
Un’origine maledetta,
che mi porta alla morte.
Uno stemma dentro al sangue,
che colore non ha più.
Questo è il mondo, cara gente
Questo è il mondo ed il suo niente.
Mente matta, sconcertante,
malattia per tanta gente.
Sei colore nella terra,
o colore nel tuo sangue?
Sei di gusto non accetto?
Sei ramingo per la terra?
Non fermarti in questa tenda,
perché posto qui non c’è.
Non cercare amore nuovo,
perché retto tu non sei.
Non gettare quella stella,
perché pelle essa non è,
nella macchia di una mente,
che la trova dentro te.
Legherai quella stella
Alla stoffa tua di vita.
Legherai quelle cifre
Come veste di una cipria,
che colore non ti dà.
Alla fine di ogni cosa,
pensi ancora
che un umano tu sarai?
Non è uomo ciò che grida
nella mente che non parla.
Non è uomo chi, qui, scalzo,
cerca l’anima di sé,
fra le grate assassine,
di un terreno per concime
Quel colore ha asciugato
la tristezza del respiro.
Quel colore ti ha segnato,
macchia e inferno nel tuo destino.
Non è uomo chi ha deciso.
Non è uomo chi ha compiuto.
Non è uomo chi ha taciuto.
Non è uomo chi è scappato.
E’ la morte la medaglia che io cerco,
per chiamare nella storia,
uomo degno chi è esistito?
Io non cerco premi o santi,
per lavare le tue colpe,
ma una nuova nave in porto
con il vento suo nel cuore.
Una nave che contenga
Quelle lacrime versate;
che contenga tutti i corpi,
che da qui sono passati;
Che lasciasse quel suo porto,
per disperdersi nel mare,
perché Dio e il suo timore,
non arrivano a tal male.
Perché zingaro, ebreo,
o diverso in ogni modo,
chi può dire nella vita,
di volerti uguale a sé?
E l’amore di una donna,
con la stella dentro al cuore,
lungo il nero di una chioma,
mai diversa nel colore.
Lui, diverso, senza macchia,
senza stelle, senza amore,
col diritto suo di vivere
senza stelle nel suo cuore
E i suoi occhi nella folla,
come un quadro da evitare
E i suoi occhi nella folla,
sono luce da preservare.
Una corsa disperata,
gesto unico d’amore.
Una donna allontanata
Dalla fonte sua d’amore.
Corri forte verso il vento,
perché l’uomo in questa terra
è il solo tuo tormento.
Fuggi via disperata,
nella strada illuminata.
“Lor Signori, sono qui
Ecco offro la mia carne
come stella che non ha,
ancor chiusa in quel petto,
che ha portato via con sé.
“Sono ebreo, Lor Signori,
e prendetemi con voi.
Son la macchi di un peccato,
che peccato poi non è.”
Un cammino, una marcia,
e l’arrivo fino a lì,
dove il sole ha il colore
della terra che non c’è.
Dove cifra è la mia vita,
che cammina accanto a me,
salutando disperata,
quel suo pazzo proprietario,
che ha segnato la sua fine
per l’amore chiuso in sé.
Laverai le tue colpe,
col sapone di una vita,
che purezza non darà,
perché l’anima ha lasciato.
Soffocato morirai,
dalla cenere della vita,
che con l’ascia tua hai spezzato.
Morirai nel calore dell’Inferno,
di cui sei stato usciere,
accorgendoti che il tormento
ha dimora proprio lì,
oltre al cielo che ripudiasti,
oltre cielo che non guardasti,
oltre al cielo vigile custode
di una giustizia che non ha fine:
la salvezza di un eterno divenire.
Ma il tormento di un novello pentimento,
il suo posto non troverà,
perché fuoco è il tuo destino,
che la pace non avrà.
Maledetto peccatore,
quella vita che bruciasti,
in mille fuochi ti ritroverà.
Ma il mio cuore non ha pace
In questa terra,
perché tu sei ancora qui.
Non sia mai,
che il ricordo fermi il monito di te.
Perché ancora quell’uomo gira
Intorno a questa terra.
Ancora quella mente nasce e cresce
In un odio disperato,
in un grido assassino.
Il ricordo non è dunque
sol tormento del passato
e salvezza del presente,
ma minaccia incombente,
di un futuro sconosciuto,
che nasconde chiuso in sé,
tutto ciò che è già successo,
e che ancora può aver vita.
Mille lacrime di cristallo,
Mille spine maledette,
di una casa senza età.
E la mente sua che muore,
nella fiamma di una vita
che quegli occhi non possono accettare.
Un profumo delicato,
e le spine di quel filo
che ritornano alla vita,
liberando la sua anima.
Una donna e il suo dolore,
il suo uomo e il suo tormento
e la luce di due occhi
che si aprono alla vita