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Il bacio tanto atteso – Venere e Giove allineati nel cielo

Si avvicinava ogni notte di più. Ogni giorno la sognava e sapeva che, sebbene distante, lei lo avrebbe atteso. Aveva immaginato le sue notti, il suo angolo di cielo. Aveva immaginato di cavalcare una distanza che non poteva essere superata. Lei non poteva voltarsi, non riusciva a muoversi, ma sorrideva e lo sentiva sempre più vicino. Lo capiva da quel piccolo pianeta terra che ne parlava da giorni e da tutti quegli occhi che continuavano a guardarla. Preannunciato da una notte dal tramonto rosa, quel giorno era arrivato e l’incontro era attesa, era speranza, era vicinanza, finalmente. Guardò un attimo in giù e vide miliardi di occhi umani rivolti al cielo e per la prima volta una stella capì cosa significasse una trapunta di luci, di colori, di sogni, di speranze e capì quanto la sua attesa fosse condivisa, ammirata, desiderata e sorrise pensando al popolo di sognatori che dovevano tenere il naso all’insù per continuare a sperare. In un attimo li ricordò  avvinti dal sangue, dalle lotte e dal dolore e stentò a riconoscere in loro gli stessi occhi che ancora erano capaci di meravigliarsi per un bacio distante chissà quanto tempo e quanto spazio al di là del loro cielo. Lui le fu accanto e respirandola in uno stesso angolo di cielo si posò su di lei. Rosata di vergogna e d’attesa lei lo accolse incredula che finalmente il tempo li avesse ricongiunti e ricordò a se stessa le lacrime che aveva versato, i giorni in cui lui era stato così distante tanto da non riuscire neanche a immaginarlo. E sorrise. E pianse. E rise. E tremò. L’attesa non era stata vana e miliardi di occhi all’insù avrebbero testimoniato che solo i più grandi amori creano nel firmamento il sublime spettacolo di un incontro che non aveva tradito l’attesa e l’incanto di chi, dietro agli occhi, aveva dimenticato per un attimo tutto il dolore e aveva sentito dentro al cuore l’incanto di un infinito sentire

giove e venere

Azzurre sere d’estate

Nelle azzurre sere d’estate, me ne andrò per i sentieri,
graffiato dagli steli, sfiorando l’erba nuova:
trasognato, ne sentirò la frescura sotto i piedi,
e lascerò che il vento mi bagni la testa nuda.
Non parlerò, non penserò a niente:
Ma l’amore infinito mi salirà nell’anima,
E andrò lontano, molto lontano, come uno zingaro

Arthur Rimbaud

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La sublime cascata della vita

Conoscevo quella melodia come fosse il respiro di un canto che non avevo vissuto, quasi fosse il canto di una vita che avevo dimenticato. Ogni nota era per me una piccola lacrima che nascosta da qualche parte in fondo al cuore, adesso zampillava furiosa dissetando tutto quello che dentro di me, arido e privo di senso, aveva dimenticato la bellezza della vita. Cascate di ricordi e gocce di speranza. Desideri riemersi e rincorse senza fiato. Meravigliose attese e sublimi stupori. Una delicata eleganza veniva a sussurrarmi  che era giunto finalmente il tempo. Impetuosa, la cascata diventava fiume in piena. Veloce e rapida correva senza sosta per cadere nel nuovo salto di nuova cascata, poichè il tempo e il mondo conoscessero, e per sempre ricordassero, che la meraviglia della vita è il confuso e impetuoso percorso tra una cascata e un’altra. Un percorso in  piena di vita, spumeggiante di dolori e squarci nel petto, di risate, di lacrime, di sorrisi, di voglie, di passioni, di desideri, di coraggio, di speranza e di quella infinitesima goccia sublime che rende incantevole il passo tra una cascata e l’altra

 

i sorrisi delle donne

Film Title: Mamma Mia!Amo i sorrisi delle donne che accendono le rughe attorno agli occhi, quelle rughe che sembrano disegnare a matita ogni singola emozione che hanno vissuto. Amo i sorrisi delle donne accesi di rughe e desideri, perchè mi ricordano che sono state così brave a sorridere e a piangere della vita, tanto da portarne con orgoglio i segni sul viso. Amo i sorrisi delle donne quando  se ne fregano del mondo e ci ridono su senza nascondere il viso, senza vergognarsi neanche di una di quelle rughe, sapendo con convinzione che sarà la prima cosa che un uomo amerà di loro. Amo i sorrisi delle donne che hanno appena smesso di piangere e con gli occhi ancora gonfi non trattengono un sospiro e si sgrefano gli occhi smaniose di vedere meglio la strada che hanno ancora da percorrere, perchè la voglia di ricominciare è sempre un più forte della paura di non provarci ancora… perchè se c’è una cosa bella sono proprio le donne che sorridono e che afferrando un foulard che sale nel  vento, sanno che non basteranno piogge, nè tempeste nè uragani, perchè il sole tornerà ancora, trovandole pronte, divertite, a piedi nudi sulla strada bagnata, ferite ma mai sconfitte, bagnate di tempesta e desiderio, che stanno ricominciando a correre con il coraggio di chi rischia ogni giorno, nonostante tutto, nonostante tutti… sempre

Sulla Riva del Destino

L’amore non si prova con i fatti, l’amore si prova con il cuore. I sentimenti non si dimostrano, si portano dentro. Se non ci sono non si possono creare, stimolare, pregare e anzi ti portano a chiederti se chi non ha capito ogni tuo giorno, ogni momento passato, sia davvero una persona che possa dire di conoscerti.  William Shakespeare diceva “Quando non c’è più rimedio è inutile addolorarsi, perché si vede ormai il peggio che prima era attaccato alla speranza”… E allora ti siedi, con una stanchezza mai provata prima e capisci che in certe cose la mente non potrebbe partorire nessuna idea che per quanto meravigliosa, possa davvero colpire il cuore. Ma Shakespeare ha ragione “Piangere sopra un male passato è il mezzo più sicuro per attirarsi nuovi mali”.

