo facciamo sotto i tuoi occhi e poi li ricordiamo, non guardare il sangue nauseante e vivido in questa stanza. Noi ti ringraziamo per qualcosa che va bene e ti malediciamo Dio! Si, noi ti malediciamo, commettendo il più grosso dei peccati noi ti malediciamo quando il male vince e la colpa per noi è tua.
Ma a te Papà santo chi chiede scusa?
Io cammino come sasso morente in un fiume disperso fatto di lacrime e sangue e, come parte di questo popolo che ti umilia io ti chiedo perdono.
Le voci al microfono ancora non le percepisco, ma torno subito alla realtà quando vedo che l’avvocato Gittoni sta parlando con lui. Ritrovo il mio coraggio e ricordo perché sono qui.
Smetto di tremare e mi scopro dalla copertura di Pietro
Il suo sguardo mi sta cercando. Il microfono si accende… la luce rossa dà la libertà di parola ed eccolo colui che siede.
Lei è qui. La sento. Inizia a baciare la mia pelle. Ne sento quasi l’odore, sebbene lei non esista nella materia.
Lei è qui ed io per la prima volta la vedo negli occhi umani che la rappresentano.
Eccola.
È lì.
La sento nelle sue parole.
Mi manca l’aria.
Sento il soffitto che mi soffoca nell’attimo stesso in cui mi accorgo di avere vissuto accanto a Lei per tutto questo tempo senza neanche rendermene conto, cresciuta e nutrita da Lei.
Io sono stata colei che Lei ha protetto.
Lei è un’amante gentile che si presenta quando hai bisogno di qualcosa di diverso arrivando a farti capire che Lei sia una cosa giusta.
Ma non per me.
E’ davanti ai miei occhi.
Si alza in piedi.
Non ho paura di guardarla.
Si è accorto che sono lì.
Una piccola esitazione e la sua voce ha una breve flessione. Mi guarda dritto negli occhi. Non sta guardando colei che credeva di vedere, oggi sta vedendo Vittoria, per la prima volta. Me ne accorgo. Se ne accorge..
Lei è qui, lo sento parlare è lui, in fondo alla sala, il più importante di tutti, la macchia di morte più brutta che potesse incrociare la mia vita: mio padre.
Due custodi mi guardano ed escono dalla sala, suppongo che stiano venendo verso di me.
“Andiamo” faccio segnale a Pietro che è ora di andare e esco il più velocemente possibile.
“Mi spiegherai prima o poi giusto?”
“Pietro non mi importa cosa mi succederà ma io devo solo gridare”
In piazza la manifestazione è al culmine. Mi fermo e srotolo il mio lenzuolo.
“Tieni” dico a Pietro che mi aiuta a srotolare
“Vittoria, ma che c’è scritto?”
Sorrido, mi sento libera. Non mi importa di morire, non importa di che ne sarà della mia vita, l’importante è solo che tutti sappiano la verità.
La gente resta a guardarmi sconvolta.
Ed eccola la mia confessione lì nero su bianco con nomi cognomi e date lì alla portata di tutto. La fermo in una parte della fontana delle vergogne e la srotolo tutta intorno. La mia scrittura, quella di Giovanni, la nostra verità.

Io confesso, Mahias è qui in questo palazzo.
Io confesso che una delle sue braccia sanguinarie siede sulla poltrona più grande, siede e governa in giacca e cravatta.
Io confesso che l’assassinio di Paolo Gioverni è stato deciso anche fra queste pareti
Io Vittoria Maccarella confesso che la mafia vive e si nutre e soccombe solo se qualcuno ha il coraggio di chiamarla per nome.
Ed io sono qui per darle il suo nome.
Fernando Maccarella, mio padre.
Sto per muovermi quando lo vedo: il Piombo rosso è lì e si fa strada fa la gente camminando dall’altro lato della strada. Se loro mi hanno raggiunta fino a qui questo significa che hanno scoperto tutto o che non si sono fidati di lui o che Giovanni…

Uno dei ragazzi della manifestazione si guarda con gli altri ma nessuno può avere la percezione del rumore di uno sparo.
E’ silenzioso, muto, delicato, ma penetra il mio corpo e spenta, muta e pallida mi ripiego sulle mie ginocchia.
Il mio sorriso non muore, perché il mio compito è svolto, io potrò fermare il mio respiro, ma le mie parole sono state scritte e una sola persona che oltre me le leggerà le renderà eterne.
“Vittoriaaa” sento gridare da Pietro disperatamente mentre mi accascio in ginocchio.
Il ragazzo in fondo alla strada ha letto, quello accanto a lui anche, la ragazza con la sciarpa rossa è insieme a loro e così quella dietro e quella dopo ancora.

