Giovanni Allevi – Su quella poltrona vuota, c’era l’infinito…

Due tempi. Un tempo. Il silenzio. Ritrovarsi davanti alla musica, così come ci si ritrova davanti a un Dio che non ha ragioni ma, nella ragione, ti restituisce il senso di ogni cosa. Giovanni Allevi, non dovrei aggiungere parole, perché non ce ne sarebbero. Serve anima e, quella, ce l’abbiamo tutti. Nascosta. Dimenticata, mai nuova, mai trapassata. L’anima. Tutti. Giovanni ha ricordato degli inizi, quando suonava davanti a non più di quindici persone e, quelle, erano la sua felicità. C’è stato un tempo in cui, il Giovanni già Compositore Allevi, ha visto una poltrona vuota e il cuore, in quel momento, ha perso un battito. Si è chiesto perché. Oggi, se fosse davanti a me, vorrei dirgli che su quella poltrona vuota c’era tutto, c’eravamo noi; c’erano quelli che non avevano materia per raggiungerlo; c’era l’estasi, la frenesia, la voglia ardente in cui il presente ammette il suo limite e,  in un acme esplode e diviene infinito. Nessun orecchio umano potrà tradurre in parole quello che la musica crea nei meandri di una percezione così microscopica da riuscire a divenire voce muta di quell’infinito. Ho ascoltato Tomorrow come se avessi ascoltato la voce di quel Dio che, in qualsiasi forma ognuno di noi gli dia nome, ha voluto accarezzare il genio, l’estro, la totale ammissione di arte eccelsa tra le mani, le costole rotte, il tremore, il sangue che l’occhio umano non vede tremare, ma che scuote la vita. Il destino non l’ha lasciata su quelle mani, strumento nello strumento; l’ha resa nostra, l’ha resa di tutti. Noi siamo stati infinito, su quella poltrona, da quella poltrona, con te lo saremo sempre. Grazie, Giovanni.

Domani, non ha senso che torni domani,
non ha senso se non so essere oggi.
Sono stanco. C’è un gesto che non controllo,
c’è un sangue infuocato che non gestisco.
Eppure, quella là fuori sembra l’alba… o, forse, è il tramonto?
È la fine del giorno o inizia?
Dormo, è giorno e sono vento.
Sono nuvola, pioggia o colore di alba accesa.
Ha bisogno di me. Il cielo ha bisogno di me perché, senza la mia presenza non sarebbe estasi,
non sarebbe incanto, non conoscerebbe il rosso interrotto che nuovamente diventerà celeste.
Che bella… che dolce l’armonia, io stesso mi sento poesia.
Non importa quanto.
Uno? Due? Cento? Io non sono il tempo.. io, l’ho messo sui tasti e lui, spavaldo e intenso, ha spazzato via il turbamento.
Adesso tremo ancora. Eppure, insieme a me, tremate tutti voi perché chi vive vibra, brucia, forse si spegne e geme sul tramonto, ma non si arrende perché c’è ancora una scintilla che sa di fiato che che, a questa vita, s’apprende.