1545014_10152916399962722_1800990411252876396_nE ti chiedi quanto possa essere romantica e stupida la natura umana, poiché un atto d’amore può strappare solo un divertente sorriso là dove avrebbe dovuto strappare emozione e allora diventi geloso di ogni dimostrazione e cerchi dovunque quella chiave con cui l’avevi chiuso il cuore prima che la vita diventasse più forte della tua volontà e spalancasse nuovamente le tue porte. La cerchi. La ricerchi e non vedi l’ora di ritrovarla per proteggerti di nuovo. Ma poi non ti penti di niente e rubi ancora le parole di William per ricordare a te stesso che “Nulla è buono o malvagio in sé, è il pensiero che lo rende tale”. E allora sorridi, ti scrolli la stanchezza di dosso e capisci che la vita è troppo preziosa per inginocchiarsi agli altri destini…ed è ora di ricominciare davvero a camminare nelle tue scarpe, con la tua di anima e di cantare nuda sotto una pioggia d’estate mentre ridi e il mare a due passi da te ti invita
a nuotare come mai avevi fatto, convinta che non importa cosa perdiamo  lungo il percorso di quando siamo stati noi stessi, poiché è vero che nulla che ci appartenga davvero rischia di perdersi fra queste confuse pagine del destino.. Perché tu lo sai che per quanto dolore tu possa avere provato, in un attimo ci crederai di nuovo e accadrà non quando qualcuno smuoverà mari e monti per te, al contrario accadrà quando l’unica cosa che smuoverà sarà il tuo cuore, con un’eleganza, una passione e un rispetto che forse ancora,  fino ad oggi non hai mai conosciuto. E allora avrà smesso di piovere e uscendo dall’acqua troverai qualcuno ad aspettarti divertito. Qualcuno che ti avrà vista piangere, ridere, nuotare in quel mare pieno di tutti i tasselli del tuo destino. Imbarazzata cercherai di coprirti, ma lui sarà più attento ad ogni passo e ti offrirà un telo per ripararti e il suo calore per asciugarti e tu ripenserai al tuo amato Shakespeare e capirai che aveva ragione… e mentre inizierete a camminare insieme nell’inizio di una nuova vita, come se fosse musica tu ricorderai il suo sonetto più bello: “Non sia mai ch’io ponga impedimenti all’unione di anime fedeli; Amore non e’ Amore se muta quando scopre un mutamento o tende a svanire quando l’altro s’allontana.Oh no! Amore e’ un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;e’ la stella-guida di ogni sperduta barca,il cui valore e’ sconosciuto, benche’ nota la distanza.Amore non e’ soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote dovran cadere sotto la sua curva lama; Amore non muta in poche ore o settimane,ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio: se questo e’ errore e mi sara’ provato,Io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.”

Io Confesso – Racconto

Respiro un canto nuovo in questa città perduta nella sua storia.
Fra il rosso del loro sangue si è accesa la tua luce.
Non importa che il sole tramonti stanotte,
l’imperituro sole della verità non morrà