Respiro un canto nuovo in questa città perduta nella sua storia.
Fra il rosso del loro sangue si è accesa la tua luce.
Non importa che il sole tramonti stanotte,
l’imperituro sole della verità, sorto dalle tua labbra non morrà

Qualsiasi riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale. Nomi e dettagli sono frutto della fantasia

Shiri Il Sandalo Spinato – Poesia Il Giorno della Memoria

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Un’origine maledetta,
che mi porta alla morte.
Uno stemma dentro al sangue,
che colore non ha più.

Questo è il mondo, cara gente
Questo è il mondo ed il suo niente.

Mente matta, sconcertante,
malattia per tanta gente.

Sei colore nella terra,
o colore nel tuo sangue?
Sei di gusto non accetto?
Sei ramingo per la terra?
Non fermarti in questa tenda,
perché posto qui non c’è.
Non cercare amore nuovo,
perché retto tu non sei.

Non gettare quella stella,
perché pelle essa non è,
nella macchia di una mente,
che la trova dentro te.

Legherai quella stella
Alla stoffa tua di vita.
Legherai quelle cifre
Come veste di una cipria,
che colore non ti dà.

Alla fine di ogni cosa,
pensi ancora
che un umano tu sarai?

Non è uomo ciò che grida
nella mente che non parla.

Non è uomo chi, qui, scalzo,
cerca l’anima di sé,
fra le grate assassine,
di un terreno per concime

Quel colore ha asciugato
la tristezza del respiro.
Quel colore ti ha segnato,
macchia e inferno nel tuo destino.

Non è uomo chi ha deciso.
Non è uomo chi ha compiuto.
Non è uomo chi ha taciuto.
Non è uomo chi è scappato.

E’ la morte la medaglia che io cerco,
per chiamare nella storia,
uomo degno chi è esistito?

Io non cerco premi o santi,
per lavare le tue colpe,
ma una nuova nave in porto
con il vento suo nel cuore.

Una nave che contenga
Quelle lacrime versate;
che contenga tutti i corpi,
che da qui sono passati;
Che lasciasse quel suo porto,
per disperdersi nel mare,
perché Dio e il suo timore,
non arrivano a tal male.

Perché zingaro, ebreo,
o diverso in ogni modo,
chi può dire nella vita,
di volerti uguale a sé?

E l’amore di una donna,
con la stella dentro al cuore,
lungo il nero di una chioma,
mai diversa nel colore.

Lui, diverso, senza macchia,
senza stelle, senza amore,
col diritto suo di vivere
senza stelle nel suo cuore

E i suoi occhi nella folla,
come un quadro da evitare
E i suoi occhi nella folla,
sono luce da preservare.

Una corsa disperata,
gesto unico d’amore.

Una donna allontanata
Dalla fonte sua d’amore.

Corri forte verso il vento,
perché l’uomo in questa terra
è il solo tuo tormento.

Fuggi via disperata,
nella strada illuminata.

“Lor Signori, sono qui
Ecco offro la mia carne
come stella che non ha,
ancor chiusa in quel petto,
che ha portato via con sé.

 “Sono ebreo, Lor Signori,
e prendetemi con voi.
Son la macchi di un peccato,
che peccato poi non è.”

Un cammino, una marcia,
e l’arrivo fino a lì,
dove il sole ha il colore
della terra che non c’è.
Dove cifra è la mia vita,
che cammina accanto a me,
salutando disperata,
quel suo pazzo proprietario,
che ha segnato la sua fine
per l’amore chiuso in sé.

Laverai le tue colpe,
col sapone di una vita,
che purezza non darà,
perché l’anima ha lasciato.

Soffocato morirai,
dalla cenere della vita,
che con l’ascia tua hai spezzato.

Morirai nel calore dell’Inferno,
di cui sei stato usciere,
accorgendoti che il tormento
ha dimora proprio lì,
oltre al cielo che ripudiasti,
oltre cielo che non guardasti,
oltre al cielo vigile custode
di una giustizia che non ha fine:
la salvezza di un eterno divenire.

Ma il tormento di un novello pentimento,
il suo posto non troverà,
perché fuoco è il tuo destino,
che la pace non avrà.

Maledetto peccatore,
quella vita che bruciasti,
in mille fuochi ti ritroverà.

Ma il mio cuore non ha pace
In questa terra,
perché tu sei ancora qui.

 Non sia mai,
che il ricordo fermi il monito di te.
Perché ancora quell’uomo gira
Intorno a questa terra.

Ancora quella mente nasce e cresce
In un odio disperato,
in un grido assassino.

Il ricordo non è dunque
sol tormento del passato
e salvezza del presente,
ma minaccia incombente,
di un futuro sconosciuto,
che nasconde chiuso in sé,
tutto ciò che è già successo,
e che ancora può aver vita.