Non smettiamo di essere luce

Poi la luce rompe la dimensione e diventa arcobaleno, diventa colore, diventa vita. Ti pieghi sul pavimento perché quella luce diventi anche la tua, perché ti tocchi, perché tu possa essere la prova che, da un singolo raggio, possano nascere tutti quei colori. È questa la rifrazione. La luce entra nel prisma e si divide in tutti i colori che la compongono, che ne fanno parte, anche quando non si vedono. La domanda è.. qual è la lunghezza d’onda? Chi è il prisma che ci permette di capire e scoprire tutti i colori di cui siamo fatti? È doloroso il prisma? È davvero così facile avere la forza di entrare, rompersi e ricomporsi? Misuriamo l’angolo di rifrazione.. di cosa è fatto? Di baci, di dolore, di ricompense e pene, di sospiri, di pianti, di incontri e addii; è fatto di silenzi che hanno generano così rumore da portarti al limite dell’esistenza; è fatto di carezze così tenaci da riportarti al di qua della vita. La rifrazione del tempo e dell’anima. Riusciamo a dividerci in tutti quei colori, ma abbiamo paura, perché sappiamo che quel prisma costa dolore e temiamo che quelle labili cicatrici che abbiamo dentro possano essere riaperte al solo avvicinarsi del prisma. Perché il mondo ha paura della luce? Perché il bene fa meno rumore del male? Vale la pena passare di nuovo da quel prisma? Sì. Fino all’ultimo dei nostri giorni varrà la pena desiderare e subire gli effetti del destino, senza inginocchiarci, senza perdere la speranza, senza smettere di pensare che possa esistere, nel mondo, chi vede oltre la forza granitica che mostri, scoprendo tutte le fragilità che ti hanno lasciato i tempi in cui sei stata tu la forza degli altri. Io non smetto di sfidare il prisma, perché vale la pena essere luce, trasformarmi, scoprire, sfiorare, vivere, perché tutto può cambiare.. L’indice di rifrazione dipende anche dall’aria e dal vetro, dunque ogni volta cambia, e cambi tu. Non possiamo sapere qualche angolo ci farà scoprire il ventaglio di colori di cui siamo fatti, ma, nel dubbio, non smettiamo di essere luce. E come si riesce a essere luce? Rinnegando il falso, combattendo per la verità, non stancandosi mai di pensare che, a discapito di tutte le cose che possiamo perdere, la scelta della verità sarà sempre la scelta migliore..
Platone diceva che possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.. Dunque, non abbiate paura della luce e cercatela in ogni cosa perché persino le frasi omesse, le bugie e le maldicenze sono buio. Vivete, dunque, cercando di essere luce