lei1“Vittoria! Lui è uno di loro. E’ la pedina fondamentale”. L’uomo che mi aveva generata era il complice della strage del giudice Giannola. Allo stesso modo era stato coinvolto nell’omicidio di Paolo, il più caro amico di Giovanni, giornalista morto in cerca di una verità che aveva trovato. Non avevo mai conosciuto un ragazzo che sognasse di fare il giornalista così come lo sognava Paolo, ma la sua sfortuna era stata la ricerca della verità fra le mura di un convento, là dove la verità stessa era soffocata per mai essere svelata. Frate Germano, vicario del Convento di San Patrizio di Cutanò, aveva mosso negli ultimi anni il braccio oscuro della chiesa, che nel fango e nell’ingiustizia si era stretto ai signori di Cutanò, perché non è mai esistita mafia che non si sentisse benedetta da Dio. Cerco di tornare alla realtà e continuo sui miei passi.
Piazza Vittorio Veneto è un tripudio di colori. Alzo lo sguardo e in prospettiva scorgo la maestosa figura della Statua della Libertà che sembra mescolarsi confusa ai panni stesi sui balconi, affacciati come fronde di cemento su questo grande cerchio.
Tremo. Ho paura. Tentenno.
Conto i passi fra la gente senza mettere a fuoco nessuno dei loro visi. Il mio obiettivo è quello di raggiungere il Palazzo delle Aquile, dove fra un’ora si riunirà il consiglio comunale. Una volta là consegnerò la mia verità. Mio padre è lì e non immagino neanche che cosa proverà quando mi vedrà arrivare. E’ strano… adesso che sto per raggiungerlo non ricordo neanche il suo viso. Il pensiero di Giovanni affolla la mia mente dandomi conforto: il suo odore, il suo sapore, la forza delle sue mani che non mi hanno più lasciata ed eccola: lo sguardo si posa sulla lapide in memoria di Piersanti Mattarella dove per la prima volta ci siamo conosciuti. Sorrido mentre il mio passo tentenna. Sarei stata felice di avere la certezza di sorridere accanto a lui per tutta la vita piuttosto che quello cui stiamo andando incontro? Oh, non che non lo sarei stata, ciò che abbiamo vissuto anche per brevi attimi vale il conto dell’eternità.
lei2L’asfalto che in prospettiva brucia, sembra diventare di ghiaccio non appena conosce i miei passi. Un maestoso scalpitio di cavalli sulla cima del Teatro Politeama mi fa rendere conto che sono arrivata quasi in via Ruggero Settimo, la strada che ospita lo studio dell’avvocato Gittoni, caro amico di famiglia.
“Avvocato carissimo”
Un uomo con dei pantaloni rossi e dall’accento di provincia mi dà le spalle mentre abbraccia proprio l’avvocato Gittoni, salutandolo a pochi metri da me.
Quello che vedo mi gela il sangue
Vittoria non cedere adesso
Non è possibile che sia così. Ci deve essere un errore.
Tremo.
Quello è lo stesso uomo che si trovava nel casolare di Cutanò, quando hanno deciso di uccidere Paolo. Se loro due si conoscono significa che l’avvocato sa chi è questa gente. Ed è lo stesso uomo che abbiamo visto uscire dallo studio del dottore Filangi, che si è occupato dell’autopsia del corso di Paolo. Mi ricordo che Giovanni mi disse che per via dei pantaloni rossi che indossava e della facilità con cui sparava la famiglia lo chiamava il Piombo rosso. Lo ricordo perché la parola piombo mi aveva subito fatto pensare ai proiettili e il rosso al sangue e…
“Vittoria, che ci fa lei qui?” L’avvocato mi sta salutando avanzando velocemente verso di me e sento di avere fatto un passo falso. Il piombo rosso si allontana accendendosi la sigaretta, ma sento che mi guarda, che sa chi sono, che cerca me. Ha un ghigno che non so decifrare e si ferma sotto i portici.
“Avvocato, salve.”
“Venivate da me?” mi sorride, ma avverto la forzatura nel suo atteggiamento.
“Sì, certo, venivo da lei”
“Ne ero sicuro, venga con me”
Il mio sangue gela.
“Vittoria…” ripete con un sorriso fra i denti. “Non le dispiace se salgo anche io vero?”
Sento i suoi passi dietro di me lungo le scale antiche che stiamo per salire, tutto intorno a me sembra offuscato.
“Si accomodi”
“Avrei bisogno del bagno un istante, se non vi dispiace” sorrido mostrandomi improvvisamente calma. So benissimo che il bagno si trova vicino alla porta d’ingresso mentre lo studio dell’avvocato è l’ultima porta in fondo al corridoio. L’uomo con i pantaloni rossi guarda l’avvocato insospettito ma mi lasciano andare.
Il bagno, lo specchio, l’odore nauseante della vaniglia che si mescola con la muffa delle persiane di legno, le spalanco lentamente. La grondaia è solida e la tettoia del pianterreno è un alluminio che di certo riuscirà a sopportare i miei 47 chili. Tiro fiato e salgo sul davanzale non c’è nessuno nel punto luce del grande palazzo antico.
“Vittoria, va tutto bene? La stiamo aspettando” Mi sento chiamare da dietro. Riesco a scendere con difficoltà, sono quasi arrivata quando la scia di un gatto rimbomba nelle mie orecchie facendomi perdere l’equilibrio. Tentenno. Sto per cadere, ma riesco finalmente ad arrivare a terra. Mi pulisco le mani sui jeans e mi accorgo di lasciare una macchia di sangue: la mia mano destra ha un taglio profondo e mi guardo intorno per essere sicura che nessuno mi abbia visto. Non posso perdere tempo, la mia è una lotta, una corsa, una fuga e per nessuna di queste cose viene concesso del tempo in più.
“Che fa? Se ne va già via senza salutare?” Perdo ogni forza: il piombo rosso è davanti a me e sorride fra i denti mentre si avvicina a me prendendomi per un polso. “L’avvocato ci tiene alla buone maniere”.
La sua presa è forte e mi gira quasi il polso strattonandomi verso di lui, fino sopra le scale. Con mio stupore dopo i primi tre gradini del portone non saliamo le scale, ma prendiamo la rampa che scende.
Apre con una mano la porticina che ci porta in una specie di cantina con tante porte e richiude la porta dietro di sé. Per un attimo penso che anche io, esattamente come Paolo vedrò la fine con i miei stessi occhi e dentro di me penso a Giovanni e al fatto che non potrò più salutarlo, che ho fallito e che nessuno saprà mai la verità, ma non posso avere paura io non devo…
Apre una di quelle porte e mi butta dentro come se fossi un sacco di cui si deve liberare. Prende una corda e mi lega i polsi dietro la schiena.
lei 3Dal giorno in cui ho scoperto la vera natura di mio padre ho iniziato un cammino parallelo per rendermi per scoprire fino a che punto fosse sporca la sua vita e lui aveva scoperto il mio legame con Giovanni, figlio primogenito del capo del mandamento di Cutanò. E’ a lui che penso mentre l’uomo mi soffoca la bocca con dello scotch. Giovanni era stato cresciuto con le regole di una famiglia d’onore, soffocando da sempre quella volontà di tirarsi fuori, di vivere, di ricominciare seguendo quello che sentiva di essere dentro.
“Puoi farlo” gli avevo detto un giorno.
“Una mela marcia caduta da un albero non potrà mai diventare rosa” mi aveva risposto.
“Ma io sento il profumo di quella rosa”
“Lo so…” mi aveva accarezzato il viso baciandomi “è per questo che io sono qui”

***

I ricordi si spezzano non appena l’uomo esce sbattendo la porta dietro di sé. Mi guardo intorno e vedo solo buio. L’unica finestra che dovrebbe dare nel punto luce lascia filtrare una fioca ombra smorzata dalle persiane accostate. Non potrò mai arrivarci. Le mie lacrime bussano prepotenti ed io le lascio entrare. Cerco di muovermi e salto per vedere che altezza posso raggiungere, ma è troppo alta non riesco ad arrivarci. Sento la chiave che gira nuovamente nella porta e l’uscio si apre lentamente.