 Mille lacrime di cristallo,
Mille spine maledette,
di una casa senza età.

E la mente sua che muore,
nella fiamma di una vita
che quegli occhi non possono accettare.

Un profumo delicato,
e le spine di quel filo
che ritornano alla vita,
liberando la sua anima.

Una donna e il suo dolore,
il suo uomo e il suo tormento
e la luce di due occhi
che si aprono alla vita

Primo Levi – Se questo è un uomo

Il_futuro_non_è_+_quello_di_una_volta_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto_23-6-2007

Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è nemica di ogni infinito. Vi si oppone la nostra sempre insufficiente conoscenza del futuro; e questo si chiama, in un caso, speranza, e nell’altro, incertezza del domani

Primo Levi – Se questo è un uomo

 

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi

 

La Tentazione – FotoRacconto

shadows-103173_640Paola era tornata dai suoi in campagna ed io ero felice di restare da solo,  stanco di stare con lei… felice di stare senza di lei e stanco di stare con me.

Fu così che incontrai Ina. Era bella, affascinante, misteriosa. Mario l’aveva frequentata per tutta l’estate e persino Giacomo quella sera avrebbe voluto farla sua. Io arrivai lì quasi senza pensare, sarebbe stata una serata come tutte le altre, ma alle due mi ritrovai a casa di Mario fra  i soliti visi conosciuti e Ina… in mezzo agli altri.

Flavia aveva portato Ina per rendere speciale la serata dei suoi amici.

La guardai per un attimo e fu quello l’attimo che bruciò la mia notte. Mi guardò come fossi l’unico uomo in quella stanza; mi attrasse inspiegabilmente, come il vento, come il sole, come tutto quello che al mondo possa attrarre naturalmente il corpo di un uomo. Mario mi fece segnale che era ora di lasciarmi andare e di approfittare dell’assenza di Paola. Lasciai che ogni cosa avesse il sopravvento e ritrovai il suo sguardo su di me. Soffiava silenziosa sul mio corpo la sua presenza. Mi sedetti davanti a lei. Non odorava di niente che fosse umano, non profumava di zagara né vestiva pregiate fragranze francesi. Era lì, ferma e immobile. Ogni cosa era fuori da quella stanza. Il lavoro che andava male, Paola e le sue paranoie… ora c’era solo lei.

Mi avvicinai e la sfiorai. Lei non se ne accorse neanche e mi guardò come a dirmi che avrei potuto, anzi avrei dovuto fare di più, molto di più.

Lei voleva tutto.

Le mie dita esitarono sull’argento che ricopriva le sue gambe e lentamente la mia presa si fece più forte. Ina cominciò a sfiorare il mio corpo, i miei sensi, la mia vita e chiese di più. Lo fece in silenzio e in silenzio io dissi di sì. Che figura avrei fatto io a tirarmi indietro davanti agli altri?

Mi avvicinai ancora, sublime intesa tra attesa ed emozione, ardente e calma come una mano che ti comanda… mi fece chinare su di lei. Facemmo l’amore e nell’incontro dei nostri sensi io perdevo man mano la coscienza di me. Era la mia padrona e adesso riusciva a governare anche il mio pensiero. Non ero niente, non ero nessuno e meno che mai avrei potuto esserlo in quel momento. Raggiungemmo un piacere strano e sconosciuto, un piacere perverso e mai consumato… come l’attesa stessa del piacere, che mai sarebbe arrivato… come l’attesa stessa della felicità più lacrimevole e triste che io abbia mai conosciuto… più lei era dentro di me e più non era mia. Ina entrò nel mio corpo quella sera del 24 settembre del 1982 e né quella sera né le altre che seguirono essa riuscì mai a darmi quella felicità che tutto il mondo tanto aveva esaltato

Persi Paola dopo quella sera, ma io la amo e ritroverò la sua fiducia. Ha ragione lei, prima di amarla devo amare me ed è per questo che sono qui e che sto raccontando la mia storia.

Ina non era niente.

Ina non è mai stata e non sarà niente per nessuno al mondo.

Lei è la parola vuota che riempie il silenzio di chi non sa che dire; è la compagna sterile che brucia il cammino di una vita, lacerandola ad ogni passo. Pensi di essere l’uomo più forte del mondo e ti accorgi di essere stato semplicemente un codardo che ha avuto la sola vergogna di non riuscire a dire “no”

Paola, perdona questo uomo che ha il solo peccato di non essere riuscito ad amarsi e a guardare il mondo per quello che è.  Guardami Paola, adesso non ho più paura. Le mie mani tremano, ma adesso ho il coraggio di chiamarla per nome: lei era solo Ina….  cocaIna…

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