Se fossimo tutti anime

Come il tempo che non comanda l’uomo. Un vortice, un uragano che genera tempesta e sole. Una tempesta di nebbia chiara, di nebbia amata, conosciuta, ma consapevole che potrebbe nascondere altro sole o altra pioggia. E, tu, che fai? La affronti. Pensi di essere preparata. È possibile essere più preparati del tempo stesso? È possibile soffiare, come sulla copertina di un libro dimenticato, e riconoscere in un attimo il libro che più hai amato? Sì. Scoprire che ricordi ogni pagina e che, per anni e anni, l’hai lasciato lì, da qualche parte. Avevi paura di aprirlo? Avevi paura di scoprire altre parole in una storia che ormai conosci a memoria? Sai che ti fa piangere, che ti fa tremare, che semina tempeste di sabbia nella tua casa e nelle altre case del tuo cuore. E, tu, che fai? La affronti, di nuovo, ancora.
C’è un limite alla speranza? Sì? No?
C’è un limite persino se sei tu stesso ad esserti arreso?
No. Non c’è un limite. Allora, che fai? Pensi che le stesse cose che hanno causato più dolore, siano le stesse cose che possano guarire quel dolore: le parole. Davvero siamo disposti a perdere tutto? Davvero ci siamo abituati che quel tutto non sia niente e che possiamo farne a meno? Davvero la vita può ridursi a questo? Sì, può farlo, e tu puoi farlo, con lei… William Shakespeare scriveva che Siamo venuti al mondo come fratello e fratello, e ora andiamo di pari passo, non uno prima dell’altro. Basterebbe così poco. Basterebbe pensare, per una volta, che tutto il vomito esistenziale che ci ha causato l’altro possa in parte essere anche colpa nostra, non solo ma anche
Piegarti sulle ginocchia cosa ci ha insegnato? Ci pieghiamo sulle ginocchia rivolte a un Dio che ci chiede di obbedire ad altre leggi, Gli promettiamo di esserGli devoti, e non amiamo l’altro come amiamo noi stessi. Oppure sì? Forse siamo così rigidi con l’altro perché non riusciamo ad amare neanche noi stessi? Ho ricordi di catechismo, tocco e sfioro la filosofia e la matematica, mi appassiona l’astronomia e la confusa galassia di cui vorremmo fare parte.
Ma tu, fratello, tenderai la mano prima di dire addio? O era davvero un addio?
Tu, sorella, accoglierai la mano sentendoti finalmente amata? Riuscirai a non graffiare il tocco incerto?
Io, da piccolo essere inutile, sono mai riuscita a compensare quel dolore? Potevo fare di più? Sicuramente. Ma io sono figlia del mio tempo e della consapevolezza di non essere perfetta, di non essere abbastanza.
Se tornassi indietro, cosa farei?
Griderei più forte?
Pregherei di non usare parole acerbe e sicuramente non volute dal vostro Dio?
Sì, forse lo farei. Ma cosa conta adesso, in questa lettera in cui sono distesa come se mi prendessi un attimo il respiro che non sento. Contano i giorni. Domenica, poi Lunedì e, dopo, di nuovo martedì.
Vuoi farli passare ancora quei giorni?
Vuoi ricordare quello che ti è stato fatto e dimenticare quello che hai fatto?
Vuoi ricordare quanto sei stato amato?
Vuoi prendere quella mano che graffia e che teme il mondo perché il mondo, un tempo, l’ha dimenticata?
Ha saputo chiedere amore nel modo giusto? Forse no.
Ha saputo essere lieve sospiro di attesa? No, è stata vortice e grida, è stata vento e tempesta e, in ogni ramo strappato, nessun sole ha capito come potere portare in salvo quelle stanze chiuse del suo cuore.
Le stanze rotte possono essere abitate solo da chi le ha distrutte; possono essere amate solo da chi può ricostruirle. Le stanze rotte hanno cicatrici di cemento e vento, creano muffa e ristagno, ma se apri tutto, se spalanchi quelle finestre e ti siedi con un po’ di colore, diventano quadro, rima e poesia e, in quelle crepe, ti risanano il cuore. Tu, hai ancora una stanza vuota? Hai una stanza da colorare? Una stanza in cui ospitare? Hai una stanza in cui non ci siano rami secchi? Una stanza in cui accoglierla e piegarti al maggiore ruolo dei tuoi anni e, per un attimo, placare rabbia, giusto o ingiusto ricordo e stendere un colore nuovo, diventando abbraccio di sangue e lacrime tra travi e chiodi, fra finestre rotte e vento gelido. Tu, vuoi darle l’ultimo abbraccio? Dai neonati pianti, ai silenzio assordanti, hai mai desiderato ancora la sua compagnia? Vuoi amarla del fraterno dono che Dio ti ha messo lì, da qualche parte, nelle parole che non dici, in quelle che hai imparato a non ascoltare, persino in quei gesti carichi di disappunto e giudizio che, forse, nascondono solo l’unico modo in cui riesci a vivere, così come ognuno di noi ha il proprio. Io vorrei andare contro il mondo e contro tutti e, a dispetto del dolore che rischia di risvegliarsi ancora più intenso nel varcare quella porta, spero che quella stanza in qualche modo, tu, la stia preparando nei tuoi silenzi e che possa essere pronto tu stesso, a non cogliere, non raccogliere, a tendere le braccia anche se davanti a te le lacrime saranno quasi gelide e tenderanno a tagliarti, a graffiarti come stalattiti. Tu, sarai abbastanza forte da avere un cambiamento che comporti l’accoglienza, il ritrovarsi, il potere salvifico di un ti voglio bene. L’hai mai detto? Hai mai amato chi era diverso da te? Tu, ti sei mai liberato dalla perfezione del tuo operato, che nei tuoi traguardi ti fa solo onore, per scoprire il piacere e il sollievo del momento stesso in cui abbandoni tutto il resto e vedi per una volta, per una sola volta, che sapore abbia il mondo, di che genere di felicità gli altri siano capaci di renderti partecipe. Tu che faresti a quella bambina che ha lasciato un soldino sul comodino per chiedere un abbraccio prima di dormire? Sei sicuro di non poterla amare? Io credo che sarebbe possibile vivere così, liberi di arrenderci al presente. Liberi di non dovere difendere le tesi di un passato in cui tutti, nessuno escluso, siamo perdenti, sconfitti artefici di uno stesso destino che, nella divisione, rappresenta la nostra sconfitta. Io credo che sarebbe possibile impegnarsi a salvarci e a salvare altre parti di noi in giro per il mondo. È il momento. È il momento di scendere quel gradino, di ritrovare chi ti ha amato da tutta la vita arrivando persino a odiarti, perché solo chi ama è capace di odiare. Victor Hugo scriveva che quanto più piccolo è il cuore, tanto più odio vi risiede, e io cerco di farmi il cuore grande, ma mi sembra che più apro le porte a chi mi fa del male, più è il mio di cuore a diventare piccolo. Questo posso anche accettarlo, ma non per lei. Lei è l’essenza della solitudine tanto quanto è l’essenza della perfezione ai miei occhi. È un riferimento per chi ha cercato conforto. È il primo stadio dell’amore e l’ultimo della disperazione; lei, che ha creato ed è stata due famiglie in una e che nell’ultima è stata amata per cento di tutte le famiglie che avrebbero potuto amarla, sì, lei, potrai amarla ancora senza trafiggerle il cuore?
Temo il giorno più della notte, fratello mio.
Temo che questa gioia nuova consegni al mio dolore un motivo per ridestarsi, per raccontarsi.
Temo, l’ennesimo colpo di vento, violento. Temo di non trattenere abbastanza a lungo il respiro.
Temo che quel soldo sul comodino non sia abbastanza, ma anche da questo dolore mi saprò salvare.
Anche dopo questo dolore, in quella stanza, io ti saprò sempre amare.