Regna il silenzio, i passi sono impercettibili, felpati, nascosti ma evidenti. La porta viene richiusa, ma non riesco a voltarmi. Sento un’essenza nell’aria, ma temo che la mia mente mi stia giocando brutti scherzi e non ci faccio più caso. Il sangue mi scorre lungo le dita e la corda stringe dietro la schiena. La persona si avvicina a me con una calma confusa e sento che mi prende per le spalle, con una presa leggera ma sicura, il suo odore è più forte, adesso lo riconosco, è lui.
“Vittoria” mi dice improvvisamente sottovoce. Sento come se il mio copro si rilassasse e rilascio il fiato che avevo trattenuto così a lungo. Voglio voltarmi, ma non riesco a controllare la mia reazione ed inizio a piangere. Averlo qui, accanto a me, di nuovo mi sembra un sogno, ma ho paura e so che non significa niente di buono, così ho paura e non mi volto.
Lui si china sulla mia testa mescolandosi ai miei capelli. Sento il suo respiro affannato e ho paura di chiedergli perché sia qui piuttosto che al sicuro.
“Voltati, ti prego” la sua è una preghiera e accompagna la sua richiesta ai movimenti del suo braccio che mi spingono dolcemente verso di lui, voltandomi. La stanza è buia perché la porta è richiusa e non possiamo vederci chiaramente, ma lui è il paradiso nell’inferno del mondo e anche lì lo riconosco. Si accorge dello scotch e si agita “Come stai?” Mi chiede mentre lentamente ma con decisione me lo tira via per liberarmi. Si accorge che sto piangendo. “Vittoria”
“Giovanni, perché sei qui? Te ne devi andare subito, mi hanno scoperta, se tu resti sarà finita per tutti e due, prendi il mio zainetto e fai tu quello che avrei dovuto fare io ti prego sei ancora in tempo..”
“Shhh…” mi prega quasi di non ricordargli la realtà, ma io continuo a supplicarlo.
“Il piombo rosso è qui, ma tu… aspetta, se tu sei qui significa che l’hai visto..” continuo a fare le mie congetture mentre taglia con un coltello le corde che legano i miei polsi e finalmente sono libera.
“Ma sei ferita… tu sei ferita fammi vedere…”
“Mi vuoi ascoltare? Giovanni sto parlando con te. Dimmi perché sei qui e fallo subito”
“Ti devo uccidere”
Resto in silenzio e nell’ombra trovo i suoi occhi che trovano i miei
“Non potevo restare da Padre Clemente mentre tu facevi tutto questo per noi da sola, così li ho chiamati”
“Tu sei impazzito”
“Ed ora sanno che sono dalla loro parte e sono io che devo ucciderti”
Mi prende le mani, guarda le mie ferite, se le porta alla bocca e le bacia dolcemente
“Giovanni guardami” sento che mi sta nascondendo qualcosa, temo di sapere cosa, ma a questo non voglio credere, non posso credere. “Lui… lo sa…” Apre i palmi delle mie mani e le bacia ancora “Lui lo sa…” continuo a ripetere confusa, stordita senza più il terreno sotto i piedi: mio padre ha ordinato di uccidermi. Cado in ginocchio, vittima delle mie emozioni.
“Non succederà, io non lo permetterò, ma non c’è tempo adesso per parlare, Vittoria vai adesso e continua la tua strada, devi arrivare fino a lì, te la senti ancora? Vittoria?”
“Si, io lo devo fare, ma che cosa gli dirai tu?”
“Lui e l’avvocato sono sopra. Adesso tu vai, al resto ci penso io”
“E dopo?”
“Stai tranquilla.” Mi bacia improvvisamente. “Non c’è tempo adesso, non c’è mai tempo per noi” continua a baciarmi mentre le sue braccia cingono i miei fianchi quasi soffocandomi lo sento tremare “…Io ti ho amata per le domanda che non mi hai fatto” continua a tremare “…ti ho amata perché mi hai fatto credere che c’era qualcos’altro che io potevo essere, che c’era un uomo che io potevo ancora diventare” scende lungo il mio collo e mi bacia mentre il suo respiro è affannato e sento la sua urgenza di respirarmi sempre con più forza. “ti ho amata perché hai baciato i miei peccati e mi hai reso per un attimo di nuovo un figlio del tuo Dio” solleva le sue braccia e le sue mani afferrano il mio viso e mi bacia stanco e tremante “Grazie” sussurra.
“Giovanni, vieni con me, ho paura che sia troppo tardi che tu… che io…”
“Esci, adesso” si avvicina alla porta e esce facendomi segno di seguirlo fino a che mi lascia continuare da sola.

***

Arrivo a Palazzo delle Aquile che l’ora è passata da un pezzo, ma i ragazzi di Addio Pizzo sono già lì a protestare, come avevano programmato.
Il mio petto si alza ritmicamente col battito del mio cuore e del mio respiro affannato. Arrivo in alto e apro la porta facendomi largo fra i pochi cittadini che stanno assistendo alla seduta del consiglio comunale.
“Vittoria che bello rivederti” Pietro Raimondi il cugino di una mia carissima amica è lì inaspettatamente con un blocco in mano.
“Ciao” sospiro senza ormai più fiato
“Tutto bene?”
“Non direi ma andiamo avanti, che ci fai qui tu?”
“La politica è la mia passione, non lo sapevi?”
Mentre continua a parlare cerco di avere il coraggio di guardare in faccia colui che sto cercando, ma prima di cercare il suo viso mi soffermo a guardare quella sala come non l’ho mai guardata.
Lapidi e lapidi che ricordano.