–  Charlie: Saremo per sempre fratelli.
Sam: Promesso? Ogni giorno? Col sole o con la pioggia? Col caldo o col gelo?
Charlie: Promesso.”

Voglio godermi il sole

– Deve essere il sole..
– Cosa?
– Quello lassù!
– Ma no, non è possibile. Qui piove sempre.
– Quindi?
– Quindi sarà un riflesso, un pianeta.. Che ne so! Sarà qualcosa che finge di essere sole..
– Ma se riscalda e illumina!
– E allora? Non la vedi quella nuvola là vicina?
– Cosa c’entra? Non esiste un cielo perfetto.
– Appunto.. figurati se quello è il sole!
– Perché?
– Cosa?
– Perché hai paura di chiamarlo sole?
– Ti ho detto che qui piove sempre! Ora mi hai stufato! Quel sole è finto, lo vedi solo tu! Sarà la luna che finge di essere sole. Io lo dico per te. Svegliati e tornerà a essere notte.
– Devo andare.
– Perché?
– Non ho più tempo.
– Che hai fare?
– Voglio godermi il sole, non ho tempo per la tua notte

Lago Arancio – Sambuca di Sicilia

Tra tutte le forme di cielo io preferivo la bellezza delle macchie. Bianche forme di cielo; azzurri riflessi d’acqua; sapori non ancora raccolti che sembrano pastelli verdi prima di mutare in bianchi e rossi calici di piacere. C’era, in quel quadro, qualcosa che richiamava il Fato, qualcosa che raccontava il piacere salvifico del silenzio in un mondo in cui lo stolto essere umano si accaniva a seminare zizzania e a nuotare nella calunnia. Era questa l’essenza dell’intera esistenza, essere quadro nel quadro e cullarsi, finalmente, nella più alta forma di comunicazione.. il silenzio

L’inferno dei viventi – Italo Calvino

Niente si distrugge completamente fino a che qualcuno ricorda, rivive, resiste, ricostruisce.

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

― Italo Calvino, Le città invisibili

Elezioni 2022 – Prepariamoci con I Furbetti del Parlamento di Mauro Di Gregorio

Le elezioni del 25 settembre 2022 sono alle porte, va da sé che l’Italia si divide in due grandi correnti di stanchezza: chi ci crede ancora ma stenta e chi non ci crede più. Esiste un modo per salvare ancora chi è nel limbo borderline tra le due correnti? Credo di sì. Una lettura potrebbe aiutarci a rispolverare stratagemmi, linee di pensiero, vecchi e nuovi strumenti che hanno fatto la politica in ogni tempo. I furbetti del parlamento del giornalista Mauro Di Gregorio ci trascina in una satira pungente che abbraccia destra, sinistra, correnti e federazioni di correnti. In un rocambolesco gioco grafico, l’autore ci mette la faccia, atto di dovere in un mondo in cui la convenienza impone il gioco dell’anonimato per giustificare cambi di casacca per accaparrarsi consensi e posti in paradiso, soprattutto alle porte delle elezioni 2022 in un contesto mondiale che, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, dividono l’elettorato facendo leva su intolleranze personali, antipatie, reminiscenze, posizioni che spesso non hanno che substrati di convenienza. Chi può salvarsi? Cos’è davvero la politica? Guardare le cose per quello che sono, significa rinunciare a lottare? Non crederci più? Non votare? Tutt’altro. Il messaggio de I Furbetti del Parlamento è chiaro e conciso ed è riportato proprio nelle conclusioni del libro:

«Non si confonda, insomma, il cattivo filosofo con la filosofia, il cattivo prete con la fede, il pessimo attore con il testo teatrale. Si impari a distinguere le cose o il rischio è quello di scadere nel qualunquismo».

190 pagine apprezzate dalla critica, accanita nel capire quanto possa essere ancora importante il parare dell’elettore in una matassa di giochi di partito ormai impossibile da dipanare. Un servizio al TGR Sicilia ci presenta il lavoro di Mauro Di Gregorio, attenzionando il filo conduttore bipartisan in un periodo di campagna elettorale permanente.

 

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In un panorama affascinante accolto a Sambuca di Sicilia, Borgo dei Borghi 2016, la Pro Loco Sambuca ha curato la presentazione del libro dando vita a un piacevole e intenso dibattito che ha appassionato una delle serate del ricco calendario Estate nel Borgo. Il presidente della Pro Loco Maria Gabriella Nicolosi e il Consigliere Enzo Sciamè moderatore della serata hanno dato vita a un piacevole evento tra letture, interventi e costruttivi dibattiti

L’attesa

Sospende il tempo, l’attesa muta del mio desiderio. Accarezza, di te, ogni respiro e concede alla mia vita il ritmo nuovo di un piacere lento. È così che hai consumato la mia attesa. È così che mi hai resa viva, con i tuoi occhi accesi e la bocca di miele, con le tue mani arrese e il tuo corpo che nutre e, per me, geme. Accoglimi, amato compagno mio. Accetta il mio respiro, il mio pensiero vivo. Stenditi sulla paura, ricopri il bosco in fiamme del mondo in rovina. Amami, come se fossi prescelta amante irrimediabilmente arresa alla mano tesa del tuo piacere

Oltre

Se ti perdo al di là della ragione,
cercami oltre.
Non ti fermare alla mia assenza,
non tenere il distacco del mio tempo.
Oltre, cercami oltre.
Se mi consegni un dolore che fa parte delle tue paure,
crei un solco in cui perdo il contatto del corpo,
il sollievo del tocco,
il mistero del sonno.
Se sei artefice del mio dolore,
sconfina il distacco,
proteggi il mio corpo,
risana la crepa.
Arriva oltre le mie paure,
consegnati ai tuoi sbagli,
perdona i tuoi errori.
Inginocchiati al sacro fuoco
di un concerto spento,
musica stonata in un mondo disconnesso.
Scavalca ogni accordo,
travalica le pause, i respiri,
le armoniche spezzate e i violini stesi al sole.
Riconosci l’incavo del mio piacere,
sospeso tra il bianco e nero di un pianoforte scordato.
Cerca ancora la melodia,
non ti arrendere.
Correggi in un respiro il nostro canto sconnesso.
Mi troverai.
Lì,
esattamente lì, oltre un tempo che non esiste,
a un soffio dalla pelle ancora prigioniera di un sensuale vibrato,
lasciva di suoni pieni e armoniche dissonanze.
Tremerò,
tremerò ancora sapendo che il tuo tocco sarà a un fiato dal mio respiro.
Oltre, cercami oltre

La stella levigata dal mare

Il rumore del tempo. Il respiro, il fiato lento. Quando ti toccano non c’è più silenzio. Non lo sanno, non ci credono, si abituano al sorriso, la tua vita è solo tempo condiviso. Allora ti bagni; esce dagli occhi, dalla testa, dalle dita. Sembra troppo. Dove lo tieni tutto questo mare? Non lo sanno che sono parole da stendere, da asciugare? Quando ti toccano, trattieni il respiro. Non ti muovi, non ti trovi, sei solo polvere che soffoca lo zaffiro. Dove li hai lasciati gli occhi? Dove li confondono con il mare? Li vuoi dimenticare? Non li aprire, adesso non li puoi trovare. Piccola dietro pieghe di sale, sei ancora bambina dietro onde di mare, sì .. sei solo un’altra donna che la madre può abbandonare. Gli occhi? Dunque, li vorresti ritrovare? No. Lasciali agli altri, come tutte le tue storie. Posa per sempre la penna, smettila di parlare. In questa primavera le parole sono nènie che nessuno sa ascoltare

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