In memoria dei martiri della mafia caduti per il riscatto della nostra terra affinchè il loro sacrificio risuoni monito perenne alle coscienze e guidi l’operato di ciascuno nella difesa dei fondamentali diritti e della libertà dell’uomo contro la violenza e affinchè le future generazioni possano essere liberate da tante barbarie

Sento una sensazione strana, come se tutte quelle lapidi potessero parlare. Sono lapidi, ma io le sento respirare e parlare e gridare e mai la mia vita aveva conosciuto un’eco di pietra più penetrante.
Pio la torre.
Non sento il respiro.
Piersanti Mattarella.
Ancora meno respiro
“Vittoria stai bene?” mi chiede Pietro strattonandomi
Davide Giannola.
Il fiato finisce, improvvisamente
“Non te ne andare” rispondo a Pietro quasi poggiandomi su di lui. Un lacrima cresce mentre il mio sguardo non si stacca dalla lapide di Capaci.
“Scusa…”
“Scusa di cosa? E’ tutto ok stai tranquilla, ti accompagno fuori?”
“No, non parlo con te” rispondo quasi sussurrando mentre il mio sguardo non si stacca dalle lapidi delle stragi che Giovanni non è riuscito ad evitare. Si, colui che ami si è macchiato del peccato di non essere riuscito a dire di no. Era lui lì all’Addaura su quella barca la prima volta che avevano deciso di uccidere il giudice e ci è riuscito, ha potuto evitarlo, ma loro non possono sbagliare due volte. Adesso spero che sia in salvo, lui ha un’anima ed io l’ho perdonata.
Il mio sguardo si blocca quando vedo entrare dalla porta principale l’avvocato Gittoni. Mi nascondo istintivamente dietro Pietro per avere ancora un attimo. Stringo i denti, sento il mio essere un umano animale. Come un vibrato che dalle viscere della mia rabbia vorrebbero incendiare quella sala di tutte le mie lacrime liberandole in un grido singhiozzante e disperato che i denti cercano di stringere ancora. Perché è qui?
Dio stammi accanto e se sei in questa stanza chiudi gli occhi ti prego perché troppo è il dolore che ti abbiamo fatto patire. Abbiamo ucciso e continuiamo a uccidere dei tuoi figli, lo facciamo sotto i tuoi occhi e poi li ricordiamo, non guardare il sangue nauseante e vivido in questa stanza. Noi ti ringraziamo per qualcosa che va bene e ti malediciamo Dio! Si, noi ti malediciamo, commettendo il più grosso dei peccati noi ti malediciamo quando il male vince e la colpa per noi è tua.
Ma a te Papà santo chi chiede scusa?
Io cammino come sasso morente in un fiume disperso fatto di lacrime e sangue e, come parte di questo popolo che ti umilia io ti chiedo perdono.
Le voci al microfono ancora non le percepisco, ma torno subito alla realtà quando vedo che l’avvocato Gittoni sta parlando con lui. Ritrovo il mio coraggio e ricordo perché sono qui.
Smetto di tremare e mi scopro dalla copertura di Pietro
Il suo sguardo mi sta cercando. Il microfono si accende… la luce rossa dà la libertà di parola ed eccolo colui che siede.
Lei è qui. La sento. Inizia a baciare la mia pelle. Ne sento quasi l’odore, sebbene lei non esista nella materia.
Lei è qui ed io per la prima volta la vedo negli occhi umani che la rappresentano.
Eccola.
È lì.
La sento nelle sue parole.
Mi manca l’aria.
Sento il soffitto che mi soffoca nell’attimo stesso in cui mi accorgo di avere vissuto accanto a Lei per tutto questo tempo senza neanche rendermene conto, cresciuta e nutrita da Lei.
Io sono stata colei che Lei ha protetto.
Lei è un’amante gentile che si presenta quando hai bisogno di qualcosa di diverso arrivando a farti capire che Lei sia una cosa giusta.
Ma non per me.
E’ davanti ai miei occhi.
Si alza in piedi.
Non ho paura di guardarla.
Si è accorto che sono lì.
Una piccola esitazione e la sua voce ha una breve flessione. Mi guarda dritto negli occhi. Non sta guardando colei che credeva di vedere, oggi sta vedendo Vittoria, per la prima volta. Me ne accorgo. Se ne accorge..
Lei è qui, lo sento parlare è lui, in fondo alla sala, il più importante di tutti, la macchia di morte più brutta che potesse incrociare la mia vita: mio padre.
Due custodi mi guardano ed escono dalla sala, suppongo che stiano venendo verso di me.
“Andiamo” faccio segnale a Pietro che è ora di andare e esco il più velocemente possibile.
“Mi spiegherai prima o poi giusto?”
“Pietro non mi importa cosa mi succederà ma io devo solo gridare”
In piazza la manifestazione è al culmine. Mi fermo e srotolo il mio lenzuolo.
“Tieni” dico a Pietro che mi aiuta a srotolare
“Vittoria, ma che c’è scritto?”
Sorrido, mi sento libera. Non mi importa di morire, non importa di che ne sarà della mia vita, l’importante è solo che tutti sappiano la verità.
La gente resta a guardarmi sconvolta.
Ed eccola la mia confessione lì nero su bianco con nomi cognomi e date lì alla portata di tutto. La fermo in una parte della fontana delle vergogne e la srotolo tutta intorno. La mia scrittura, quella di Giovanni, la nostra verità.

Io confesso, Mahias è qui in questo palazzo.
Io confesso che una delle sue braccia sanguinarie siede sulla poltrona più grande, siede e governa in giacca e cravatta.
Io confesso che l’assassinio di Paolo Gioverni è stato deciso anche fra queste pareti
Io Vittoria Maccarella confesso che la mafia vive e si nutre e soccombe solo se qualcuno ha il coraggio di chiamarla per nome.
Ed io sono qui per darle il suo nome.
Fernando Maccarella, mio padre.
Sto per muovermi quando lo vedo: il Piombo rosso è lì e si fa strada fa la gente camminando dall’altro lato della strada. Se loro mi hanno raggiunta fino a qui questo significa che hanno scoperto tutto o che non si sono fidati di lui o che Giovanni…

Uno dei ragazzi della manifestazione si guarda con gli altri ma nessuno può avere la percezione del rumore di uno sparo.
E’ silenzioso, muto, delicato, ma penetra il mio corpo e spenta, muta e pallida mi ripiego sulle mie ginocchia.
Il mio sorriso non muore, perché il mio compito è svolto, io potrò fermare il mio respiro, ma le mie parole sono state scritte e una sola persona che oltre me le leggerà le renderà eterne.
“Vittoriaaa” sento gridare da Pietro disperatamente mentre mi accascio in ginocchio.
Il ragazzo in fondo alla strada ha letto, quello accanto a lui anche, la ragazza con la sciarpa rossa è insieme a loro e così quella dietro e quella dopo ancora.

Respiro un canto nuovo in questa città perduta nella sua storia.
Fra il rosso del loro sangue si è accesa la tua luce.
Non importa che il sole tramonti stanotte,
l’imperituro sole della verità, sorto dalle tua labbra non morrà

Qualsiasi riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale. Nomi e dettagli sono frutto della fantasia

FotoRacconti – Inizia una nuova avventura

1011252_10152263025028729_682835708_nSono passati ormai tanti anni da quelle prime foto che ritraevano i meravigliosi giardini di Villa Borghese, cullati dalla storia immortale della città Eterna. Erano gli anni in cui una rosa iniziava a essere immortalata dal mondo digitale a braccetto ancora con il rullino, gli anni in cui i giovani innamorati di tutto il mondo attraversavano Ponte Milvio per dichiararsi amore eterno attaccando un lucchetto con le loro iniziali. Gli anni in cui i sognatori erano prepotenti nel non arrendersi. E’ con queste prime foto che ho conosciuto il Fotografo Matteo Nardone, che è riuscito a trasformare una passione in una professione, lottando ogni giorno perchè i sogni vincessero e arrendendosi a quello che il cuore voleva, al di sopra di tutto il resto: rendere immortale ciò che già era immortale, cogliendone però un’essenza diversa, nuova, una prospettiva inusuale, distinguendo il suo obiettivo da tutti gli altri. Oggi le sue fotografie non dimenticano la bellezza dei fiori, delle strade, della vita di tutti i giorni da cui sono nate, ma hanno fatto un salto di qualità, abbracciando l’arte, il mondo teatrale, il cinema, gli eventi, diventando il pulito mestiere dell’arte. E’ da queste foto che mi è venuta l’idea di sposare le nostre passioni, la sua per la fotografia e la mia per la scrittura, dando vita a una nuova sezione del sito: i FotoRacconti. Sarà così che partendo da alcune delle sue fotografie, cercherò di ricamare a punta d’inchiostro un racconto immaginario, così che anche la fotografia trovi una piccola favola che l’attende al di là dell’istante da cui è nata per consegnarsi definitivamente ad una penna che non vuole altro se non rendergli omaggio

foto di Matteo Nardone

Felicor ed Edelweiss – Una storia d’amore

Senza il sole del mattino è difficile respirare ancora.

Edelweiss sedeva ripiegata sul suo stelo, in un’immensa solitudine, che era solo sua. Non si vedeva il sole da molti giorni ormai e le notti erano così fredde che dentro, la vita non scorreva più. C’erano cieli che non si vedevano e lacrime che non arrivavano. Tutto  fermo, bloccato, come un ritratto di una natura che non è morta, nè viva… Perchè il nulla non è morte nè vita.

Leontopodium_alpinum_Szarotka_alpejska_01Edelweiss trascorreva così le sue lunghe giornate.. fra lacrime che non poteva versare. I suoi petali erano quasi morti, spezzati dal secco di un freddo che non aveva colore. I germogli accanto a lei, che un tempo le avevano dato quel vivido colore bianco, di cui tutto il mondo era invidioso, beh, quei germogli non c’erano già più. Adesso restava solo il nucleo e i suoi pochi petali.

Il freddo era impossibile da combattere e se avesse pianto almeno sarebbe stato qualcosa, almeno avrebbe reso umide quelle tese mani vuote. Ma a lei non era concesso di piangere e il re delle montagne non avrebbe permesso che un piccolo fiore infrangesse le regole sacre.

Così il pianto diventava pensiero e a volte diluvio da non mostrare a nessuno. Edelweiss aveva tirato su il suo piccolo peso, ripiegato su quello stelo, per guardare ancora in alto. Niente… nessuna nube di giorno, nessuna stella di notte…

Eppure le stelle lei le aveva viste.

Non erano troppo lontane quelle notti trascorse con il suo amico Flo. Parlare con lui era bello, diverso, come fare parte di un sogno. E le notti erano trascorse così, nascondendosi da un mondo per il quale loro insieme erano ancora un segreto. Lui arrivava col calare del giorno, stendendosi fra i suoi germogli. Aveva occhi grandi che, insieme a lei, guardavano le stelle…e quante ce n’erano! Milioni! Lui sembrava conoscerle tutte… e lei lo stava ad ascoltare, attendendo che arrivasse il giorno in cui anche lei gi avrebbe parlato di sè.

Ma quel giorno non arrivò mai e con la fine dell’inverno Flo era partito per montagne lontane lasciandola per sempre. Avrebbe potuto raccoglierla e portarla con sè, ma non lo fece e se ne andò senza dire nulla.

Beh, in quell’occasione Edelweiss pianse senza riuscire a trattenere il suo dolore.

Il re dei re scoprì il motivo del suo pianto. Voci della foresta gli sussurrarono ciò che era stato taciuto e il re venne a sapere che Edelweiss aveva trascorso quella parte di vita con Flo, la creatura che viveva di notte, colui che fiore non era e tutto questo era successo senza che nessuno dei due avesse chiesto il consenso del grande consiglio.

Non era permesso infatti che specie diverse entrassero in contatto in quella parte del mondo e la colpa di Edelweiss fu immediata, tanto quanto dolorosa.

Tra montagne che toccano il cielo, verrai condotta e le tue radici dovranno cercare lì, ciò che in questo luogo ti ha dato vita. Fra montagne inesplorate piegherai il tuo stelo ricercando nutrimento. Pioggia, vento, fulmini e tempeste. Avrai il sole così vicino da sentirti bruciare e freddo tagliente, da non poterti sollevare. Crescerai lontano dai tuoi simili  per scoprire che senza essi non potrai avere compagnia. Scoprirai che solo chi ti è simile può comprendere la tua vita e capirai che in colori che non sono i tuoi non puoi trovare felicità.

Arrivò presto il giorno  per andar via ed Edelweiss fu condotta fra montagne, che sembravano davvero toccare il cielo. Nell’addio  ai suoi cari promise a se stessa che mai più avrebbe pianto, che mai più il suo cuore avrebbe conosciuto debolezze.

La lasciarono lì, in una stagione che sembrava fosse davvero infuocata. I suoi petali sanguinarono i primi giorni, mentre il sole, testardo, si ostinava a dimorare in quel cielo. Giorni interi furono vuoti come onde di un mare che non esiste. Il re aveva ragione, tutto intorno a lei sembrava l’esatto disegno di ciò che le era stato preannunciato. Allora anche tutto il resto era vero? Quindi non c’era amicizia, nè amore, nè calore in specie diverse e l’unico modo per vivere era dunque quello di trovare fra i suoi simili ciò che il suo cuore cercava.

Il freddo era troppo forte e stavolta Edelweiss sentiva dentro al cuore che non avrebbe potuto respirare ancora per molto. Sentiva prepotente il bisogno di piangere, di piangere per l’ultima volta, ma non avrebbe potuto, doveva dimostrare a se stessa che  poteva tener fede a una promessa.

Ma perchè ancora quel bisogno di piangere? A che pro, se nessuno l’avrebbe ascoltata, se nessuno le sarebbe venuto incontro? Perchè tenere fede a qualcosa che fra poco sarebbe morto con lei?

Si guardò per un attimo, le ultime foglie diventarono calde, bollenti, come bruciate. Ma può il freddo bruciare in quel modo? Avrebbe dovuto raggiungere quei petali con le sue labbra e ridargli conforto, ma non poteva …le forze non c’erano più.

Sembrava che tutto stesse finendo, quando, ad un tratto, una goccia bagnò un petalo.

Edelweiss si sentì come scoperta, nuda, dinnanzi ad un ospite inatteso. Cercò di spostarsi, di guardarsi intorno, per scoprire qualcuno. Sentiva una presenza nuova, ma non c’erano ombre nè foglie attorno a lei, unica ospite bianca di quella fredda montagna.

Improvvisamente un sussurro arrivò inatteso.

“Nella pioggia rivivrai, dentro al sole crescerai…”

Paura, improvvisa, inattesa.

Non c’era nessuno accanto a lei, eppure qualcuno le stava parlando di speranza. Era una voce percepita dal cuore più che dal suo piccolo corpicino. Una voce che  faceva battere il suo cuore ad un ritmo sconosciuto.

“Ma chi sei? Chi è che mi sta parlando adesso?”

Nessun verbo ebbe l’ardire di chiamarsi risposta, ma una goccia soltanto, prepotente,  bagnò i suoi petali.

Che conforto! Che dolce conforto a tutto quel dolore!

Edelweiss capì che a parlarle era la pioggia. Sentì per la prima volta di non essere sola. Nessuna nuova domanda ed ecco ancora la risposta.

“Ho seguito il tuo dolore, dolce piccolo livido fiore. Ti ho seguita dalla valle dei tuoi cari, dai sorrisi dei tuoi anni, dalle lacrime nascoste che mostravi alle tue notti. Ho seguito la tua voce, nel  tuo muto ingenuo pianto. Ho rivisto quelle stelle, la tua luce e la sua pelle. Il coraggio di tentare, nella voglia di un amore…il coraggio di cercare, nella notte, tutto quanta la tua gioia. Ti ho veduta rinunciare, calpestata da un dolore che ha distrutto le tue vesti e ti ho vista… immaginata, ricercata, mai perduta….e toccata.. ogni volta che dal cielo, ricadevo su di te. Ma tu qui non mi hai più visto, se non forte, turbinante, impazzito di dolore. Dunque adesso tu sei qui, e non posso lasciarti andare..”

Le piccole lacrime di pioggia diventavano sempre più  frequenti e quella pioggia finalmente aveva avuto inizio. Edelweiss ascoltava quella voce che le riempiva il cuore. Non diceva una parola, ferma immobile sotto il peso delicato di quella pioggia che sembrava portare un calore nuovo in tanto freddo….quella pioggia che le cantava dolcemente una verità che il suo cuore non immaginava.

“Tu sei pioggia, non sei un fiore come me..”

“Sono pioggia, la tua pioggia..”

“Ma non posso ascoltare la tua voce, c’è una promessa che io ho fatto..”

“Chi, nel vento, ti punisce, insegnandoti che i tuoi occhi non potranno mai conoscere altra luce se non quella che già vedi, non è maestro da seguire. Pioggia e fiore, si è vero, non son usi d’abitudine….Ma la vita io ti do, avvolgendo su te questa notte tutta nuova”

Protezione, sicurezza, abitudine di vita. Fermarlo? Perchè mai? Allontanare questo cuore che ricopre tutto quanto il tuo dolore? Perchè mai?

Tanto cuore e calore in qualcosa che non è un fiore…e trovarlo proprio adesso, che la morte era vicina. Tutto il bene dentro al cuore in un solo minuto d’amore, era questa la risposta e non c’era altra domanda

“Sarei morta se tu adesso non fossi stato qui. E’ un mondo che non è mio. Ripiantata sotto un sole troppo caldo da sopportare o in un freddo troppo forte per sopravvivere”

La pioggia continuava a poggiarsi su di lei, mentre il suo sfogo continuava.

“Allontanata da tutti, ho vissuto sola qui, senza sapere che tu seguissi la mia vita. Vorrei piangere adesso. Tu lo sai?  Vorrei farlo…”

 “Piangi adesso, come piango io per te…come sto piangendo adesso..”

“E se muoio, ripunita per un pianto che non posso?”

“Tratterrò le tue lacrime, nascondendole fra le mie. Nessun occhio vedrà mai ciò che insieme diventiamo. E nessuno oserà mai sfidarlo, tanto forte sarà il disegno tuo su me”

Edelweiss cominciò a piangere.. piangere e piangere e piangere…

Sentiva come se in quel momento potesse riuscire a fare tutto, come se il mondo intero su di lei non potesse alcun male  e la morte nella vita non avrebbe avuto seguito e la vita sulla morte sarebbe stata la regina.

Pianto forte disperato… ripartito dalla gioia di una calore nel ricordo di quel freddo e di tanto tanto dolore.

Pioggia e lacrime inscindibili… e non c’era sole, nè tempesta, niente che avrebbe potuto separare quell’unione che si stava consumando lì, fra montagne senza nome.

“Il tuo nome?” chiese improvvisamente Edelweiss dal suo pianto.. “Chi è colui che ridà a me la vita?”

“Sono Felicor nei cieli, fra le rondini e gli uccelli. Sono pioggia nella terra, fra dolori, pianti e vita. Sono amore nei tuoi petali, che bramavo con ardore”

“Caro Felicor piango ancora qui con te, ma non mi sento sola. Come farò a sopravvivere ancora qui, non è casa mia… non fra queste montagne, eppure adesso non voglio andare via da te…”

“Dalla pioggia di un amore nascerà il tuo calore, in una folta coperta bianca coprirai le tue vesti. Tornerai al tuo candore, in un bianco mai visto. Sarà un velo su di te, proteggendoti dal vento, riscaldandoti nel freddo, rinfrescandoti nel sole la tua luce sarà chiara come dieci, venti aurore.. e sarai tu qui, il sole…”

Felicor continuava a parlare, mentre il prodigio nasceva, sui petali di Edelweiss: una folta, morbida coperta bianca andava ricoprendo i suoi petali. Calore, fresco, benessere, profumo.. Una protezione che la stava prendendo per sempre.

Un dono d’amore, un regalo di vita, una luce indescrivibile.

Edelweiss guardò in alto, unendosi in un abbraccio senza tempo a Felicor e al loro amore.

“Solitaria bellezza non resterai, dell’amore nostro ricopriremo questo suolo e di questo bianco amore, narreranno in ogni dove..”.

 *    *    *

 I  folti fiori bianchi rendevano quelle montagne uno spettacolo della natura. Folti, belli, germoglianti come  spruzzi della luce del cielo. Fra loro c’era il più grande il più bello, il più forte: Edelweiss. Era guarita dalla sua morte e nell’amore aveva trovato la forza, per illuminare il mondo. Tendeva verso l’alto, fissa contro il cielo, aspettando la sua pioggia, col sorriso suo più grande. Quando Felicor partiva, per bagnare altri cieli, lei attendeva con amore che tornasse il suo sposo. Ogni volta lui tornava e trainato da un vento che mutava nel cielo il suo colore, ricopriva i suoi figli come il più bel bacio d’amore. Alla fine si posava su di lei, nella notte di un amore, perché nel mondo ricantasse in ogni dove questo dolce forte amore che era nato fra la pioggia e quel fiore.

comincia questa nuova avventura

Da quando l’universo ha preso forma le domande dell’uomo sono rimaste le stesse. Dolore e paura, ansia e gioia, forza e debolezza; tutto insieme, tutto quello che ci dà il nome di “uomini”. Eppure sentiamo sempre di essere qualcosa di talmente complesso da non poter essere compreso. Poi un giorno apriamo un libro e troviamo una frase, una parola, una poesia, che sembrano elevarsi da un posto sconosciuto fino a noi, come a dirci: “Anch’io sono come te”. Ho capito che la consapevolezza che non siamo soli, ci dà la forza per riconoscere la nostra individualità. Il tutto per il niente, il niente per il tutto… sembra un controsenso…ma nella vita si comincia a vivere solo quando si assapora davvero qualcosa…e non riusciamo mai ad assaporare qualcosa se non conosciamo l’esatto contrario. E’ per questo che ho iniziato a scrivere, per sentirmi parte di questo tutto, tanti anni fa. Poi mi sono fermata perchè credevo che per dire qualcosa agli altri si dovesse essere esemplari, perfetti, unici…ma non è così. Un giorno ho letto uno scritto del Manzoni, che parlava proprio di questo. Da allora ho capito che quando cerchiamo di dare coraggio a qualcuno, anche se non l’abbiamo, è coraggio che possiamo dare…poi, poco a poco cominceremo ad averne anche noi. La bellezza della vita sta nell’essere se stessi, pregi, difetti, percorsi e destini. Poca importanza hanno le persone che ostacolano il tuo cammino, poichè sempre dovremo ricordare che chi si occupa della vita degli altri è chi non ha trovato ancora piacere nella propria. Ma su questo sito c’è posto anche per loro. Non importa la strada che percorriamo. La strada è la meta.

Vi auguro buona navigazione, ma fate attenzione: le parole sono solo parole se non le ascoltate con il cuore

Lucia Bonelli, detta Bocilla

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